Kubrick, Stanley. Il Cineasta / Cantastorie

Frammenti di vita dal 1945 al 1950, impressionati su pellicola e dati alla luce in un’ America ignara di essere il soggetto del giovane e promettente fotoreporter Stanley Kubrick.

Venezia si veste di New York metropolitana, si tinge di bianco e di nero, avanza in grigio con le visioni profetiche nella raccolta di scatti che saranno il trampolino di lancio per una carriera cinematografica del tutto singolare, dove già in queste pose si nota quel senso estetico che caratterizzerà i lavori futuri.

Il percorso espositivo colpisce per un comune elemento: l’attesa. L’attesa al debutto di Betsy nell’alta società è sarcastico, viene immortalata mentre sbuccia una banana nella sofisticata tea room, incredulità e stupore negli occhi della giovane von Furstenberg sotto l’occhio vigile del suo accompagnatore; l’abbraccio di due anziane donne, mogli di pescatori portoghesi, nell’atto di guardare oltre l’obiettivo, a cercare sagome familiari provenienti dal mare, o ancora la pistola del poliziotto puntata contro il famigerato Paddy wagon, indice al grilletto pronto a colpire in caso di fuga.

L’eleganza e la ricerca del dettaglio discostano i suoi lavori dalla fotografia mass/mediocre verso cui tendono solitamente i reportages di riviste con obiettivo di elevata tiratura. L’idea è quella di un lavoro di introspezione attraverso i soggetti con i quali viene in contatto, non lo interessano il gossip, i gesti eclatanti, lo scoop, Kubrick scava nella normalità dei suoi soggetti, ne estrae l’essenza e la imprigiona in formato 20×30.

Stanley ha solo diciannove anni ed un contratto con la rivista Look, due piccoli occhi neri attenti ad ogni minimo movimento e la curiosità per quel mezzo cinematografico che è la macchina da presa. Inizia così ad usufruire dei testi raccolti da Rothstein, direttore della fotografia per la rivista, e riflette nelle produzioni fotografiche, l’obiettivo per il cinema.
In una rivista dove i testi passano in secondo piano, le immagini devono contenere una propria forza trascinante, e l’esempio migliore si palesa nella raccolta di scatti dal titolo a tale of a shoeshine/boy. A Brooklyn, Mickey non è solo un dodicenne lustrascarpe, è una celebrità. Kubrick lo inserisce in un gruppo di coetanei dove lui solo è appoggiato al muro, in piedi, disilluso, o ancora, lo ritrae all’angolo di una strada, con degli amici mentre mangia hot dog: le espressioni e le pose ricordano ormai un uomo esperto della vita. La carica drammatica emerge ancora di più nella fotografia che lo racchiude incantato davanti alla locandina di un film, basteranno i cents in tasca per vedere lo spettacolo?

L’ambizione da cineasta lo porta a realizzare un lungometraggio di 67” dal titolo Killer’s Kiss. Regia, soggetto, sceneggiatura, fotografia, produttore: ecco le voci alle quali è affiancato il nome di Kubrick, per una pellicola in bianco e nero realizzata in venti giorni, un noir strutturato come un lungo flashback e proiettato in una piccola sala a conclusione della retrospettiva dedicata al regista.

A cura di Rainer F. Crone
In mostra all’Istituto Veneto di Scienze Lettere ed Arti di Venezia fino al 14 novembre.
Info: www.mostrakubrick.it