Un tè in corsia con Andrea Pes

Andrea Pes nasce a Roma nel 1975. Comincia a disegnare i suoi incubi usando una penna Bic dall’inchiostro nero e continua poi con cose sempre più strane all’IED di Cagliari prima e di Roma poi.
Vive due vite distinte tra Cagliari e Macomer: dal Lunedì al Venerdi fa il grafico per vivere e dal Venerdì alla domenica sparisce senza lasciare tracce.
Predilige il bianco e il nero e il paradosso di suturare insieme uno stile da grafico (come lo definisce lui) alla cattiveria, al dolore e alla morte, perchè lui lo trova divertente. Misantropo, lunatico, apatico, claustrofobico, accidioso, recidivo, soffre il mal d’auto e adora i temporali e la pioggia, il freddo e l’inverno. Viviseziona la realtà asportandone il suo materiale umano e ci ricuce sopra i lembi dei suoi incubi con robusto filo nero. Alla fine, tutto torna, o forse no.
Siamo andati a trovarlo in corsia, e ne abbiamo approfittato per conoscerlo meglio.

Certamente le tue illustrazioni non passano inosservate. Come mai questo stile, cupo, un pò inquietante?
Se pensi che dall’età di tredici anni son cresciuto con i racconti di Lovecraft e di Poe, trovavo stranamente ammalianti le pitture nere di Goya e ascoltavo ‘Reek of putrefaction’ dei Carcass perché i testi facevano uso smodato di termini e atrocità prese da manuali di medicina legale e patologia, probabilmente avrei già risposto alla domanda.
Ho sempre seguito l’istinto, non ponendomi sempre un perché; sin da quando ne ho memoria ho cercato però di rifuggire l’ordinario e il comune, frugando tra gli scarti disgustati delle persone perché per me c’era tanto materiale interessante.
Il nero, la morte, la sofferenza, la malinconia, la tristezza, il ruvido, lo sporco, la cattiveria, l’originalità: lo stile si sta facendo e si farà negli anni secondo istinto, gusto, sentimento e non so cos’altro; ma l’importante è che a guardarlo, io ne tragga giovamento e riesca a star bene.

Ospedali e manicomi. Luoghi che solitamente evocano disagio, invece diventano tue ambientazioni preferite, come mai?
Proprio perché sono luoghi di profonda sofferenza che ai più evocano solamente dei brutti incubi. Ho sempre pensato che gli ospedali aggiustino i corpi delle persone ma che ne logorino di tristezza, malinconia e solitudine le loro anime, sino a sputarne dei gusci vuoti.
Dei manicomi invece posso solamente avere pensieri più neri.
Nella mia fantasia sono quasi sempre strutture abbandonate, dove il dolore incrostato delle pareti si lega alla malinconia di oggetti dimenticati e dove la fantasia di chi scruta l’oscurità immagina la nera routine di giorni passati.
Perché è proprio questa paura, questo profondo disagio che crea il contesto perfetto per un’atrocità; un feroce fatto di sangue: e io nutro un certo debole per queste cose.

Ti piace quindi giocare e ironizzare sulla paura?
Ne ho profondo rispetto: non ironizzo tanto sulla paura però mi piace scherzare sulla morte.
Vorrei farlo in maniera più grottesca e scorretta ma spesso mi limito. Ancora devo capirne il perchè.
Un esempio: cosa pensereste se creassi una brochure stile “manuale d’uso” con tanto di omini stilizzati e sorridenti che spiegano la corretta procedura per suicidarsi tramite impiccagione? Tante candide istruzioni per creare un cappio perfetto e tutti gli accorgimenti da evitare con in bella vista la parola NO.
A me questa cosa farebbe ridere; e infatti già mi state giudicando insano di mente…

Corsia tumorale. Un tuo progetto iniziato nel 2005 ce ne parli un pò?
Era un progetto che avevo in testa da anni: costruire un prototipo di cartone animato tutto mio, con forme e movimenti elementari (come South Park), assolutamente non politically correct (come South Park) e cattivissimo (come Candy-Candy).
In una sola notte scrissi il soggetto principale, tutti i profili dei personaggi e abbozzai una linea grafica che poi cambiai almeno dieci volte.
Il gruppo della CORSIA TUMORALE ha a che fare con sei bambini che sopravvivono.
Costretti in ospedale da orribili malattie incurabili che nel tempo, con la loro maligna consapevolezza, si sono trasformate in superpoteri, passano il loro tempo inventando feroci e macabre avventure per assaporare ancora il gusto della vita.
Lontani dagli affetti e dal calore di una famiglia, emarginati, diversi, condannati al dolore e all’incertezza di una vita senza futuro, per loro, il mondo è il perimetro dell’ospedale S. Ignazio d’Antiochia, muto spettatore delle loro giornate di noia e odio. L’odio per una vita diversa da quella di ogni essere umano; l’odio che il loro spirito di sopravvivenza ha fatto defluire in rabbia, crudeltà e in nero cinismo. Poi; un giorno capita per caso che entrino a far parte della rappresentativa dei malati terminali, che prende parte al campionato di calcio tra i vari reparti dell’ospedale…

Un progetto personale o collaborativo?
Assolutamente personale; tanto “assolutamente personale” che dopo aver trascorso un anno intero a sbozzare story-board, studiare e comporre i diversi fondali e le location, creare o ricercare i suoni, disegnare tutti i fotogrammi con Illustrator e animarli uno ad uno con Flash ebbi un rigetto tale che abbandonai il progetto lasciando anche incompiuto il numero zero (difatti manca l’audio negli ultimi 30 – 40 secondi di filmato n.d.a.).

Un progetto abbandonato o solo in pausa?
La tecnologia è cambiata e forse anche io. Ricordo che per l’animazione usavo Flash 5.0 in inglese ancora di proprietà della Macromedia. Oggi Flash è della Adobe ed è arrivato alla versione CS5 mentre io mi son fermato anni fa alla versione MX. Non so se avrei più la voglia e la pazienza di imparare ad usare un nuovo programma, ma se anche così fosse, di sicuro non mi sobbarcherei più tutto quel lavoro… ecco che la nausea ricomincia a montare!
Mi piacerebbe casomai avviare una collaborazione: penso che sarebbe abbastanza stimolante.
Cartoon a parte, a distanza di anni ho cominciato a sentire la mancanza della Corsia e spinto anche dagli amici-fans ho deciso di dedicare ad ognuno dei sei protagonisti un tributo: il restyling dei fotogrammi di presentazione della sigla originale rivisti con le competenze, la manualità, la tecnologia e l’esperienza di oggi.
Sul mio sito web potete già dare un’occhiata a Michele ‘plasma’ e Ireneo ‘il cannibale’; presto sarà il turno di Donato, Gesso, Fausto e Gioele.
E’ un modo per sentirli ancora vivi.

Il tuo stile. Dove trai ispirazione?
Ho sempre pensato che se non puoi rendere quello che hai in testa come vorresti devi mutilarlo con tutti i tuoi limiti e creare il tuo stile. Con l’esperienza poi non ci sarà più bisogno di vivisezionare la realtà perché la fantasia e i tuoi occhi vedranno già quello che sei in grado di fare.
Lo stile è il tuo modo di vedere le cose e raccontarle come ti piacerebbe che fossero: per me sono le ‘nere interpretazioni di realtà distorta’.
Da Albrecht Durer sino a Paul Booth ho tanti artisti che ammiro e che forse mi hanno influenzato negli anni, però ho sempre cercato di ragionare con la mia testa: non sarei felice se mi accorgessi che il mio stile è riconducibile ad uno di loro; anche se diventa sempre più difficile distinguersi ed essere originali.

Gli strumenti con cui ti senti più a tuo agio?
Gli strumenti con cui mi sento più a mio agio…
Se pensi che dipingo ad olio, in passato sono stato un incisore (ho provato i piaceri delle acqueforti, delle xilografie e della punta secca), uso il computer e la tavoletta grafica, fotografo abitualmente (solo bianco e nero, rullino e camera oscura), ho usato gli inchiostri e i pennini, le penne bic, l’acquerello e gli acrilici e vorrei diventare un tatuatore per chiudere il cerchio della vita, beh, è una vasta scelta.
La risposta comunque è molto banale: non ho un mezzo con cui mi sento più a mio agio; ognuno mi regala delle emozioni diverse. Di alcuni senti all’improvviso una strana necessità a cui non puoi sottrarti, alcuni sono più immediati, altri invece più complicati ma con ognuno posso tener buoni tutti i demoni della mia fantasia. Sicuramente una bella fortuna.

Le tue grafiche hanno sentito il bisogno di corpi vivi e sono diventate anche delle t-shirts. Che riscontro hai ottenuto? Le tue aspettative sono state ripagate?
Mi sono sempre piaciute le contaminazioni, le collaborazioni con persone e generi diversi, i progetti creativi e ambiziosi. Il progetto DED_SHIRTs nacque cinque-sei anni fa durante un viaggio a Madrid. Trovai stimolante il poter accostare la mia arte al mondo per me sconosciuto della moda e mi ritrovai a pensare seriamente a cosa sarebbe potuto venirne fuori.
Per varie ragioni poi il progetto è rimasto dormiente sino quest’estate, quando improvvisamente si è risvegliato.

Lo slogan recita appunto: “le DED_SHIRTs non sono una mia idea: sono loro, i miei disegni, che reclamano incessantemente il tremendo bisogno di corpi umani… VIVI!” ed è proprio questa la causa scatenante di tutto il progetto.
Inaspettatamente mi sono infastidito a vedere i miei disegni rinchiusi nella gabbia bidimensionale dei monitor o di un foglio di carta e ho pensato che sarebbe stato stimolante metterli in ‘contatto’ con persone diverse e scatenare progetti interessanti.

Sono nate le DED_SHIRTs (DED perché per assonanza si avvicina alla parola ‘morto’ senza però essere esteticamente così scontata) la cui prima quadrilogia (4 disegni per 4 modelli in numero limitato) è andata esaurita con il solo passaparola, senza neppure il bisogno di pubblicità.
Le etichette erano cartellini da obitorio e il packaging molto essenziale ma d’effetto.
Ora il progetto ha esaurito la sua fase 1 e ho già in mente la fase 2 ma non nell’immediato. Oppure si. No ancora no… Forse si.

Il tuo rapporto con il cliente? Ti è mai capitato di dover stravolgere il tuo stile o comunque sentirti condizionato da esigenze particolari?
Si è capitato, e ogni volta è come vivere una crisi esistenziale.
O riesco a staccarmi completamente dal lavoro che devo fare e lo rendo irriconoscibile al mio stile (il più delle volte questo significa che la richiesta non è per nulla appetibile e la consideri solamente ‘scartoffie da lavoro’).
Se per me un’illustrazione o un qualsiasi lavoro è terminato e lo reputo ‘perfetto’ è difficile che riesca a rimetterci mano e a cambiare idea seguendo le indicazioni e il parere del committente. Sono fatto così.
A questo punto lo scenario che si viene a creare è dunque il seguente: o convinco il cliente spiegandogli il mio punto di vista e salvo il lavoro, oppure, mio malgrado, mi tengo la mia visione delle cose (che cannibalizzerò per idee e progetti a venire) e consegno al committente quello che vuole.
In quest’ultimo caso vedere la voce ‘scartoffie da lavoro’ riportata sopra.

Sogni e progetti per il futuro?
Vorrei imparare l’arte del tatuatore…

Questo era Andrea, che ovviamente ringraziamo e vi lasciamo visitare il suo interessantissimo sito www.andreapes.com