Un tè con Francesco Liggieri

Oggi il servizio buono da tè lo tiriamo fuori per Francesco Liggieri, giovane e promettente artista che dalla sua Pantelleria si è trasferito a Venezia. L’abbiamo conosciuto per caso ma la sua limpidezza non può lasciare indifferenti e cosi abbiamo deciso di approfondire la sua conoscenza.

Qualche giorno fa, hai affrontato la tua prima opera pubblica. Raccontaci com’è nato questo progetto e perchè hai deciso di affrontarlo con le immagini e lo sguardo di un bambino?
Dunque il progetto a cui ho partecipato si chiama Angolazioni Urbane, è di fatto un progetto che si prefigge di riabilitare alcune zone di Mestre. Il progetto nato da Trip Group, Videotrope e Arianna Testino curatrice indipendente, si basa su un invito rivolto ad alcuni artisti tra cui io ed ognuno di noi ha portato un progetto ad hoc.
Nel mio caso, ho scelto di lavorare come un bambino perchè nell’ultimo anno ho lavorato molto sulla loro figura, ritraendo nei miei quadri scene con bambini. Quindi quando mi è stato proposto di lavorare a questo progetto ho parlato con Arianna Testino la curatrice che mi ha coinvolto, e gli ho detto da subito che volevo tornare bambino e disegnare come loro.
Con Arianna abbiamo già lavorato insieme in passato e le ho spiegato con una certa tranquillità che tempo fa vidi in un documentario dei disegni di bambini sul muro di Gaza. La cosa mi rese felice, i bambini avevano con la loro fantasia abbattuto quel muro quindi io volevo abbattere con il mio like a child una zona non molto frequentata da bambini o famiglie e rendere quello spazio accessibile.
Il progetto è piaciuto e così mi sono fatto 4 mesi di studi sul modo di disegnare dei bambini osservandoli e chiacchierandoci sono riuscito a mia volta a tornare piccolo e a disegnare come loro.

È stato difficile disimparare a disegnare? La tua è una formazione vera, accademia delle belle arti e tanta esperienza e tante mostre e un bambino quando disegna usa fantasia non di certo tecnica.
Si è stato difficile. Ho fatto proprio un viaggio a ritroso, mi sono letto libri per bambini (suggeriti da loro, a tutti quelli a cui ho domandato peter pan era il preferito) ho comprato gessetti come i loro e poi ho osservato tanto, ho disimparato davvero tutto, ma onestamente è stata una bella avventura. Il loro disegnare è una forma di comunicazione assoluta.

Quando eri bambino probabilmente non pensavi a fare il pittore poi qualcosa cambia. Cosa è cambiato?
Sai, io non ho ricordi di me senza un colore o una matita. ero la disperazione dei miei che giornalmente mi compravano fogli di carta per disegnare. Crescendo il gioco è diventato passione, lavoro e ti dico con una certa tranquillità che maturando questo gioco che è l’arte, la pittura, è ancora il mio gioco preferito.

Quindi la tua non è stata una scelta, è come dire che la pittura ha scelto te non il contrario. Quanta importanza dai alla formazione,ogni tanto si sente di artisti autodidatti come Cattelan per fare un esempio, casi rari di genialità?
Si, direi di si. Non ho mai dovuto scegliere è stato naturale essere quello che sono.
Non ho fatto il liceo artistico, ma ragioneria. Provengo da un isola chiamata Pantelleria dove la scelta era tra ragioneria e magistrale. Ho scelto di fare ragioneria, dopo il militare ho deciso di trasferirmi a Venezia e qui di studiare all’Accademia di Belle Arti, me ne sono pentito con il tempo, penso che se hai talento la scuola possa affinartela.
Ma rimane il fatto che o l’hai o no. La genialità è di pochi.

Nel 2007 hai partecipato alla biennale di Venezia con due opere, Gioco Del Limite e My Word. Era la tua prima esperienza in biennale? Cosa porti ancora con te di quei momenti?
Dunque Biennale e Gioco Del Limite e My World sono tre cose diverse. Ti spiego, la Biennale d’arte è nata così: mi è stato chiesto dalla curatrice dell’IILA (Istituto Italo Latino Americano) Irma Arestizabal donna fantastica che purtroppo un anno fa ci ha lasciati, di collaborare con Pablo Cardoso, dall’Ecuador in un progetto bilaterale dal titolo Allende.
Per sei lunghi mesi ho lavorato con Pablo alla stesura del suo progetto, inviandogli giornalmente fotografie di un isola che ho scelto appositamente per l’occasione (l’isola degli Armeni a Venezia) quindi in base al tempo le foto cambiavano, e Pablo dall’altra parte del mondo le dipingeva, fino a selezionare insieme i quadri e le foto finali da presentare in mostra.
ll Gioco Del Limite invece è nato su proposta curatoriale di Arianna Testino invitata da Bauerhase (un gruppo di artisti che aveva in gestione un atelier della fondazione Bevilacqua la Masa a Venezia) a lavorare ad una mostra seguendo alcune regole. La regola più importante era lavorare sul limite.
C’erano vari artisti ed io ho proposto un installazione che limitasse lo spazio, creando di fatto un campo minato con tanto di mine anti uomo (realizzate in creta), conclusione? La gente che veniva a visitare la mostra era titubante nell’entrare perchè trovava una sala completamente piena di sabbia e non capiva bene perchè non ci fosse nessuno all’interno.
Quando ho mostrato loro il percorso per evitare le bombe, la stanza si è riempita e di fatto come spesso accade il pubblico non può essere limitato.
L’installazione ha il titolo ironico di “amen”.

Amen inteso come: non ci si può fare nulla?
Esatto, un modo per dire, se salto su una mina…amen!
In realtà il lavoro era molto più forte io denunciavo che nel 2009 ancora esistessero i campi minati in giro per il mondo.
Devi sapere che io talvolta faccio anche il curatore. O meglio gioco a farlo.
My World è un progetto nato con Giuliana Tammaro nel 2009 la prima edizione. Volevamo mettere assieme una collettiva di artisti che non fossero scelti perchè amici di, o perchè raccomandati da…volevamo una mostra semplice che avesse artisti di qualità.
La prima edizione ha preso vita a Treviso negli spazi dell’associazione culturale Spazio Paraggi e come prima andò decisamente bene.
La seconda edizione l’abbiamo fatta a Venezia all’interno di una chiesa sconsacrata, con un livello di artisti e di qualità maggiore del primo evento, un totale migliorarsi dalla prima edizione.

Tra tutti questi impegni di pittore e curatore hai anche avuto la necessità di fondare un collettivo. Raccontaci un pò.

Collettivo rapido è una mia idea nata da un esigenza di base. L’accademia non dava molto spazio a chi come me voleva esporre, così mi sono organizzato e ho scelto degli artisti con il quale percorrere un pò di strada insieme.
Creare un gruppo l’ennesimo però mi suonava già fatto, quindi ho scelto ventuno artisti della mia accademia e li ho fatti esporre in una collettiva nell’isola di Giudecca.
Di fatto però io volevo solo una mostra,una semplice collettiva. Poi ho pensato che creare un gruppo con sei personalità diverse poteva essere interessante, è così è stato. Abbiamo esposto in 3 anni di lavoro insieme anche all’Escorial di Madrid e ufficialmente ora siamo in letargo, ma chissà che non si faccia una reunion, sai come le band.

Quindi il tuo messaggio è uno ed uno solo: sbattiti per quello che vuoi, che se lo vuoi veramente lo ottieni. Cosa ti senti di dire a chi vuole seguire questa strada?

Che è dura ma ci sono anche momenti belli, sinceri, gente in gamba che incontri nel tragitto con il quale puoi fare nuove esperienze.

Prossimi progetti, mostre, collaborazioni?
Dunque il 17 novembre farò un talking alla fondazione Bevilacqua La Masa qui a Venezia a cura di Maria Morganti, dove racconterò il mio lavoro, il mio viaggio. Di sicuro dipingerò, sono sempre aperto a collaborazioni o progetti.

Vivi solo di questo?
Ti dirò, se fossi in un altro paese riuscirei.
Qui non è fattibile, di fatto faccio due lavori diversi per pagarmi le bollette.
Ma non mollo.

Ringraziamo Francesco per questa piacevolissima chiacchierata e vi lasciamo visitare il suo sito www.francescoliggieri.com
Foto di Daniele Fiori e Ester Baruffaldi.