Vanessa Beecroft e l’anima di marmo

Vanessa Beecroft, artista genovese che da tempo vive in America. Il 4 settembre ha dato vita, ad una performance in cui venti corpi nudi di donna posavano assieme a corpi scolpiti nel marmo all’interno degli antichi Studi Nicoli di Carrara.
Noi abbiamo raggiunto una delle venti ragazze, semplicemente per chiederle quali sensazioni ha provato nel far parte di un’opera d’arte.

Ciao Nicoletta, come sei arrivata a questa esibizione?
Sono venuta a conoscenza della performance consultando il sito di Repubblica Firenze.
Cercasi ragazze, per la nuova performance di Vanessa Beecroft a Carrara (Biennale della scultura).

Suppongo tu sia una ammiratrice della Beeroft, quali sensazioni hai provato a posare per un’artista che stimi?
Seguo Vanessa da molti anni ritrovando nei suoi lavori il mio senso artistico, il mio sguardo interpretativo. Conoscere un’artista va al di là dell’incontro fisico con la persona. La conoscenza e la condivisione sono emozioni che nascono e si evolvono quando osservi un’opera, quando riesci a guardare con gli stessi occhi, quando riesci a condividere un modo di sentire e rappresentare la realtà; ecco in tutti quegli istanti si è già in contatto con l’artista. Vivere questa esperienza è stato per me continuare questo dialogo sensitivo con Vanessa.

È rimasta immutata la simpatia artistica che nutrivi nei confronti della Beecroft?
Non si parla tanto di simpatia ma piuttosto di empatia. Vanessa è molto professionale e concentrata, possiede una capacità di isolarsi da tutto ciò che ha attorno, tecnici e quant’altro, per concentrarsi su di noi ed insieme a noi. Ho trovato in lei una forma di dolcezza apparentemente invisibile che poteva essere scambiata per una certa freddezza.

La performance è durata parecchie ore tra preparazione shooting e esposizione al pubblico, come hai vissuto tutte queste ore di nudità e di voyerismo collettivo?
Nella maniera più naturale possibile. Trovo che il nudo femminile rappresenti la perfetta armonia delle forme. Essere nuda è stato per me una piccola parte del lavoro. Caratterialmente sono fuori da certi meccanismi del pudore. La nudità in questa occasione è stata per me la componente di un disegno creativo, una linea della scenografia.

Hai potuto cambiare posa in queste ore?
In linea di massima no, soprattutto durante lo shooting dove Vanessa ha fatto delle riprese e delle foto che saranno poi il materiale finale del suo lavoro. Durante la performance c’era maggiore libertà. Potevamo muoverci se sentivamo un estrema necessità, ma sempre con estrema dolcezza e lentezza nel trovare altre posizioni.

Che statua eri?
Nessuna. Non c’era nessun intento interpretativo, nessuna aspirazione ad esser come statue. La performance non aveva questo fine. Dovevamo essere libere di sentirci noi stesse, era un insieme di corpi viventi e non.

Ti sentivi di marmo o di carne?
Mi sentivo me stessa quindi direi di carne. Avvertivo il mio corpo, il suo peso e la capacità di poter mantenere un equilibrio non solo fisico ma anche mentale. E’ un processo di conoscenza dei propri limiti. Certamente il corpo non regge senza un lavoro mentale. Forse è questa la differenza tra noi e la statua di marmo.

Cosa ti ha lasciato questa esperienza? Ora che sei un’opera d’arte, oggettivamente (e soggettivamente) davanti agli sguardi di un pubblico, le differenze, i confronti con le altre statue ti spaventano?
No. Il confronto non esiste quando si decide di prendere parte ad un certo tipo di performance. Anzi si acquista consapevolezza ed una certa felicità, almeno nel mio caso. Essere parte di un’opera d’arte che hai sempre guardato trovando in essa un tuo modo di interpretare la realtà è gratificante. E’ un traguardo emotivo profondo.

Cosa guardava il pubblico?
Non saprei dirtelo con precisione. Sicuramente io avrei guardato l’insieme scenografico. Credo che sia naturale cercare di cogliere un colpo d’occhio su un quadro vivente. Poi è ovvio che un corpo come una statua possono colpirti più di altri. La scelta di una prospettiva visiva è innaturale.

E tu cosa guardavi?
Non guardavo, ero come un pensiero.
Nell’immobilità prolungata acquisti un doppio sguardo, uno sguardo introspettivo su te stessa e una sguardo immateriale, impalpabile verso l’esterno; è stata una narrazione silenziosa, intensa. Durante le ultime 4 ore (performance aperta al pubblico) sono passata da uno stato di avvertimento del dolore ad uno stato di adattamento del corpo. Diventa tutto un equilibrio mentale, fisico, quasi un cullarsi inconscio.