Un tè con i Piano for Airport

I Piano for airport (Lorenzo, Massimo, Stefano e Marco) nascono nella cantina di nonno Ezio e nonna Olga nell’estate del 2007, per poi stabilizzarsi nella formazione definitiva negli ultimi mesi dello stesso anno. Iniziano subito le prime sessioni che conducono alla registrazione del Much more EP che vede la luce nel dicembre 2008.
Il 2009 si apre con l’attività live che oltre a promuovere la prima produzione del gruppo, permette ai Piano for airport di inserirsi nel circuito indipendente della capitale. La band ha il piacere di suonare con gruppi quali Metùo, La calle mojada, Dolcevena, Bar noir, Mcnamara playground heroes, Ecko kiri.
All’inizio del 2010 esce Another sunday on saturn, primo album della band, registrato al Soundclub Recording di Marino con la co-produzione di Ernesto Ranieri.
Un disco che conferma quanto di buono avevano già lasciato intuire con i tre singoli di Much more EP. Anche questa volta le sonorità sono contemporanee con quel pizzico di nostalgico passato che non guasta mai, anzi. Quello che c’è da aspettarsi da questo disco lo mettono subito in chiaro con la prima traccia We are coming up with a light jump. Un preludio psichedelico di un minuto e dodici secondi (un inevitabile susseguirsi di ricordi ed emozioni) interrotto solo dal corposo giro di basso di Overturn the lap. Il resto del disco è un piacevole alternarsi di atmosfere melodiche tipicamente ballad, come Ghosts and pillows, a composizioni sicuramente più azzardate come Tired eyes.
Ascoltando la loro musica non abbiamo resistito alla tentazione di conoscerli meglio e appagare la nostra consueta curiosità.
Domanda ormai di rito: come avete scelto il vostro nome?
Cercando suoni e strumenti interessanti, ci siamo imbattuti in questo plug-in “piano for airport”. Il suono era orrendo, ma il nome c’ha colpito subito. A suo modo dice molto sullo stile della nostra musica.

Artisti italiani cantano in inglese. Nel vostro caso, perché questa scelta?
E’ stato un percorso naturale, da subito le linee vocali sono uscite fuori in inglese, con semplicità e naturalezza. Frutto evidentemente dei nostri ascolti, dove i cantati sono quasi esclusivamente in inglese.

Il vostro album un mix ben riuscito di vari generi. Un modo di accontentare un po’ tutti o semplicemente l’eccentricità fa parte del vostro modo di suonare?
L’intento è cercare di far confluire le diverse attitudini di tutti i componenti senza mediarle troppo fra di loro e senza snaturalizzare l’idea di partenza. A volte ci riesce…

Qual’è la soddisfazione più grande che avete ottenuto in questi anni?
Quando finalmente non è stato il gruppo a cercare le serate ma gli addetti ai lavori a contattarci, in bei locali o anche fuori da Roma come ci è successo poco tempo fa.

Delusione invece?
Sicuramente quando i contesti in cui si suona si rivelano non all’altezza dell’impegno che ci mettiamo; tra l’altro accade spesso in questi casi che non ricevi alcun tipo di feedback, sia pure sotto forma di critica negativa, da parte del pubblico, che forse è la cosa più demoralizzante.

La critica ha accolto abbastanza bene la vostra musica. Sappiamo però, che molto spesso critica e pubblico ragionano in maniera differente. Che riscontro avete avuto quindi, con i vostri fan?
Fa sempre piacere ricevere apprezzamenti ed incoraggiamenti da chi vive nell’ambiente. Tuttavia va detto che tra le persone che ci seguono che ce ne sono diverse che fanno musica o che comunque sono molto competenti: stiamo molto attenti perciò al modo in cui “rispondono” alle cose che scriviamo e diamo molta importanza ai loro consigli . Questo per dire che i nostri fan non hanno solitamente un approccio all’ascolto molto differente da quello della critica per così dire “ufficiale”.

Com’è la scena musicale romana? E’ difficile trovare posti dove suonare?
A Roma c’è una scena musicale molto ampia, tanti gruppi e tante idee. I locali ci sono ma purtroppo non molti all’altezza della qualità delle band e garantiscono raramente un pubblico proprio. Succede spesso che sono i gruppi a fare l’interesse del locale e non viceversa (o quantomeno non è un rapporto bilanciato).

E il circuito musicale indipendente, è poi così indipendente?
Innanzitutto bisogna intenderci sul senso di “indipendente”.
Il mercato musicale e le major ormai creano i propri prodotti in casa. Tutto ciò che rimane fuori da questa dinamica è per forza di cose indipendente, in modi diversi ma sempre indipendente. Etichette indipendenti, distribuzioni indipendenti, autoproduzioni, sono tutte realtà che convivono nella scena italiana e sopravvivono con pochissimi soldi. Il problema principale è la mancanza di cultura musicale, e la situazione va solo che peggiorando. Purtroppo quindi accade spesso che la proposta indipendente è una necessità mascherata da virtù.

Nelle vostre tracce si può facilmente distinguere sua maestà sintetizzatore. La domanda è d’obbligo: analogico o digitale?
La scelta di contaminare la nostra musica con l’elettronica comporta un utilizzo sempre maggiore del digitale. Per tutto quello che riguarda sintetizzatori, loop e batterie elettroniche per il momento lo privilegiamo vista la sua duttilità e le ampie soluzioni che offre, ma nulla esclude in futuro un crescete uso di sintetizzatori e altro materiale analogico. D’altra parte però prestiamo un’attenzione minuziosa anche ai suoni di chitarre e di basso che al contrario hanno una connotazione esclusivamente analogica.

Dovete scegliere una traccia per la promozione del vostro album. Quale scegliete?
Probabilmente “Overturn the lap” è una buona sintesi del nostro lavoro.

Meglio la cantina nonno Ezio e nonna Olga, o una sala prove tutta bella e agghindata?
La cantina di nonno Ezio e nonna Olga dopo estenuanti lavori è diventata una sala prova bella e agghindata.

Una domanda che abbiamo già fatto in passato, ma che ci piace ripetere. Potete far resuscitare solo uno tra Freddy Mercury, Syd Barrett e Ian Curtis. Chi scegliete?
Non diremmo tutti e 4 la stessa cosa. Mino Reitano?

Strano, forse neanche troppo. Molti artisti, gruppi agli esordi si distinguono per voglia di suonare, sperimentare, in una parola passione. Poi arrivano i primi contratti, i primi concerti, i primi soldi, e tutto cambia, diventa tutto banale, monotono. Qualcosa di già sentito e risentito. Non ci farete mica anche voi brutte sorprese, in futuro?
Non crediamo. Contratti ancora non se ne vedono, i primi concerti sono passati da un bel po’. I soldi (pochi) se ne vanno per migliorare e incrementare la strumentazione. Diciamo quindi che abbiamo le credenziali giuste per fare ancora bella musica e lavori originali.

Quindi, come vi vedete tra 10 anni?
Più paffutelli e con una strumentazione migliore.

Molto probabilmente chi vi sta leggendo non vi conosce, vi sta scoprendo solo adesso. Dategli un buon motivo per cui dovrebbero conoscervi meglio e soprattutto ascoltarvi.
Facciamo così: se ci arrivano almeno 20 richieste per la spedizione del nostro disco dalle vostre parti veniamo a suonare lì a nostre spese!

Ringraziarli è doveroso, come sempre, e doveroso è invitarvi ad ascoltare la loro musica visitando il sito www.pianoforairport.com