Perfomer’s customs & Menswear borderline

Per la stragrande maggioranza della popolazione globale, parlare di moda equivale a parlare di sfilate e modelle anoressiche. Moda al femminile, insomma.
E’ vero, negli ultimi decenni anche gli uomini hanno preteso, e conquistato, la loro fetta di torta, ma un retaggio socioculturale molto forte fa sì che quando si tratta di moda maschile ci si ritrovi sempre a pensare a certi abiti, certe giacche, la camicia, la cravatta; il nome del marchio cui ci si vota diventa espressione del proprio stile.
Chi di fashion ne mastica un pò, sa che il menswear è un settore delicato, per certi versi difficile e per altri divertente, in continua crescita ma con i “limiti creativi” che il background culturale di cui sopra impone.

Asher Levine è uno di quelli che dei limiti se ne fa beffa e, anzi, li supera; rappresenta inoltre uno dei migliori esempi dell’evoluzione di uno stylist, esponente per eccellenza dell’estetica della moda, in stilista.
Ai più il suo nome verrà in mente legato a quello di Lady Gaga, una degli artisti per cui crea e customizza capi unici (è sua la discussissima biker-jacket-camiciadiforza con cui è stata vista in giro la cantante); Asher, però, è dalla tenera età di 10 anni che crea abbigliamento maschile (e per creare intendiamo disegno e realizzazione dei singoli capi). Allora partecipava a gare di confezione, sia a livello regionale che nazionale; in seguito si trasferisce a New York, dove studia e inizia a lavorare nel fashion business, come stylist appunto, cosa che gli permette di sviluppare un grandioso quanto estremo senso estetico.

Le sue collezioni sono il risultato e lo specchio di questo percorso: di assoluta rottura rispetto ai canoni del menswear politically correct, per materiali, per tagli, per il gusto. Le sue creazioni: una sorta di spandex, quasi abbigliamento da palestra, per un uomo moderno mortalmente sexy. Collezioni relativamente piccole, in cui il capo che segue è più forte del precedente, ma allo stesso tempo ogni pezzo trova la sua ragion d’essere, per comunicarsi da sè, rimanere individuale e soprattutto ben distinto (e distintivo).

Piace? Non piace? A ognuno il suo pubblico e il suo mercato. Ma come sempre, nel bene o nel male, l’importante è che se ne parli, e non abbiamo dubbi che di Asher Levine e del suo lavoro si parlerà ancora.