Intervista collettiva. Part 3

intervista collettiva design happy pork

Ci siamo, questa esperienza è giunta al termine. Vi proponiamo infatti la terza ed ultima parte di “Chiediamolo ai designer”, un tentativo speriamo ben riuscito di intervista collettiva.
Noi possiamo ritenerci soddisfatti essendo riusciti a raccogliere impressioni e testimonianze di personalità differenti sia per ubicazione geografica che per tipologia di professione svolta, e adesso buona lettura.

Questo è quello che vi abbiamo chiesto:

  • Nome?
  • Attualmente residente?
  • Titolo di studio?
  • Professione attuale?
  • Aspettative al momento di intraprendere la carriera da designer?
  • Aspettative, prospettive attuali?
  • Puoi ritenerti soddisfatto/a dalla tua attuale situazione?
  • Il design dovrebbe essere?
  • Invece è?
  • Quali sono le maggiori difficoltà che hai incontrato o che tuttora incontri?
  • E’ fondamentale a tuo avviso la formazione scolastica per esercitare la professione?
  • Favorevole o contrario all’istituzione di un ordine professionale (albo) dei designer?
  • In una recente intervista Enzo Mari ha detto : “si produce merda per il mercato della merda, il design è finito 30 anni fa…” cosa ne pensi a riguardo?
  • Abbandoneresti l’Italia per andare a cercare fortuna altrove?
  • Cosa vorresti veder cambiare?
  • Cosa suggeriresti a chi ti sta leggendo?
  • Quello che vorresti dire ma che non ti è stato chiesto?

E questo è quello che ci avete risposto:

  • Onice Design
  • A Sona, provincia di Verona
  • Laureato in Filosofia
  • Graphic Designer, libero professionista da 8 anni.
  • In realtà, come molti ventiduenni di allora -e di adesso- cercavo semplicemente di mettere in pratica una passione, più che un mestiere. Non avevo aspettative, se non “stiamo a vedere se riesco addirittura a mangiarci a fine mese”.
  • La creatività, specialmente in libera professione, richiede costante stimolo a migliorare. La mia prospettiva è di alzare la qualità dei clienti e degli studi con cui lavoro, ed avviare collaborazioni con altre realtà e colleghi del settore. Non penso ai soldi, intendiamoci: quelli che guadagno ora mi bastano. Penso alla qualità del mio lavoro e della mia soddisfazione personale e professionale.
  • La terrificante crisi mi ha toccato pochissimo: il lavoro, per quantità e qualità, è persino aumentato; c’è qualche difficoltà coi pagamenti, ma d’altronde non tutte le ciambelle escono col buco. Di questo sono molto soddisfatto. Lo sono meno dei miei clienti, dell’utilizzo delle mie capacità, delle persone di cui mi sono circondato: so e posso fare molto di più di quanto mi è richiesto adesso.
  • Comunicare con efficacia. Non con bellezza, non con gusto, non con soddisfazione.
  • Restare a galla litigando tra pesci piccoli.
  • La mancanza di consapevolezza, da parte del cliente, della professionalità del nostro mestiere. Tanti clienti tendono a considerare il mestiere del designer come una specie di tecnico informatico che conosce i nomi dei colori e ha un paio di immagini in archivio. E fargli capire che la comunicazione è un mestiere, e come tale c’è chi lo fa bene e chi lo fa male (anzi: c’è chi lo sa fare e chi non lo sa fare, esattamente come ogni professione), è sempre più difficile.
  • Assolutamente no. O meglio: la formazione scolastica è fondamentale per ogni cosa, incluso il mestiere di designer. Ma non deve per forza essere una scuola di design. La cultura è fondamentale, ecco, non la formazione specifica.
  • Non saprei. Ora come ora, mi sembra che gli ordini professionali e le associazioni di categoria in genere si occupino solo di spendere un po’ di soldi di rappresentanza e alzare la voce per le pensioni. Se fosse davvero diverso dai soliti albi, potrei essere anche favorevole.
  • Non sopporto i “padri” invidiosi e fuori tempo massimo che rimpiangono i bei vecchi tempi a suon di frasi fatte. Il mondo evolve, e man mano lascia da parte anche i migliori. E poi, anche fosse, persino la merda ha bisogno di essere venduta.
  • L’avrei dovuto fare molti anni fa, ma ero troppo incosciente per pensarci. E ora, non lo farei più.
  • La stessa cosa detta poco fa: la corretta percezione del nostro fare comunicazione da parte dei clienti.
  • Che non si lavora solo per i soldi.
  • Non improvvisate. Non scegliete a caso. Non siamo artisti, siamo designer. Sappiate motivare con serietà ogni virgola delle vostre proposte grafiche.
  • Alessandro Barison, abitudinicreative design studio.
  • A Padova.
  • Master in Design Creativo presso Scuola Italiana Design.
  • Imprenditore nel settore arredo ufficio e designer freelance.
  • In un contesto di piccola e media impresa strettamente collegato al territorio in cui opero, il nord est, il mio progetto da neo diplomato consisteva nel mettere a disposizione la mia decennale esperienza di imprenditore e le mie capacità di designer per far crescere il livello di project management e l’attenzione al design nelle aziende locali.
  • La contingente crisi economica e la consuetudine alla poca apertura alla novità da parte dell’imprenditoria locale, ha consentito di mettere in pratica i progetti e le idee di design management esclusivamente all’interno della mia azienda, senza poter dare maggior respiro al progetto come auspicavo.
  • I riconoscimenti ottenuti, in primo luogo la Menzione d’Onore al Design Management nella Micro Impresa ricevuto ai recenti DME Awards di Eindhoven, mi rassicurano sul fatto di aver agito al meglio. Purtroppo le risorse disponibili per gli investimenti sono sempre più esigue e fare innovazione, anche nel campo del Design Management, è sempre più complesso.
  • In primo luogo ricerca e progetto.
  • Sempre più spesso si confonde il design con lo stile.
  • Un modo di fare impresa troppo timido e reazionario, troppa attenzione alla speculazione, poca lungimiranza, un abbandono quasi assoluto da parte delle istituzioni, sia pubbliche che private, che non investono abbastanza nella creativià progettata.
  • Lo studio e la ricerca, a tutti i livelli, sono strumenti indispensabili per l’esercizio della professione. La scuola deve supportare la curiosità e dare stimoli, non limitandosi ad una formazione legata semplicemente al metodo.
  • Favorevole ad un organo che possa gestire strumenti di garanzia per il professionista e per il committente. Un albo dal sapore di casta è anacronistico e inutile. Le associazioni come ADI, con le loro attività, sono realtà migliorabili, ma un buon punto di partenza. Dovrebbero dare maggiore sistematicità alle loro attività di sostegno ai giovane designer.
  • Tutti i metodi espressivi, l’arte, la pittura, la fotografia, fino ad arrivare al design, quando abbandonano una fase d’elite per raggiungere uno status per così dire democratico, entrano in crisi. La diffusione del design ne ha dissolto la qualità di progetto trasformandolo in un fast food dello stile. Il design è morto, ma si può ancora decidere, come designer, di intramprendere la strada difficile e rischiosa del metodo, della ricerca e del progetto.
  • Abbandonerei l’Italia per contaminare e dare valore aggiunto al mio modo di fare design, ma ritornerei tra le mura di casa per metterlo in pratica.
  • La consapevolezza e l’intraprendenza. Siamo un popolo poco consaevole dei nostri pregi e dei nostri difetti, e con pochissima voglia di meterci in gioco veramente, me compreso…
  • Di non smettere mai di farsi delle domande, e di cercarne sempre con perseveranza le risposte.
  • Non mi è stato chiesto perché ho scelto di fare il designer. Il design è l’unica risposta alle mie domande di razionalità e sogno, l’unico sfogo all’ossimoro della mia anima.
  • Gessica Mendilicchio
  • Milano
  • Diploma di Arti Applicate e Disegno Industriale
  • Studentessa Accademia di Belle Arti di Brera facolltà di Design
  • Di riuscire a soddisfare le richieste del mercato sperando di farmi un nome.
  • Laurearmi e fare il master in Interior Yacht Design a Roma, sperando di trovare lavoro dopo.
  • Per ora non del tutto ma non voglio lamentarmi più di tanto.
  • Passione o almeno per me lo è…
  • Business
  • I concorsi truccati, i workshop dove le aziende non sono interessate realmente, per non parlare del fatto che copiano i progetti presentati.
  • Credo di si…io ho imparato e sto imparando tanto, poi è chiaro che la pratica aiuta molto…
  • Favorevolissima, dobbiamo essere una categoria protetta anche noi…
  • Non la penso uguale, forse c’è un modo diverso nell’approcciarsi alla progettazione, credo che di gente brava ce ne sia e che bisognerebbe lasciare spazio anche ai giovani, sono d’accordo con Mari quando si parla di mercato, non sempre viene prodotto il progetto migliore… spesso ci sono interessi di fondo…
  • Si, ma per brevi periodi, sono pro esperienza all’estero infatti se mi prendono dovrei partire per Valencia in Erasmus, ma l’Italia è l’italia, non potrei stare troppo lontana da lei.
  • non vorrei essere ripetitiva ma vorrei vedere più fiducia nei giovani alla fine siamo noi il vostro futuro…
  • Di non smettere mai di crederci anche quando le cose sembrano andare male…l’importante è la passione quella non deve mancare mai…
  • Vorrei fare una precisazione a mio parere molto importante, a tutte quelle persone che credono che il Design sia una forma sinuosa o un materiale diverso…a tutte quelle pubblicità che usano la parola Design solo perché passatemi il termine “fa figo” o alla gente che dice che il Design è il contrario di funzionalità…mi sono stancata di tutto questo, prima di parlare informatevi sull’argomento, perché parlate di una cosa che per molti è motivo di passione e amore.
  • Carmen Russo ( omonimia chiaramente)
  • Catania
  • Magistrali e poi IED Roma ‘92
  • Mamma H 24 + Imprenditrice + Designer
  • Elevate
  • Chi fa da se fa per tre
  • NO
  • Cogliere delle “cose” dove altri non vedono nulla, accorgersi di “cose” migliorabili o meglio utilizzabili, vedere altri usi per le” cose” attuali, usare quello che c’è disponibile per risolvere un “problema” dell’utenza.
  • Mmm. BELLA DOMANDA! È una bella copertina per vendere prodotti, in Italia almeno penso sia così per la maggior parte delle aziende. Per i designers che lavorano in esse pure, in quanto devono anche mangiare ma in cuor loro credono che non sia un rivestimento quindi sono essenzialmente frustrati tipo genii incompresi ed i free lance sono sulla stessa barca. Insomma mi chiedo c’è qlcuno che possa progettare una cosa utile, poco dispendiosa, facile da produrre, che risponda alle VERE esigenze delle persone? Ci ritroviamo con un sacco di cose inutili ad alto profilo progettuale che dentro non hanno nulla di vero design ( a mio avviso chiaro).
  • In passato: poca professionalità, scarsa voglia di pagare il giusto compenso, idee rubate. Oggi: nessuna voglia di investire in qualcosa di nuovo, mi si chiede di scopiazzare in giro. Il fatto di essere una donna fa presumere ai miei interlocutori di poter fare proposte di altra natura.
  • Direi di si, non perché le idee non possano venire a chiunque ma perché la scuola, la formazione è necessaria a saper tradurre quelle idee in cose fattibili e non in disegnini più o meno gradevoli
  • FAVOREVOLE non vedo cosa possa portare di negativo. Non lo penso come un club esclusivo ma come un ordine con delle regole basilari in cui potersi muovere meglio nel mercato.
  • Il mio maestro preferito è Munari e alcune delle sue citazioni le trovo pertinenti alla domanda: “Quando tutto è arte niente è arte” “Quando qualcuno dice: questo lo so fare anch’io, vuol direche lo sa rifare altrimenti lo avrebbe già fatto prima”. In sostanza sono d’accordo con Mari con delle eccezioni. Ma la colpa è dei designers? Del mercato? Della globalizzazione? Secondo me è della mancanza di coraggio e della fame che tutti abbiamo di pane prima e di riconoscimenti poi. Insomma mi chiedo se sia nato prima l’uovo o la gallina.
  • Non ho il coraggio di una scelta simile a 40 anni e con le responsabilità di madre.
  • ll mondo? La mentealità delle persone? L’arroganza di chi “pensa” di gestire un potere? Vabbè facciamo una cosa più facile vorrei veder cambiare camicia al mio vicino di casa…esce per 7 giorni sempre con la stessa… ma mi sa che anche quella è un’impresa impossibile!
  • Di non farsi sangue marcio. La vita è una e le uniche cose che possiamo cambiare sono quelle che riguardano noi stessi, e solo con molta difficoltà ci riusciamo. Ma …se ognuno di noi fa un piccolo cambiamento gli altri, il mondo intorno a sua volta cambierà perché, ne sono certa, è tutto collegato.
  • Geograficamente la tua posizione influisce sul tuo essere design? SI .

That’s all folks.

Per la prima parte dell’intervista clicca qui e per la seconda invece clicca qui.
Ringraziamo ovviamente tutti per la collaborazione e per averci “regalato” pochi minuti del loro prezioso tempo. Presto altre succulente novità, continuate a seguirci. Keep in touch and be Happy.