Un tè con Jacopo Zibardi.

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E’ venuto a farci visita nel nostro salotto virtuale Jacopo Zibardi, un giovane designer milanese.
Si presenta agli addetti ai lavori nel 2006 quando scrivendo a Ettore Sottsass esprime la sua insoddisfazione e disagio nei confronti di un design succube del mercato e dell’industria, lamentando di come la formazione ricevuta negli anni universitari, sia sviante per i futuri progettisti tanto da allontanarli dai propri ideali e dalle problematiche sociali.
Ancora oggi continua a nutrire amore per il “buon” design proponendo stimoli in chiave ironica, sarcastica attraverso le sue divertenti vignette che vedono protagonisti bOzii e MOo.
Non volendo anticiparvi altro vi lasciamo gustare la piacevole chiacchierata con Jacopo.

Jacopo, Bozii e Moo, chi sono e con chi stiamo parlando adesso?

bOzii è un giovane designer ma di lui emergono soprattutto le caratteristiche dei giovani. E’ presuntuoso e incosciente, ingenuo e gran sognatore, ma fa molto affidamento sui consigli di MOo che è tutto l’opposto. Ha la giusta esperienza, sa dare buoni consigli e un po’ si diverte a riprendere bOzii. Queste due personalità potrebbero coesistere, sicuramente sono presenti in me e le custodisco con molta gelosia.

Alla fatidica domanda “cosa fai nella vita” tu cosa rispondi?

Sulla carta di identità c’è ancora scritto studente, mi piacerebbe tenerlo per tutta la vita. In fondo un mestiere come il nostro è un continuo studio, in realtà faccio tutto ciò che è nuovo, mi piace scoprire e sperimentare qualsiasi cosa. Amo le nuove sfide.

Ci racconti in breve l’anedotto che vede coinvolti te, Ettore Sottsass e Domus?

Dopo aver letto gli “Scritti” di Sottsass mi aspettavo un certo tipo di design, poi quando ho iniziato a frequentare l’università mi sono accorto che quel design che andavo cercando era il sogno di una sola persona, così decisi di scrivere la mia delusione proprio a Sottsass e lui mi chiamò per dirmi che avevo ragione. Poi Domus ha deciso di pubblicare la mia lettera. Design è una parola troppo piccola per contenere tutte le sue sfaccettature.

Vivere per il design o design per vivere?

Vivere è una parola grossa. Ci sono molte cose più importanti del design per cui valga la pena vivere. Se devo guadagnare il pane quotidiano, allora  preferisco farlo grazie alla passione per il design.

Leggendo/ascoltando tue precedenti interviste, dichiarazioni ci è parso di capire che credi nella responsabilità sociale del design, è corretto?

Il design deve essere al servizio dell’uomo, quando parlo di “design sociale” tutti pensano alle tende per i senzatetto o alle ruote per trasportare l’acqua che vanno benissimo ma sono progetti che forse occupano lo 0,1% del mondo del design.  Per me vuol dire aver rispetto per chi compra, per la persona nella sua complessa integrità con una dignità progettuale che vada oltre il guadagno, che comunque ci deve essere perché non siamo benefattori.
Faccio sempre un esempio: chi ha più rispetto per il proprio cane una donna di New York che fa la permanente e dipinge le unghie al proprio barboncino o un padrone scozzese che dispensa carezze solo come premio e fa dormire il proprio cane da lavoro nella stalla?

Si può avere successo mantenendo una propria integrità/coerenza?

Qualsiasi persona vive e può arrivare al successo mantenendo una certa coerenza con i propri valori, bisogna solo capire quali siano.

Ti ripropongo una domanda che abbiamo già fatto ad altri designer, ovvero Enzo Mari in una recente intervista sostiene che si produce merda per il mercato della merda, e che il design sia morto ormai 30 anni fa. Tu cosa ne pensi a riguardo?

C’è un fondo di verità e tanta fatica per rimanere a galla.

Il design e la produzione in generale devono quasi sempre scendere a compromessi con il mercato, non sarebbe più giusto il contrario? Non sarebbe giusto rieducare l’utente rendendolo più attento e responsabile?

L’utente non ha bisogno di essere rieducato, e per utente intendo me e te e io non mi sento affatto da rieducare. Penso invece che le aziende sono sempre un passo indietro rispetto ai clienti e lo sono perchè si basano sulle certezze senza avere il coraggio di osare e sperimentare.

Efficace, efficiente e piacevole. Cosa ti suggeriscono questi 3 aggettivi?

Mi suggeriscono “ottima progettazione”: quasi un miracolo e tanto lavoro.

Quindi, estetica o funzionalità?

Sulla parola estetica non c’è molto da discutere, è sulla parola funzionalità che si può aprire un dibattito. Sul vocabolario la parola funzionale significa: che adempie alle funzioni per cui è stato progettato. Quindi se progettassi una sedia su cui non ci si può sedere, ma facendolo con coscienza e ottenessi tale scopo allora quella sedia è funzionale. E’ un dato di fatto: in ogni progetto deve esserci funzionalità ed estetica altrimenti diventa altro. E se sei fortunato, in questo bizzarro mondo, sbagli completamente un progetto che diventa un pezzo di design.

Un progetto che ti piace particolarmente o che ti sarebbe piaciuto realizzare?

Il lifestraw, brutto a vedersi, ma ha tanta umanità dietro anche se non ha mai ricevuto un riconoscimento dal mondo del design.

Intraprendenza, cosa significa per te questa parola?

Significa non aver mai paura di mettersi in gioco e di fare cose nuove anche se sembrano pericolose, inoltre per essere intraprendenti e non incoscienti bisogna rubare il mestiere, osservare chi è più bravo di te e cercare di carpirne tutti i segreti.

Progetti, idee per il presente e/o futuro?

Le mie idee nascono dalla lettura del presente e cercano di incontrare il futuro.

E’ il tuo giorno fortunato, puoi esprimere un desiderio, cosa chiedi?

Che l’Inter vinca la Champions League.

Nella speranza sia risultata piacevole anche per voi, ne approfittiamo per ringraziare Jacopo per la chiacchierata e vi invitiamo a visitare il suo sito personale www.boziidesign.com dove oltre maggiori informazioni potrete trovare le altre vignette di bOzii e Moo.