Intervista collettiva. Part 1

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Design, design e ancora design. Tutti ne parlano, tutti ne sparlano. Ma cosa sarà mai?
Abbiamo provato a scendere in “strada” per chiederlo a chi il design lo vive realmente tutti i giorni, a chi lo affronta in quanto professionista o aspirante tale. Abbiamo voluto dar voce a tutti coloro che vivono un design fatto di passione e sacrificio, volendo trascurare nomi noti o altisonanti che ormai si preoccupano più dell’ immagine, che di quello che è diventata o sta diventando la loro professione.
Vi proponiamo in queste pagine il risultato, una sorta di intervista collettiva.

Questo è quello che vi abbiamo chiesto:

  • Nome?
  • Attualmente residente?
  • Titolo di studio?
  • Professione attuale?
  • Aspettative al momento di intraprendere la carriera da designer?
  • Aspettative, prospettive attuali?
  • Puoi ritenerti soddisfatto/a dalla tua attuale situazione?
  • Il design dovrebbe essere?
  • Invece è?
  • Quali sono le maggiori difficoltà che hai incontrato o che tuttora incontri?
  • E’ fondamentale a tuo avviso la formazione scolastica per esercitare la professione?
  • Favorevole o contrario all’istituzione di un ordine professionale (albo) dei designer?
  • In una recente intervista Enzo Mari ha detto : “si produce merda per il mercato della merda, il design è finito 30 anni fa…” cosa ne pensi a riguardo?
  • Abbandoneresti l’Italia per andare a cercare fortuna altrove?
  • Cosa vorresti veder cambiare?
  • Cosa suggeriresti a chi ti sta leggendo?
  • Quello che vorresti dire ma che non ti è stato chiesto?

E questo è quello che ci avete risposto:

  • Angelo BUCCI
  • Pescara, Abruzzo
  • Laurea in Architettura, Ordinamento CEE, Indirizzo Disegno Industriale
  • Designer libero professionista e docente di Design presso l’Università Europea del Design di Pescara
  • Le mie aspettative erano di intraprendere un percorso in un ambito creativo e professionale che dava spazio ai giovani in quanto portatori di idee nuove, immaginavo di potermi confrontare con aziende che mi avrebbero dato la possibilità di esprimere la mia capacità di immaginare scenari futuri, nuovi modi di vivere, nuovi prodotti, conoscere nuovi modi di produrre, nuovi materiali, sperimentare insomma. Immaginavo un percorso fatto di molti sacrifici ma in un ambito meritocratico.
  • Le mie aspettative, ora, sono buone soprattutto grazie alla mia passione per l’insegnamento; ma per quanto riguarda la progettazione, le prospettive sono pessime. Vedo le aziende sempre più chiuse alla cultura del progetto e sempre più inclini a pagare stilisti noti per fasi pubblicità, come se pagare un designer fosse l’equivalente di uno spot televisivo. Vedo la figura del progettista sempre più nascosta dietro quella dello stilista e le aziende non danno fiducia ai giovani progettisti proprio per questa “confusione”.
  • Ripeto, sono soddisfatto per l’insegnamento, che amo, ma ho pochissime soddisfazioni dalla progettazione che è tutto il mio modo di vivere. Se dovessi vivere solo di progettazione, correre dietro alle aziende, continuare a fargli capire il plusvalore del prodotto design oriented e fargli intendere il lavoro alle spalle di un progetto…bhé, credo sarei in seria difficoltà, come detto, perché manca la cultura del progetto.
  • Qui potrei scrivere un libro ma cerco di essere più sintetico possibile. Il design è cultura, cultura del progetto e anche cultura in generale. Il prodotto è un “testo” capace di raccontare quale è la nostra capacità tecnologica, come vive la nostra società, quali sono i nostri gusti e tantissime altre cose; per questo motivo il ruolo del designer è fondamentale. La capacità di comunicazione del prodotto di design permette di veicolare messaggi che vanno ben oltre il semplice stile, il design dovrebbe essere cosciente di questo valore enorme e sfruttarlo per migliorare la vita a tutti. Il vero progetto di design è un progetto aperto che porta innovazione e non ferma il ragionamento da cui l’innovazione nasce, al fine di sviluppare nuovi ragionamenti in altri progettisti, come fosse una open source in continua evoluzione.
  • Solo stile! Come negli anni 30, quando gli americani inventarono lo styling per vendere di più dopo la crisi del ’29, rendendo, in maniera prematura, obsoleti i prodotti affinché le persone li rinnovassero più velocemente. Ecco, non è cambiato nulla, abbiamo più tecnologia, materiali, metodi di produzione, ma il progetto è sempre e solo veicolato verso lo stile perché lo si può far invecchiare velocemente e quindi sostituirlo. Il design oggi è, per la maggior parte, esercizio di stile e non cultura del progetto.
  • Come raccontavo prima, le maggiori difficoltà da me incontrate nella libera professione sono dovute a quel misunderstanding che confonde il designer con lo stilista. Le aziende sono terrorizzate dai designer perché ci vedono come pazzi sclerotici che danno in escandescenze per un colore! Non sanno che il designer è un CONSULENTE SVILUPPO PRODOTTO, uno che segue il prodotto dal concept alla sua immissione sul mercato, progettando, confrontandosi con la produzione, il marketing e tutti gli altri settori coinvolti nello sviluppo, svolgendo una attività di gestione del progetto per ottimizzarne tutti gli aspetti (design management). Invece siamo visti come quelli che fanno uno schizzo su un tovagliolo durante una cena ed il lavoro finisce li!
  • E’ fondamentale! Non lo dico solo perché sono un docente, ma perché a creare questa confusione di cui ho appena parlato, è stato proprio un atteggiamento sbagliato da parte di quelle strutture atte a formare i designer. Forse solo una nuova impostazione didattica degli enti formativi può risolvere alla radice questo misunderstanding. In più già troppi stilisti con poca capacità di sviluppo prodotto si spacciano per designer, meglio che ci siano le scuole a formare per bene una figura professionale che, come accennato, ha la possibilità di essere un elemento culturale fondamentale per la società odierna.
  • Ho una laurea in Architettura e ne vado fiero ma non mi sono mai iscritto all’Albo. Ritengo sia una congrega elitaria che allontana il professionista dalla realtà sociale che vive. Sono i miei studi e la mia capacità di progettista a darmi il mio titolo, insomma, il titolo va guadagnato sul campo e non attribuito da qualcuno dietro pagamento.
  • Non amo essere troppo disfattista, però è parzialmente corretta come visione. Intendo che, in realtà, ci sono progetti molto interessanti che girano, parlano di una cultura, di una società pensante, ma i canali dove ottengono visibilità, purtroppo, sono pochissimi e di nicchia. A trovare un mercato (e il designer vive se ha un mercato) sono le solite cose, nella maggior parte dei casi, e queste rientrano nella categoria sottolineata dal grande Enzo Mari.
  • Ho 34 anni (quasi 35), ho studiato fuori per qualche tempo ed ho visto una grande differenza tra l’Italia ed il resto del mondo: i giovani hanno voce in capitolo e sono incentivati a ricercare, a sperimentare. A volte ho pensato di andarmene, di riiniziare conscio delle mie capacità e forse lo avrei fatto se non avessi iniziato ad insegnare. L’insegnamento, oggi, mi da la possibilità di formare progettisti veri che, forse, un giorno cambieranno il nostro paese, che, per quanto malato, resta la culla della nostra cultura. Così, da qualche anno, quando mi viene voglia di trasferirmi, penso che se ci trasferissimo tutti l’Italia non cambierebbe mai…e allora tanto meglio restare e cambiarla!
  • Semplicemente, e molto in generale, vorrei che le persone che veramente hanno a cuore la società, l’ambiente, la cultura, si guardassero in faccia, politici, artigiani, industriali, e si rendessero conto che stanno rubando la vita a milioni di giovani che hanno tanto da fare e da dire, a milioni di uomini e donne carichi di conoscenza, volontà e spirito di sacrificio, che sarebbero capaci di tanto e sono ridotti al nulla solo per motivi speculativi. Vorrei che un venticinquenne non fosse più trattato come un ragazzino imbecille ma come un uomo che può iniziare a costruire il futuro, perché il futuro è suo e non di chi oggi ha ottant’anni!
  • Di approcciare al design come ad un viaggio, una cosa che inizi ma non vuoi finire mai, fatto di tappe, di momenti di stasi, ma sempre pronto a ripartire con la curiosità di indagare al di là di quello che vedi oggi, progettando un futuro diverso ogni giorno. Il progetto, come dice Calvino in “ti con zero”, è una spirale aperta che deve sondare tutti i possibili “finali della storia” per poi decidere cosa togliere, cos’è inutile. Perché il progetto è un percorso di sottrazioni, non scelgo una forma ma di non utilizzare altre forme che quella, non scelgo un materiale ma capisco che gli altri materiali non darebbero lo stesso risultato, etc.. Per questo motivo dovete esplorare sempre, perché più la vostra esplorazione è aperta, più il progetto sarà corretto nelle sue scelte e, nello stesso tempo, manterrà in se la possibilità di ragionamenti successivi (open source).
  • Che, nonostante tutto, credo nelle nuove generazioni e nella capacità, arrivati ad un certo punto, di capire che è ora di mettersi in marcia verso il proprio futuro. I nuovi progettisti saranno quelli del dopo crisi e torneranno alla cultura del progetto, dando uno “schiaffo morale” al grande Enzo Mari che, sono certo, sarà felice di riceverlo!
  • Luca Taccardi
  • Vagabondo tra Puglia/Toscana/Piemonte
  • Laurea in design industriale, product design.
  • Designer freelance
  • Tanti sogni, e la voglia di coltivare le mie passioni.
  • Raggiungere i miei obiettivi.
  • Direi di no, mendicare per lavorare, credo sia frustrante per tutti, non solo per i designer.
  • La concretizzazione razionale dell’idea.
  • Un intercalare pubblicitario.
  • La negazione del confronto. E’ triste vedere come ci troviamo in una situazione dove non solo non vieni ascoltato, ma non ti danno la possibilità di farti ascoltare. Si evita il confronto a priori.
  • Assolutamente si. La professionalità te la da solo una buona formazione, e tanta esperienza. Non si può e non deve improvvisare altrimenti il risultato è quello a cui stiamo assistendo.
  • Decisamente contrario. Ci sono tante troppe caste, e solo l’idea di crearne un’ennesima mi terrorizza. Andrebbero eliminate tutte, per lasciar spazio ad una selezione meritocratica che invece è del tutto assente.
  • Credo che la sua affermazione sia un pò l’emblema e il paradosso della situazione attuale. Se una persona come lui, culturalmente preparata, si sente in dovere di affermare ciò, come possiamo biasimare allora tutti coloro che non si sentono stimolati ad investire sui giovani, sulle innovazioni, sul presente o sul futuro?
    Lui ne sentenzia la morte, perchè il design l’ha conosciuto, però ci sono tanti altri che non sanno neanche della sua nascita, non sanno neanche cosa sia il design.
    Si produrrà merda questo è vero, ma è l’eredità che ci stanno lasciando loro, i nostri “padri” e i loro anni rampanti fatti di speculazione incosciente; sono loro che hanno dato il via alla produzione della merda e massificato il mercato, e noi certamente stiamo dando il nostro contributo. Adesso però, è arrivato il momento di svegliarsi e reagire altrimenti tra 30 anni ci sarà un altro Mari che ripeterà le stesse identiche parole e vorrà dire che nulla è cambiato.
  • E’ una delle mie aspettative/prospettive attuali, un desiderio, sperando non diventi una necessità.
  • Tutto. Stiamo vivendo di stereotipi, luoghi comuni, frasi fatte e status symbol.
  • Di tornare a vivere la propria vita e non quella degli altri.
  • Che le cose possono cambiare se lo vogliamo, ma evidentemente nella nostra mediocrità ci accontentiamo di quello che è e non di quello che potrebbe o dovrebbe essere.
  • Alice
  • Pistoia
  • Diploma di laurea in Disegno Industriale (prodotto d’arredo).
  • Commessa showroom di arredo per esterni (sto iniziando in questi giorni) e istruttrice di nuoto (per arrotondare e per piacere).
  • Prima di iniziare l’università non avevo aspettative, non ci pensavo ancora al mondo del lavoro. Ho iniziato a realizzare solo durante gli studi, ma non ho mai avuto chiaro cosa avrei voluto fare esattamente in questo campo.
  • Ecco… ad essere sincera non lo so ancora! Non riesco proprio ad avere una visione chiara delle mie reali capacità e aspirazioni, e per questo non mi è stata abbastanza utile l’università come invece credo avrebbe dovuto essere. Sono state più utili le brevi esperienze di lavoro avute, ma spero di capirlo ancora meglio con questa nuova attività.
  • Non sono ancora in grado di valutare perché ho appena iniziato, ma sembra interessante e sembra potermi aprire diverse opportunità per realizzarmi e dare spazio alla creatività.
  • Alla portata di tutti, utile, originale, ben studiato.
  • Talvolta accessibile a pochi, spesso non studiato come si deve.
  • In primo luogo trovare opportunità lavorative, in secondo luogo trovare opportunità lavorative RETRIBUITE!
  • Assolutamente si. Ma con molte modifiche, prima fra tutte un rapporto più diretto con le aziende.
  • Favorevole.
  • Non ha tutti i torti, ma non sempre è così. Ci sono ancora molte menti geniali in giro, solo che non trovano il modo di esprimersi, anche per colpa della crisi economica attuale.
  • Assolutamente si. Ho provato, ma purtroppo non sapevo come muovermi all’estero non avendo conoscenze… e forse non abbastanza spirito d’intraprendenza e convinzione.
  • L’università, il mondo del lavoro. La politica italiana. Non ci siamo proprio. E anche la visione generale delle cose di molti ragazzi italiani, così… “close-minded”.
  • Scappa all’estero e fai nuove esperienze, se non altro saranno utilissime a livello personale. In Italia viviamo con i paraocchi e invece i giovani devono imparare ad aprire le loro menti, è una cosa fondamentale.
  • Questa domanda è la più bella che mi abbiano mai fatto e ora che mi è stata fatta… non so che dire! Panico!!

To be continued…

Questa è solo la prima parte della chiacchierata. E’ stata divisa in spezzoni per non appesantire troppo la lettura.
Se sin qui vi è piaciuta e siete curiosi di leggere il seguito, stay tuned, prossimamente su questi schermi.