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	<title>Enquire &#187; musica</title>
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	<description>Born to be curious</description>
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		<title>Un tè con i Ronin</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Feb 2012 09:00:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Irene Gasparello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Musica + Cinema + Teatro]]></category>
		<category><![CDATA[intervista]]></category>
		<category><![CDATA[italia]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
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		<description><![CDATA[Intervistare i Ronin è sicuramente un’esperienza piacevole: innanzitutto, perché stiamo parlando di una band che con l’ultimo album ha reso [<a href="http://www.enquire.it/2012/02/07/ronin-intervista-fenice/" title="Continua a leggere"><strong>read more</strong></a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Intervistare i <strong>Ronin</strong> è sicuramente un’esperienza piacevole: innanzitutto, perché stiamo parlando di una band che con l’ultimo album ha reso felici tutti, pubblico e critica. Inoltre, le risposte del gruppo non sono mai accomodanti, proprio come le loro canzoni, territori difficili da esplorare ma pur sempre affascinanti. Nel presentarvi <strong>Fenice</strong>, un album di fotografie tutto da sfogliare, vi lasciamo immergere in questa rarefatta “era del fuoco”.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2012/02/Ronin-1.jpg" alt="" title="Ronin 1" width="500" height="500" class="alignleft size-full wp-image-17686" style="padding-top:10px;"/></p>
<p><strong>Ronin, ovvero, una sorpresa venuta direttamente dal panorama indie italiano: le sonorità che vi appartengono non vi legano certo alla tradizione indipendente del nostro paese. Nei vostri lavori si avverte una necessità di sperimentare forse più rintracciabile oltremanica che qui da noi. È così?</strong></p>
<p>Se con “oltremanica” intendevi l’ Inghilterra, non credo che la sperimentazione abbia da quelle parti un luogo privilegiato rispetto ad altri. Cosa ti fa pensare che sia così? La musica indipendente è noiosa ovunque, perché è fatta da gruppi che emulano altri gruppi, invece di cercare una propria strada. In una minoranza di casi l’emulazione è solo un passaggio per poi giungere ad una propria personalità. Nella maggior parte dei casi invece è quello che è: un hobby.</p>
<p><strong><em>Fenice</em></strong><strong>, che rinasce dalle proprie ceneri. Come mai questo titolo? D’altronde, <em>L’Ultimo Re</em> già aveva goduto di un più che discreto successo di pubblico, difficile pensare ad una (ri)partenza sotto questo punto di vista.</strong></p>
<p>È una cosa legata soprattutto a vicende interne al gruppo. Dopo l’abbandono dell’ (ex)batterista Enzo Rotondaro volevo sciogliere la banda, invece gli altri mi hanno convinto a ripensarci, e siamo ripartiti con una carica che mi ha ricordato il nostro primo disco, ed in generale l’energia di un gruppo all’esordio. L’Ultimo Re è un disco di cui siamo orgogliosi, ma non so quanto sia stato recepito. Anche in questo senso c’era un desiderio di ripartenza.</p>
<p><strong>In questa vostra ultima fatica l’ispirazione “morriconiana” a cui fate riferimento è ancora più percettibile rispetto ai vostri lavori precedenti. Ultimamente stiamo assistendo – lontano dall’Italia, però – a diversi esperimenti di questo tipo, pensiamo agli Still Corners, ma ce ne sarebbero molti altri. Il vostro progetto non è altrettanto giovane, ha più di dieci anni. Secondo la vostra esperienza, quali sono le band che stanno camminando su territori musicali simili ai vostri, e li stanno esplorando bene?</strong></p>
<p>Non conosco gli Still Corners, sono appena andato a sentirmeli su Bandcamp e non ho trovato alcunché di morriconiano, né di vicino ai Ronin, ma ammetto che non avevo mai ascoltato il gruppo e magari non ho ascoltato i pezzi giusti. Ripeto, non amo pensare che in Italia sia tutto nero e all’estero tutto splendente. In Italia abbiamo grandi gruppi strumentali riconosciuti anche all’estero come <em>Guano Padano</em>, <em>Giardini di Mirò</em>, <em>Calibro 35</em>, <em>Larsen</em>, <em>Zu</em>, e tanti altri.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2012/02/Fenice.jpg" alt="" title="Fenice" width="500" height="500" class="alignleft size-full wp-image-17687" style="padding-top:10px;"/></p>
<p><strong>È interessante notare come ciascuno di voi lavori anche ad altri progetti, e come magari siano state proprio queste altre collaborazioni ad attirarvi gli uni agli altri, fino a stabilire la formazione attuale. In particolare cosa ha portato Paolo Mongardi (già ZEUS!, Jennifer Gentle, Il Genio) ad unirsi a voi?</strong></p>
<p>Con la mia etichetta (la defunta Bar La Muerte) ho prodotto il primo album degli Zeus!. Questo mi ha permesso di conoscere Paolo. Essendomi trasferito non lontano da dove vive lui, è stata la prima persona a cui ho pensato per sostituire Enzo. Per fortuna ha accettato. Certamente il far parte di altri gruppi, l’avere progetti anche in campo sperimentale o estremo, sono requisiti fondamentali per essere un Ronin. E’ una cosa che ci unisce e permette a ciascuno di capire meglio il linguaggio degli altri.</p>
<p><strong>Parlare di ispirazione quando si fa riferimento a musica strumentale è senz’altro difficile. Il vostro caso però pare anomalo: i brani contengono un sottotesto puramente teso al titolo del pezzo. Chiarificatore l’esempio di <em>Spade</em>: i rintocchi delle lame vengono quasi “onomatopeizzati”, se così si può dire. Frutto di un progetto voluto? Quale tipo di impegno richiede una composizione così precisa?</strong></p>
<p>Dare il titolo a pezzi strumentali è difficile. Se sei troppo esplicito, rischi di rovinare all’ascoltatore la sorpresa, il “viaggio personale” che ha il diritto di farsi lasciando volare la fantasia. Bisogna quindi in qualche modo “dire e non dire”. Oppure si può lanciare un messaggio preciso, come abbiamo fatto ne L’Ultimo Re, con titoli che richiamavano all’anti-autoritarismo ed all’anarchia.</p>
<p><strong>Dei vostri brani è bella anche la materialità: gruppo d’atmosfera sì, ma sempre fortemente attaccato agli oggetti (<em>Selce</em>), o ai panorami (<em>Benevento</em>). Se doveste legare il vostro suono, fortemente rarefatto, a qualcosa di concreto, cosa sarebbe? Quale immagine vi viene in mente?</strong></p>
<p>Per i primi 3 dischi abbiamo legato il nostro suono all’acqua, con Fenice siamo entrati nell’Era del Fuoco.</p>
<p><strong>Da poco è partito il vostro nuovo tour, che vi porterà in giro per l’Italia, ma non solo. Tra le date potete annoverare serate a Vienna, Praga, Berlino, Bruxelles. Forse a livello internazionale qualcosa si sta muovendo e il prodotto confezionato non basta più? Anche all’estero c’è un ritorno all’artigianalità, magari rivalutata in questi tempi di crisi?</strong></p>
<p>Abbiamo sempre suonato anche all’estero. Può darsi che qualcosa si stia muovendo nella direzione che dici, sarebbe bello! Sapremo dirtelo al nostro ritorno, ma non mi farei troppe illusioni: il prodotto confezionato vince ancora.</p>
<p><strong>Vogliamo lasciarvi con una domanda incentrata proprio sul concetto di artigianalità in ambito musicale: vi sentite un po’ dei sarti quando lavorate ai vostri brani? In effetti, date suono a delle idee, armonizzate gli strumenti.</strong></p>
<p>Forse non esattamente dei sarti, questo lo lascio ad <em>?Alos</em> col suo album <em>Ricamatrici</em>. Nemmeno dei fabbri, quella è una sensazione che ho come batterista degli OvO, ma non come chitarrista dei Ronin. Non saprei, lego davvero molto il comporre coi Ronin alle immagini, forse siamo dei fotografi. O suona troppo pretenzioso?</p>
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		<title>C&#8217;e&#8217; disagio tour 2012</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Jan 2012 14:00:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Verdiana Salvatelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte + Fotografia + Graphic]]></category>
		<category><![CDATA[2012]]></category>
		<category><![CDATA[esposizione]]></category>
		<category><![CDATA[installazione]]></category>
		<category><![CDATA[milano]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
		<category><![CDATA[tortona]]></category>

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		<description><![CDATA[Inizia il conto alla rovescia per il via del primo appuntamento di C&#8217;è disagio tour 2012. Sabato 28 gennaio Toylet [<a href="http://www.enquire.it/2012/01/17/ce-disagio-tour-2012-toylet-ma/" title="Continua a leggere"><strong>read more</strong></a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Inizia il conto alla rovescia per il via del primo appuntamento di <strong>C&#8217;è disagio tour 2012</strong>.</p>
<p>Sabato 28 gennaio <strong>Toylet Mag</strong> in collaborazione con <strong>Associazione Culturale Spazio Concept</strong> presenteranno questo progetto che propone di unire musica, sperimentazione audiovisiva, cinema indipendente e arte. Giovani scrittori del panorama letterario italiano si esibiranno in un live twitting attraverso citazioni, commenti e foto che verranno proiettate sulle pareti di Spazio Concept, questa location situata in Zona Tortona (Milano), è concepita come un centro polifunzionale, punto di riferimento in ambito culturale per artisti, curatori e amanti delle arti si distingue per la sua versalità nell&#8217;ospitare manifestazioni che variano dalla musica, all&#8217;arte.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2012/01/poster-ce-disagio-tour.jpg" alt="" title="poster-c&#039;e`-disagio-tour" width="500" height="600" class="alignleft size-full wp-image-17176" style="padding-top:10px;"/></p>
<p>Dalle ore 19.00 tra buffet indie e live-set, si inizierà proiettando <em>everything is a remix </em>una video series del regista newyorkese Kirby Ferguson che indaga i fenomeni culturali di massa, secondo il quale nulla è originale ma è un &#8216;remix&#8217;. Prenderanno vita installazioni e live painting di cui uno che ha come protagonista Chisesi. A cura di Matteo De Simone, autore di <em>denti guasti</em> muovendosi su un tappeto sonoro creato da Stefano Gilardino, giornalista e scrittore che presenterà la serata. Il live set verrà aperto dalla band Hikobusha, a cui segirà la show dei Magellano, band eclettica di Genova e gli Useless Wooden Toys durante il quale si esibirà anche Celia in un gioco video dall&#8217;onirico al funk più colorato.</p>
<p>Maggiori info: <a href="http://www.spazioconcept.org/" target="_blank">www.spazioconcept.org</a> &#038; <a href="http://www.toylet.it/" target="_blank">www.toylet.it</a></p>
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		<title>Musica, Arte e Moda. Intervistando SGC N-Y-C</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Dec 2011 06:28:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Irene Gasparello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Moda + Tendenze]]></category>
		<category><![CDATA[arte]]></category>
		<category><![CDATA[fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[grounge]]></category>
		<category><![CDATA[Jimmy De Sana]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
		<category><![CDATA[new york]]></category>
		<category><![CDATA[punk]]></category>
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		<description><![CDATA[SGC N-Y-C, non sono lettere accostate a caso, dal significato oscuro. E&#8217; il nome di un marchio americano dall&#8217;anima profondamente [<a href="http://www.enquire.it/2011/12/21/musica-arte-e-moda-intervistando-sgc-n-y-c/" title="Continua a leggere"><strong>read more</strong></a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.sgcny.com/" target="_blank"><strong>SGC N-Y-C</strong></a>, non sono lettere accostate a caso, dal significato oscuro. E&#8217; il nome di un marchio americano dall&#8217;anima profondamente rock. Oggi facciamo quattro chiacchiere con Jason, lo stilista di questo brand che ha vestito, tra gli altri, Dee Dee delle Dum Dum Girls. <em>Appeal</em> grunge, linee <em>casual</em>, una visione artistica estremamente contemporanea, sono questi elementi che fanno di SGC N-Y-C un mondo adatto dal quale attingere per andare ad un concerto e divertirsi, comodi e con stile.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-16597" style="padding-top: 10px;" title="SGNYC_H9" src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/12/SGNYC_H9.jpg" alt="" width="500" height="333" /></p>
<p><strong>Raccontaci la storia del tuo marchio, com&#8217;è nato, quando e come si è sviluppato.</strong></p>
<p>E’ nato dalla necessità di realizzare qualcosa, non puoi giudicare se non crei.</p>
<p><strong>Le tue creazioni sono caratterizzate da colori neutri e soft, come bianco, nero, grigio e blu e da linee morbide e semplici da indossare. Uno stile abbastanza casual, quali sono i materiali con cui preferisci lavorare per conferire semplicità e leggerezza?</strong></p>
<p>Ad essere sincero i materiali migliori sono probabilmente quelli organici. E’ pressochè impossibile utilizzare materiali che non abbiano alcun impatto sull’ambiente, ma al giorno d’oggi sono state realizzate fusioni fantastiche e i materiali organici sono più leggeri e duraturi che mai.</p>
<p><iframe style="padding-bottom: 10px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 10px;" src="http://player.vimeo.com/video/26927675?title=0&amp;byline=0&amp;portrait=0" frameborder="0" width="500" height="281"></iframe></p>
<p><strong>Quali sono gli stilisti a cui fai riferimento, quelli che hanno influenzato maggiormente il tuo modo di vedere la moda?</strong></p>
<p>Mia nonna. Ha fatto la sarta per 50 anni.</p>
<p><strong>Com&#8217;è il tuo cliente, a quale genere di personalità ti riferisci quando progetti le tue collezioni?</strong></p>
<p>Ci sono tantissime ragazze vestite magnificamente a New York, e noi cerchiamo di partire da lì. Mai esigenti, allo stesso tempo non vogliono passare inosservate.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-16595" style="padding-top: 10px;" title="SGCNYC_H13" src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/12/SGCNYC_H13.jpg" alt="" width="500" height="333" /></p>
<p><strong>Ti avvali spesso della collaborazione di diversi stylist e blogger. Inoltre, nella vostra cartella stampa, si può notare un forte interesse per SGC NY da parte del mondo del web. Internet ha facilitato la promozione della tua attività? Che rapporto hai con le varie tecnologie?</strong></p>
<p>Prima di cominciare quest’impresa non avevo Facebook, Twitter, nè altro del genere. Ero veramente contrario. Avevo questa mentalità ma vedere il supporto che si è generato poi è stato fantastico. Non abbiamo uno store, ma parlo tantissimo con i nostri clienti. Questo mi spinge ad andare avanti perché quando inizi ad instaurare un rapporto con le persone non vuoi più lasciarle.</p>
<p><strong>SGC NY è un brand fortemente connesso, oltre che alla musica, al mondo dell’arte. Quali sono i tuoi artisti preferiti? Hai mai creato un abito utilizzando come riferimento un’opera d’arte?</strong></p>
<p>Musica, arte e moda sono legate tra loro, c’è sempre molta interazione. Io sono più influenzato dalla fotografia e dall’arte di strada che dalla pittura. Ad esempio mi piace Jimmy De Sana, che è stato una figura chiave nella scena della East Village Punk Art negli anni ’70 e ’80. La sua fotografia è stata descritta come Anti Art per il suo modo di catturare immagini del corpo umano, in una maniera che va dal “selvaggiamente esplicito al puramente simbolico”.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-16598" style="padding-top: 10px;" title="SGNYC_H11" src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/12/SGNYC_H11.jpg" alt="" width="500" height="333" /></p>
<p><strong>SGC NY ha un&#8217;anima molto rock, ultimamente hai collaborato con Dee Dee delle Dum Dum Girls. La musica influenza molto il tuo lavoro? Quali sono i gruppi e i cantanti che ti ispirano maggiormente?</strong></p>
<p>La musica è davvero alla base della nostra interpretazione della vita. Sono cresciuto a New York e pensavo di essere un piccolo punk rocker ed è lì che tutto è iniziato. Noi amiamo Dee Dee e la musica delle Dum Dum Girls. Ho visto il loro show con i The Crocodiles al Bowery Ballroom per CMJ e sono stati tutti fantastici.</p>
<p><strong>Vista la tua collaborazione con vari artisti, pensi che la comodità dello <em>streetstyle</em> possa confluire nell’<em>haute couture,</em> o che sia proprio lo <em>streetstyle</em> l<em>’haute couture</em> del futuro?</strong></p>
<p>Forse un paio di anni fa avrei detto che lo streetstyle stava prendendo piede sull’alta moda, oggi non ne sono più sicuro. Lo stile personale e lo <em>streetstyle</em> saranno sempre più versatili dell’alta moda mentre l’alta moda sarà sempre più indietro. Oggi però, tramite Internet, l’alta moda sta prendendo piede e i blog la ammirano. Ma le ragazze che leggono i blog non possono permettersi dei capi così costosi. Prendono l’ispirazione e apportano delle modifiche. E’ un ciclo che non mi interessa veramente.</p>
<p><img class="alignleft  wp-image-16594" style="padding-top: 10px;" title="SGCNYC_H6" src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/12/SGCNYC_H6.jpg" alt="" width="500" height="333" /></p>
<p><strong>Quali altre collaborazionei sogni di fare in un futuro prossimo? E perchè..</strong></p>
<p>La più grande soddisfazione che traggo dal mio lavoro è la gente che incontro, oltre che le persone con cui lavoro. Sono tutti pieni di talento e mi danno la carica ogni giorno. Per questo lavorerò con tutti coloro che mi permetteranno di continuare con questo atteggiamento.</p>
<p><strong>Quali sono i capi che non devono mai mancare nell’armadio di una rockstar (o di chiunque voglia sentirsi tale, almeno per un giorno)?</strong></p>
<p>Qualsiasi cosa in pelle, cosa c’è di più rock and roll?</p>
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		<title>Henrik Vibskov, Fashion Leggenda</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Dec 2011 06:58:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele Moricci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Moda + Tendenze]]></category>
		<category><![CDATA[classico]]></category>
		<category><![CDATA[menswear]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
		<category><![CDATA[scandinavia]]></category>
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		<category><![CDATA[stilismo]]></category>

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		<description><![CDATA[Parlare di Henrik Vibskov è complesso, come lo è la sua creatività: poliedrica, ispirata e invasiva. Laureatosi nel 2000 alla [<a href="http://www.enquire.it/2011/12/08/henrik-vibskov-fashion-leggenda/" title="Continua a leggere"><strong>read more</strong></a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Parlare di <strong>Henrik Vibskov</strong> è complesso, come lo è la sua creatività: poliedrica, ispirata e invasiva. Laureatosi nel 2000 alla Central St. Martins di Londra, Henrik si immerge immediatamente nel suo universo fatto ad arte, raccogliendo i consensi del mondo artistico e diventando subito una leggenda.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-16352" style="padding-top: 10px;" title="henrik vibskov_1" src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/12/henrik-vibskov_1.jpg" alt="" width="500" height="500" />A partire dal 2003, le sue collezioni sfilano d&#8217;obbligo alla Paris Men&#8217;s Fashion Week come unico designer scandinavo; a seguire, arrivano le sue attesissime partecipazioni ad eventi di stile tra i quali lo Swiss Textile Awards, il Japan Expo, il Lung Art Iceland Festival &#8211; per citarne alcuni &#8211; consolidando la sua consapevolezza come designer. Stilista per uomo ai suoi esordi, qualche anno più tardi trova spazio per la moda al femminile con l&#8217;aiuto della sua compagna universitaria Maja Brix. Le sue creazioni attirano l&#8217;attenzione di star come M.I.A, Devendra Banhart, Bjork, Kanye West, Sigur Rós e molti altri.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-16353" style="padding-top: 10px;" title="henrik vibskov_2" src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/12/henrik-vibskov_2.jpg" alt="" width="500" height="350" />Henrik, da sempre impegnato nell&#8217;arte come nella moda, rimane discreto e disinteressato ai clamori glamour da copertine patinate, ma resta difficile passare inosservati se si ha un curriculum di tutto rispetto che vanta una certa genialità in campo stilistico, artistico e musicale e un cospicuo numero di premi vinti, tra cui il Beck’s Student Future Prize nel 2000, il Danish Design Council Award nel 2007 e il Præmieringen da parte del Dansh Arts Foundation nel 2009.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-16354" style="padding-top: 10px;" title="henrik vibskov_3" src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/12/henrik-vibskov_3.jpg" alt="" width="500" height="350" />Non è tutto. Visionario, eclettico, talentuoso e sperimentale, con una sensibilità accentuata e multiforme, Henrik spazia nel contemporaneo universo creativo, dividendo il suo genio e la sua passione tra i pregiati tessuti dei suoi abiti, tra i suoni elettronici della sua musica e le raffigurazioni estreme dei suoi elaborati scatti.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-16355" style="padding-top: 10px;" title="henrik vibskov_4" src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/12/henrik-vibskov_4.jpg" alt="" width="500" height="350" />Finalizzato il suo composito lavoro stagionale di stilista, infatti, Vibskov diventa girovago batterista elettronico per la band Trentemøller ed espone le sue vivide e paranoiche composizioni fotografiche al MoMa di New York, al Palais de Tokyo a Parigi e allo Zeeuws Museum di Middelburg, Olanda. La sua arte è così forte e compiuta da renderlo unico nel suo genere.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-16356" style="padding-top: 10px;" title="henrik vibskov_5" src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/12/henrik-vibskov_5.jpg" alt="" width="500" height="350" />La collezione <em>menswear</em> FW2011 non smentisce la qualità e la ricercatezza del <em>concept</em>che sta dietro ogni suo lavoro, mixando elementi sportivi a pezzi eleganti dal richiamo ottocentesco. I parka sgargianti sono accostati ai <em>leggins</em>, le camicie classiche a giacconi <em>over</em>. A delineare il profilo estroso dei capi sono gli accessori: colorati, stravaganti e unici, come le scarpe stringate coperte da maglia a costine e gli ipnotici occhiali &#8220;da visita oculistica&#8221; uniti a cappelli retrò. Le sue collezioni dai richiami classici con stilismi estremi e futuristici rimangono ancora esclusive, per questo Henrik Vibskov è in vendita solo in store selezionati a New York, Tokyo, Hawaii, Mosca, Seul, Copenaghen e Oslo.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-16357" style="padding-top: 10px;" title="henrik vibskov_6" src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/12/henrik-vibskov_6.jpg" alt="" width="500" height="350" />Un assaggio del suo stile, però, è disponibile nella boutique ufficiale della factory creativa di Vibskov, che contiene anche una selezione attenta dei migliori brand emergenti. Visitate <a href="http://www.henrikvibskovboutique.com" target="_blank">www.henrikvibskovboutique.com</a> per regalarvi un piccolo acquisto online, oppure <a href="http://www.henrikvibskov.com" target="_blank">www.henrikvibskov.com</a> per saperne di più su questo eccezionale personaggio e sui suoi progetti.</p>
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		<title>Sideshow Alley, musica tra i vicoli di Melbourne</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Nov 2011 09:30:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sebastiano Piras</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un vicolo rustico nella città di Melbourne, una chitarra ed una voce che grazie all’acustica risonante concessa dalla viuzza sommersa [<a href="http://www.enquire.it/2011/11/21/sideshow-alley-musica-tra-i-vicoli-di-melbourne/" title="Continua a leggere"><strong>read more</strong></a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un vicolo rustico nella città di Melbourne, una chitarra ed una voce che grazie all’acustica risonante concessa dalla viuzza sommersa dal buio, sembra uscire da uno studio di registrazione. <strong>Gareth Liddiard</strong>, il cantante della band australiana The Drones, qui in veste di solista, è uno dei diversi <em>acts</em> che hanno preso parte a <strong>Sideshow Alley</strong>, il progetto made in Australia, che celebra la musica dal vivo con una produzione video altamente professionale.<br />
Il progetto nasce con lo scopo di riprendere tutti gli artisti che si esibiranno nei vicoli di Melbourne, in Australia (e non solo), filmandoli mentre eseguono una canzone, con una sola registrazione, senza ordine del giorno o prove prestabiliti. Imponendo la location, il tempo e restrizioni di tecnologia, vien fuori da ogni artista un lato diverso e sincero, un po’ nello stile del sito francese <em>Blogothèque</em> e di tutta quella filosofia basata sulle music sessions estemporanee, i cosiddetti “one-take music video shoots”.<br />
Sideshow Alley è una collaborazione tra <strong>Dave Budge</strong>, il fotografo e art director <strong>Ty Johnson</strong> ed il tecnico del suono <strong>Selwyn Cozens</strong>. Sul sito ufficiale si può trovare una scheda relativa all’esibizione di ogni artista, con informazioni sulla crew che ha permesso di girare il filmato, la locandina scaricabile gratuitamente, la location su Google Maps e, ovviamente, il video dell’esibizione con una breve descrizione dell’accaduto ed un’introduzione all’artista. Noi di Enquire, sempre curiosi, ne abbiamo parlato con Ty per saperne di più.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/11/sideshowalley_2.jpg" alt="" title="sideshowalley_2" width="500" height="350" class="alignleft size-full wp-image-16056" style="padding-top:10px;"/></p>
<p><strong>Com’è iniziato tutto? È stato difficile mettere insieme tutti questi registi, fotografi e tecnici del suono?</strong><br />
L’idea di Sideshow Alley è nata una sera in cui Dave ed il sottoscritto stavamo guardando una band locale di Melbourne, <em>The Tiger And Me</em>. Come ex-colleghi di un’agenzia creativa digitale, avevamo parlato spesse volte di lavorare di nuovo insieme ad un video musicale. Così abbiamo contattato la band e discusso su alcuni concetti del filmato, e tutti sono stati d’accordo sul fatto che un’ottima presentazione sarebbe stata quella di catturare una performance dal vivo in un vicolo nelle vicinanze, prima di intraprendere la realizzazione di un vero videoclip. Lavorando nel settore creativo commerciale, avevamo costruito buone amicizie con molti professionisti nelle aree della produzione cinematografica, della fotografia e dell’ingegneria del suono. Melbourne è una comunità molto aperta per quanto riguarda le arti, così non è stato difficile mettere insieme un team iniziale di amici tutti disposti a contribuire al progetto. Con la pianificazione di questo video nel vicolo, rapidamente trasformatosi in quello che è ormai diventato uno dei nostri episodi più strutturati, abbiamo deciso di incontrarci col musicista solista <strong>Isaac de Heer</strong>, per una prova sul posto. Dopo aver esplorato diverse località per questi primi due filmati, era diventato chiaro che c&#8217;erano vicoli a sufficienza e  una varietà di artisti disposti a considerare questo collettivo come un progetto in corso. Sebbene Dave e io venissimo entrambi da un background di arti visive, il feedback iniziale evidenziava l’impatto che la nostra registrazione del suono dal vivo conferiva alle immagini. Abbiamo subito compreso l’importanza di avere come amico Selwyn Cozens ed il suo apporto professionale alla qualità del suono.<br />
<strong>In cosa consiste il vostro progetto? L’avete definito come “the labour of love”. Perciò la gente dovrebbe aspettarsi un gruppo di creativi no-profit che mettono l’arte al primo posto?</strong><br />
Il nostro processo di post-produzione passa attraverso diversi livelli di feedback all’interno del team, prima che il lavoro finito venga reso pubblico. A noi tutti interessa innanzitutto mantenere alto il livello qualitativo. Essendo indipendenti, siamo fortunati dal momento che abbiamo pochissime restrizioni nella creazione dei filmati. Senza implicazioni commerciali, gli episodi vengono curati minuziosamente quando il tempo lo permette e non sono limitati da scadenze o vincoli creativi. Naturalmente, siamo molto consapevoli di dover rappresentare gli artisti in maniera accurata e nel miglior modo possibile, e  questo rappresenta un buon compromesso creativo. La maggior parte degli artisti che si sono esibiti hanno fornito un riscontro molto positivo. Con l’accento posto sulla creazione di video che siano belli e capaci di &#8220;catturare il momento&#8221;, la ricompensa viene da chi ci segue rispondendo positivamente e dal sapere che gli artisti sono felici del risultato.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/11/sideshowalley_3.jpg" alt="" title="sideshowalley_3" width="500" height="350" class="alignleft size-full wp-image-16057" style="padding-top:10px;"/></p>
<p><strong>Questo “labour of love” è sicuramente dispendioso. Così tante persone coinvolte meritano un riconoscimento per il tempo prestato. È sicuramente un duro lavoro, o no?</strong><br />
Trovare il tempo nelle nostre pianificazioni individuali è una delle sfide principali. Mentre la registrazione dell’episodio dura circa 30 minuti e ha un’interruzione minima, con la maggior parte della crew che ha impegni di routine e personali, il flusso di lavoro in post-produzione è particolarmente ristretto. L’<em>editing</em>, il <em>colour grading</em> ed il <em>sound mixing </em>richiedono molto tempo ed energia. Sebbene il nostro lavoro insieme non sia probabilmente così efficiente come desiderato, c’è un vero e proprio senso di orgoglio nel garantire che gli episodi vengano fatti nel miglior modo possibile. La nostra aspettativa è che il progetto resti senza fine di lucro, ma stiamo esplorando varie forme di finanziamento. Ognuno investe così tanto tempo e fatica che, anche se la ricompensa è sempre l’esposizione della nostra arte, sarebbe altrettanto bello rendere il nostro flusso di lavoro più efficiente e soprattutto realizzare contenuti più spesso.<br />
<strong>Avete avuto il privilegio di “ospitare” diversi artisti più o meno conosciuti. C’è stata un’esibizione in particolare che vi ha colpito? Se sì, quale?</strong><br />
Abbiamo gusti musicali differenti e ognuno di noi ha quindi il suo artista preferito. Nel ruolo di direttore musicale, ho avuto un bel peso nella selezione di tutti i nostri artisti, così è difficile individuare un performer in particolare. Come un padre orgoglioso, li amo tutti. Il nostro recente episodio con Gareth Liddiard è un grande esempio dell’impatto che un artista solista può avere: spogliato sino all’essenziale, il talento diventa palese. Esporre tale genio iconico australiano al resto del mondo è un privilegio di cui beneficiamo. È anche l’eterogeneità degli interpreti che offre la motivazione ad andare avanti: dal folk tipico del Texas, alle armonie del locale quartetto femminile, sino alla coreografia della Australian Ballet Company o il garage portoricano dei <strong>Davila 666 </strong>esibitisi<strong> </strong>su un tetto newyorkese. Con un inverno impegnativo alle spalle, ora abbiamo un portfolio di richieste più ampio della lista degli episodi già realizzati. <strong>Lissie</strong>, <strong>Architecture In Helsinki</strong>, <strong>Fitz</strong>, <strong>The Tantrums</strong> e i <strong>Gomez </strong>sono alcuni dei nomi in prossima uscita.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/11/sideshowalley_1.jpg" alt="" title="sideshowalley_1" width="500" height="707" class="alignleft size-full wp-image-16058" style="padding-top:10px;"/></p>
<p><strong>Parliamo di ipotesi. Qual è l’artista col quale vi piacerebbe collaborare per Sideshow Alley se poteste sceglierne uno e perché?</strong><br />
Durante le discussioni iniziali abbiamo parlato di alcune delle nostre band preferite. La mia lista includeva <strong>My Morning Jacket</strong>, <strong>The National</strong> e i <strong>Midlake</strong>. Questi ultimi, fortunatamente, erano in Australia per un tour e non molto tempo dopo hanno accettato di far parte di uno dei nostri primi episodi. Mi sarei fermato anche allora con il progetto per la felicità! Con questo mix di interessi musicali del nostro collettivo, abbiamo parlato delle nostre ipotetiche liste dei desideri. Dave sarebbe il tipico bambino nel negozio di caramelle, se artisti del calibro di <strong>Beyoncé</strong>, <strong>Arcade Fire</strong>, <strong>Journey</strong> o <strong>Madonna</strong> si mettessero in contatto con noi, mentre Selwyn potrebbe appendere le scarpe al chiodo dopo una telefonata di <strong>Van Halen</strong>!</p>
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		<title>Voluttuosi, accoglienti, vibranti: High Highs</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Nov 2011 12:00:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sara Marzullo</dc:creator>
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		<category><![CDATA[indie]]></category>
		<category><![CDATA[intervista]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
		<category><![CDATA[new release]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[rock]]></category>

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		<description><![CDATA[La sfortuna è che l&#8217;estate prima o poi finisce e tornano i lunghi giorni scuri, in cui il sole spesso [<a href="http://www.enquire.it/2011/11/17/voluttuosi-accoglienti-vibranti-high-highs/" title="Continua a leggere"><strong>read more</strong></a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La sfortuna è che l&#8217;estate prima o poi finisce e tornano i lunghi giorni scuri, in cui il sole spesso è solo un pallido ricordo. La sfortuna è che i ricordi svaniscono e lasciano solo qualche lieve traccia, una nostalgia fatta di pioggia e nebbie mattutine. La fortuna è che ogni tanto ti capita nelle orecchie la canzone giusta, quella che rende tutto più vivido, a colori – l&#8217;equivalente del miele nel tè, di un film dolce e desolante nei pomeriggi domenicali. Se gli <strong>High Highs</strong> fossero una condizione atmosferica sarebbero la nebbia prima del sole, la brina nelle giornate assolate e gelate.<br />
Di Sidney, ma trapiantati nella Grande Mela, Jack Milas (voce) e Oli Chang (<em>electronics </em>e <em>backing vocals) </em>insieme a Zach Lipkins (<em>percussioni</em>) hanno declinato al meglio le parole “breezy”<em> </em>e “floaty” in un pugno di canzoni che vorremmo ascoltare fino all&#8217;infinito.<br />
Figli legittimissimi dei Wild Nothing, di cui propongono una magnifica versione di <em>Live in dreams</em> che se non avete sentito, avete il dovere di rimediare, e di tutte le vostre indie band del cuore, gli High Highs ci concedono un po&#8217; di tempo per parlare con loro e scoprire qualcosa di più della loro <em>golden haze</em>, paragonandosi inaspettatamente a cereali cinesi da colazione.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/11/High-Highs-5.jpg" alt="" title="High Highs (5)" width="500" height="500" class="alignleft size-full wp-image-15920" style="padding-top:10px;"/></p>
<p><strong>Tutte le vostre recensioni iniziano parlando della qualità quasi materica delle vostre canzoni –una musica che è quasi, cito alcuni passi che vi riguardano, <em>un maglione comodo, un abbraccio </em>che sa di <em>miele: </em>è come se ci fosse bisogno di immagini, di oggetti per poterla descrivere. E voi? Se toccasse a voi per una volta scegliere cinque parole per definirla, quali sarebbero?</strong></p>
<p>Voluttuosa, accogliente, vibrata, morbida, ricca/nutriente<em>.</em></p>
<p><strong>Leggiamo che avete iniziato in Australia per poi spostarvi a NYC – In che modo siete stati influenzati da questi luoghi?</strong></p>
<p>New York è un caotico e confusionario<em> </em>spostarsi, un affaccendarsi continuo, una città in eterno movimento – è New York poi abbiamo incontrato anche il nostro talentuoso e affascinante batterista.</p>
<p>Come NY ha influenzato la nostra musica? Facciamo un paragone culinario e diciamo che la nostra musica è, per le sue caratteristiche, come una buona porzione di scuro <em>congee (un particolare tipo di porridge di riso, NdR) </em>contro il freddo <em>brisling (detto anche sprat, è un tipo di pesce che si mangia fresco o affumicato o sottolio, NdR) </em>di New York <em>- </em>qualcosa del genere, insomma.</p>
<p><strong>C&#8217;è una storia dietro al nome <em>High Highs</em>? Sembra collegarsi al sollevarsi, più su delle nuvole, proprio dove arriva la vostra musica. Per noi è come una dolce e calda brezza, una nebbia delicata che ti avvolge in una – per citare qualcosa che conoscete – <em>golden haze.</em></strong></p>
<p>Il padre di Jack amava una canzone che aveva sentito una volta, che si chiamava proprio <em>High Highs</em>. In più cantiamo con un tono di voce alto, <em>high</em> appunto.</p>
<p>Per quanto riguarda meteo e affini, a molte persone amano i cieli e noi non facciamo certo eccezione.</p>
<p><strong>Parliamo un po&#8217; dell&#8217;Ep. Quanto è durato il periodo di scrittura e registrazione?</strong></p>
<p>Le canzoni che trovate sul nostro Ep sono il frutto degli ultimi due anni di lavoro, in cui sono state scritte e prodotte. L&#8217;Ep uscirà il prossimo 21 Novembre in UK e negli States.</p>
<p><strong>Parlando di voi abbiamo intenzionalmente citato una canzone dei Wild Nothing, <em>Golden haze. </em>Come mai avete scelto di interpretare proprio la loro <em>Live in dreams</em>?</strong></p>
<p>Adoriamo i Wild Nothing e la nostra <em>Live in dreams</em> non è che la reinterpretazione di Jack – il nostro cantante – di una bellissima canzone.</p>
<p><strong>Come è stata la reazione alla vostra musica fino ad adesso? Si scrive che siete una delle (poche) felici eccezioni in cui l&#8217;<em>hype </em>è supportato dal talento.</strong></p>
<p>Abbiamo ricevuto supporto e incoraggiamento da alcune persone e istituzioni molto influenti – di questo non possiamo non essere felici e ritenerci fortunati – ci hanno aiutato moltissimo fino ad adesso.</p>
<p><strong>Una rosea foschia, nuvole, <em>flowers bloom &amp; horses – </em>la vostra è musica per sognare?</strong></p>
<p>Mi piace pensare che la nostra sia una musica con cui svegliarsi bene, senza esserne disturbati.</p>
<p><strong>Se poteste scegliere una grande band con cui condividere un tour, quale scegliereste?</strong></p>
<p>Uhm, sarebbe fantastico suonare con i Sigur Ros o magari Bon Iver.</p>
<p><strong>Se poteste scegliere un film in cui apparire, quale sarebbe?</strong></p>
<p>Baraka 2! <em>(Baraka è un film di R. Fricke, girato in 152 luoghi di 24 differenti paesi, da Il Cairo a Phoenix a Rio a Bali – NdR)</em></p>
<p><strong>Non si può non notare il contributo artistico di Samantha Casolari, la fotografa dietro la vostra bella cover. Chi si è occupato del resto dell&#8217;artwork?</strong></p>
<p>Il logo e il design del nostro Ep sono stati curati da Craig Redman – una persona meravigliosa.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/11/High-Highs-2.jpg" alt="" title="High Highs (2)" width="500" height="400" class="alignleft size-full wp-image-15919" style="padding-top:10px;"/></p>
<p>Il loro Ep esce il prossimo 21 Novembre in UK e States, ma potete ascoltarli sul loro <a href="http://www.myspace.com/highhighs" target="_blank">myspace</a>.</p>
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		<title>Un té con i Be Forest</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Oct 2011 10:00:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sara Marzullo</dc:creator>
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		<category><![CDATA[intervista]]></category>
		<category><![CDATA[italia]]></category>
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		<description><![CDATA[L’East Coast italiana come l’America: i Be Forest sono un trio di ventenni pesaresi che da un certo revival di [<a href="http://www.enquire.it/2011/10/17/un-te-con-i-be-forest/" title="Continua a leggere"><strong>read more</strong></a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L’East Coast italiana come l’America: i <strong>Be Forest</strong> sono un trio di ventenni pesaresi che da un certo revival di atmosfere darkwave e sensazioni da fine anni ottanta hanno tirato fuori una musica di sporca purezza e dotata del miglior citazionismo possibile.<br />
Li incontriamo al loro ritorno dal tour europeo per parlare di musica, padri, madri, Pesaro e distanze che si annullano.<br />
Foto di Alessandro Costantini.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/10/artwork-by-Cake-by-Cake-photo-by-Giacomo-Bracci.jpg" alt="" title="artwork by Cake by Cake  photo by Giacomo Bracci" width="500" height="500" class="alignleft size-full wp-image-15445" Style="padding-top:10px;"/></p>
<p><strong>Il freddo (&#8220;Cold&#8221;), la foresta (&#8220;Be Forest&#8221;): scegliete immagini che già delineano un certo orizzonte estetico e musicale. Se doveste scegliere tre parole per parlare di voi, quali sarebbero?</strong><br />
Non siamo bravi a parlare di noi,in realtà non siamo bravi a parlare in generale e obiettivamente preferiamo siano gli altri a giudicarci e a descriverci. Ma se dobbiamo fare uno sforzo:spontanei e riservati.<br />
<strong>Biografia in pillole. Ci raccontate un po&#8217; come nascono i Be Forest? Provenite da un&#8217;esperienza comune di lunga data o vi siete incontrati lungo i vostri cammini?<br />
Venite da Pesaro, non esattamente al centro del mondo &#8211; eppure con internet e il websharing le distanze si annullano. La provenienza geografica non influisce davvero più sulla popolarità di una band?</strong><br />
I Be Forest sono nati poco più di un anno fa. Dopo che io e Nicola abbiamo provato a creare un gruppo insieme ci siamo accorti che c&#8217;era qualcosa che mancava al nostro progetto e abbiamo avuto l&#8217;idea di chiamare Erica alla batteria che fino a quel momento conoscevamo solo di vista. Dalla prima prova è scattato un colpo di fulmine&#8230;ed eccoci ancora qui. Naturalmente Pesaro non è al centro del mondo ma ormai con le nuove tecnologie non è più un problema.</p>
<p><strong>Nelle vostre canzoni il testo è appena sussurrato, non si comprendono bene le parole, ma è quasi come se le si conoscesse a memoria. Come nasce una canzone dei Be Forest e di cosa parlano?</strong><br />
La linea vocale ed i testi di una nostra canzone nascono alla fine di tutta la creazione. Come abbiamo già detto più volte è impossibile spiegare i nostri testi. Sono pensieri,idee,domande che ognuno può interpretare come meglio crede. Quello che voglio dire è che per alcune persone possono sembrare tante parole a caso messe insieme senza un filo logico,per altre invece hanno un significato personale. La verità è che alcune volte non sappiamo nemmeno noi di cosa stiamo parlando o cosa vogliamo dire con precisione,ci nasce un idea e la buttiamo giù. Ognuno può interpretare come meglio crede le nostre parole e per noi è questo il bello.<br />
<strong>Data la possibilità di lavorare con un gruppo italiano e con un gruppo straniero &#8211; con chi vorreste collaborare?</strong><br />
Questa è una bella domanda. In verità non ci siamo mai chiesti queste cose molto probabilmente perché l&#8217;idea di una collaborazione con un GRANDE gruppo italiano o straniero è ancora molto lontana e troppo ambiziosa per i nostri pensieri che tendono ad essere sempre realisti,a volte anche troppo. Abbiamo già avuto l&#8217;opportunità di suonare assieme a dei grandi gruppi italiani e per adesso questo ci basta,per il futuro poi si vedrà con quelle che saranno le proposte, se mai ci saranno.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/10/Be-Forest-Alessandro-costantini-2.jpg" alt="" title="Be Forest - Alessandro costantini (2)" width="500" height="400" class="alignleft size-full wp-image-15446" Style="padding-top:10px;"/></p>
<p><strong>Tornate adesso da un tour europeo: quale accoglienza avete trovato? E quale è stata la data o l&#8217;episodio che nel bene o nel male non scorderete? E adesso dove suonerete?</strong><br />
Si, siamo rientrati da poco dal tour,è stata un esperienza bellissima e non c&#8217;è un episodio in particolare che ci sentiamo di raccontare perché ne lasceremo fuori un altro altrettanto speciale. Naturalmente non è stato tutto rose e fiori ma quando decidi di fare un tour all&#8217;estero lo metti in conto e alla fine passi sopra a cose che non avresti mai creduto. L&#8217;accoglienza è stata molto calorosa alcune volte talmente tanto che ci sentivamo quasi in imbarazzo. E adesso continueremo a suonare in Italia fino a fine Novembre,dopodiché ci fermeremo per lavorare al prossimo cd.</p>
<p><strong>Parlare di padri è sempre scomodo e a volte anche inutile, tuttavia i cugini e gli zii musicali non mancano mai &#8211; quindi nella vostra genealogia musicale, chi mettete?</strong><br />
<strong>Erica</strong>: le <strong>madri</strong> sono Kim Gordon e Bjork / i <strong>padri</strong> gli Altro e Christian Fennesz / gli <strong>zii</strong> i Melvins e My Bloody Valentine / i <strong>cugini</strong> i Maps and Atlases e altri mille<br />
<strong>Costanza</strong>: <strong>madre</strong> Allison Mosshart/ <strong>padri </strong>Nick Cave e Leonard Cohen / <strong>zii</strong> Antony and the Johnsons e Young Marble Giants.</p>
<p><strong>Se i Be Forest fossero un film: chi lo dirigerebbe? Quali attori e quale soggetto scegliereste? e chi curerebbe fotografia e locandine?</strong><br />
Se i Be Forest fossero un film alla regia ci sarebbe David Lynch. L&#8217;attrice sarebbe Elena Bonham Carter e come direttore della fotografia vorremmo Bertolucci &#8211; le locandine? quelle verrebbero curate da noi.</p>
<p><strong>Dire Joy Division, significa aggiungere &#8220;Love will tear us apart&#8221; &#8211; dire &#8220;Be Forest&#8221; invece?</strong><br />
Florence.</p>
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		<title>Intervista a Guido Chiesa</title>
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		<pubDate>Fri, 14 Oct 2011 09:02:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sebastiano Piras</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Intervistare Guido Chiesa, significa trarre informazioni da chi la radio l’ha vissuta in prima persona a partire dalla fine degli [<a href="http://www.enquire.it/2011/10/14/intervista-a-guido-chiesa/" title="Continua a leggere"><strong>read more</strong></a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Intervistare <strong>Guido Chiesa</strong>, significa trarre informazioni da chi la radio l’ha vissuta in prima persona a partire dalla fine degli anni ’70, periodo in cui il regista torinese si affaccia per la prima volta alla realtà delle emittenti libere. Guido Chiesa è sempre stato attratto dal mondo indipendente: dalle radio, alle quali ha dedicato diversi film e documentari (il documentario <strong>Alice è in paradiso,</strong> vincitore del Festival dei Popoli di Firenze, ed il lungometraggio <strong>Lavorare con lentezza</strong>, vincente al Festival di Venezia con  il Premio Mastroianni per gli attori emergenti, tra gli altri riconoscimenti), al cinema (<strong>Indipendenti a New York. Radiografia di un’alternativa</strong>), sino alle incursioni musicali come regista di videoclip (<strong>Gioia e Rivoluzione</strong> degli <em>Afterhours</em>). La sua vasta filmografia vede tanti titoli importanti che sarebbe impossibile elencare (ricordiamo fra tutti lo storico <strong>Il partigiano Johnny</strong>), dunque per qualsiasi informazione aggiuntiva vi rimandiamo al suo sito ufficiale, ben curato e in cui si possono vedere video e ascoltare contributi audio. Abbiamo riproposto a lui alcune domande già fatte ai ragazzi di Radiophonica, per avere un quadro più stabile della situazione, più qualche altro quesito mirato a farci conoscere meglio la “mitica” <strong>Radio Alice</strong> e le differenze che intercorrono tra le attuali web radio e le radio di una volta.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/10/23.jpg" alt="" title="2" width="500" height="690" class="alignleft size-full wp-image-15401" style="padding-top:10px;"/></p>
<p><strong>Guardando <em>Alice è in paradiso</em>, da te scritto e diretto, non ci sembra affatto che le web radio siano un’evoluzione della radio (in generale) dettata dall’avanzamento tecnologico. Piuttosto, ci sembra che questi spazi sul web siano un continuum di ciò che i ragazzi del ’75 iniziarono con Radio Alice e le altre radio libere. È come se serpeggiasse una sorta di nostalgia, forse dovuta al contesto socio-culturale attuale, oramai alla deriva. Non trovi?</strong></p>
<p>Concordo che le web radio non abbiano inventato nulla di particolarmente nuovo, ma abbiano espanso modalità di comunicazione inaugurate negli anni ’70 dai fautori delle cosiddette comunicazioni orizzontali, cioè proiettate alla costruzione di un rapporto “alla pari” tra mittente e destinatario. Va però precisato che Radio Alice, rispetto alle altre radio italiane del periodo (politiche e non), aveva dato a questo processo un’accelerazione straordinaria attraverso l’uso della diretta telefonica, legittima antesignana del web e dei social network. Il modello ipotizzato da Radio Alice puntava così tanto sull’abolizione di ogni gerarchia da essere inevitabilmente destinato al caos, e così fu. Il web ha permesso alle intuizioni di Radio Alice di trovare  finalmente un luogo adeguato, ma i problemi sollevati da quell’esperienza rimangono inalterati, oggi come allora: in un mondo in cui tutti parlano, chi ascolta?; se tutti hanno diritto a comunicare, tutti hanno <em>qualcosa</em> <em>da</em> comunicare?; come si può discernere il rumore di fondo dalla comunicazione che conta?</p>
<p><strong>Lo scorso maggio si è tenuta la 5° edizione del FRU (Festival delle Radio Universitarie), sembra di assistere a un proliferare di spazi indipendenti ed autogestiti, soprattutto sul web e nel contesto universitario. La storia, quella di Radio Alice, sembra essersi ripetuta, sebbene in un contesto – come quello attuale – dove la tecnologia ha reso tutto più semplice. Quali erano le difficoltà riscontrate da chi intraprendeva la strada della radio libera negli anni ’70?</strong></p>
<p>Negli anni ’70, in Italia, vigeva il monopolio statale sulla comunicazione. Tutti gli attori del processo di trasformazione puntavano a occupare quello spazio: chi a fini commerciali, secondo il modello delle radio private straniere; chi per finalità politiche. Radio Alice, ponendo l’accento sul <em>come</em> e non sul <em>che cosa</em> della comunicazione, si collocava altrove rispetto a tutte queste dinamiche, anche quelle delle radio politicizzate, le quali erano principalmente preoccupate di “dettare la linea”, mentre l’emittente bolognese voleva principalmente dare voce a chi non ce l’aveva.</p>
<p><strong>Inizialmente, le radio indipendenti (che si occupavano prettamente di musica) sembra siano nate come risposta all’ostracismo nei confronti di artisti liberi, da parte delle radio asservite al potere delle grandi case discografiche. Non si è rischiato in questo modo di creare due “fazioni” e il cosiddetto “rovescio della medaglia”? Ora sono le realtà indipendenti a “boicottare” la cosiddetta “cultura di massa”?</strong></p>
<p>Trovo l’utilizzo di termini come “libero/asservito” rispetto al mercato assai impropri e poco aderenti alla realtà. La musica &#8211; nell’epoca della riproducibilità &#8211; è oggetto dello stesso processo di mercificazione che riguarda ogni forma di espressione umana. Dischi, film, libri, ecc. si collocano nel medesimo ambito di rapporti di produzione che strutturano ogni merce (pur essendo oggettivamente differenti da scarpe o telefonini). Non esiste musica commerciale e/o musica libera, ma solo espressioni umane necessarie e non, autentiche o inautentiche. Jimi Hendrix incideva per una grande compagnia discografica, ma nella sua musica c’era più verità e necessità della stragrande maggioranza dei cosiddetti prodotti indipendenti.</p>
<p><strong>A proposito di ciò, alcuni Paesi europei hanno delle leggi che “impongono” alle radio di trasmettere una percentuale importante di artisti locali, a scapito della musica internazionale, solitamente trasmessa sotto alti compensi da parte delle major. Saresti d’accordo a una legge simile in Italia? Siamo pronti a sentire la radio più ascoltata rinunciare a Bruce Springsteen per chi fa musica DIY? </strong></p>
<p>Trovo discutibile ogni forma di imposizione dall’alto, a meno che non sia a tutela del più debole e del diritto alla vita umana. D’altra parte, nel caso specifico della produzione (sia essa di canzoni o scarpe), penso che una collettività debba tutelare il più possibile l’omogeneità delle condizioni di accesso al mercato. Ma più che pensarlo in tempi di imposizioni, penso sia più fruttuoso affrontarlo in termini di proposizione. Sono ad esempio favorevole a forme di prelievo fiscale alla fonte, come accade ad esempio per il cinema in Francia, dove una piccola parte di ogni biglietto venduto (sia esso di film francese o straniero, Avatar o Lars Von Trier) viene ri-destinata al finanziamento e alla distribuzione della produzione nazionale.</p>
<p><strong>Spesso capita di sentire che le web radio, e in generale gli spazi indipendenti, siano palesemente faziosi, soprattutto per quanto riguarda lo schieramento politico. Non credi si stia cercando di ostacolare quello che – forse – un giorno, sarà ricordato nei libri come uno dei pochi modi che i giovani di oggi hanno avuto per ridar lustro al termine “democrazia”?</strong></p>
<p>Penso che la faziosità ideologica non sia mai un valore, ma solo un limite. E la faziosità ideologica è uno degli spettri del Nocevento che non riusciamo proprio a scrollarci di dosso. La parola “democrazia”, poi, mi sembra molto svilita oggi come oggi: poter dire <em>qualsiasi</em> <em>cosa</em> &#8211; come accade via web &#8211; non significa aver <em>qualcosa da dire</em>. La proliferazione di opportunità di comunicazione non equivale a libertà, ma rischia solo di generare confusione, <em>rumore di fondo</em>. “La libertà è una forma di disciplina”, cantavano anni fa i CCCP e io credo fossero nel giusto.</p>
<p><strong>Esiste ancora il genere (musicale, cinematografico)? A detta di alcuni, sembra che la cultura si stia dividendo sempre più in due grandi categorie: quella di chi fa arte per solo diletto e di chi fa arte a scopo di lucro. Non si rischia così di escludere a priori la qualità di un artista, soltanto perché ha come “colpa” quella di abbracciare il grande pubblico?</strong></p>
<p>Concordo. Rispetto chi scrive, dipinge, suona per sé stesso e penso che queste siano straordinarie forme di terapia, molto più utili di tanti inutili psicofarmaci. Ma se Dante e Shakespeare, Balzac e Beethoven, Jackson Pollock e Cartier Bresson, avessero fatto quello che hanno fatto <em>per sé stessi</em>, l’umanità sarebbe stata un po’ più povera e non avremmo mai conosciuto la potenza e la bellezza delle loro opere. E questo non è affatto un portato della modernità, come qualcuno potrebbe pensare. Lessi anni fa un libro di Jean Paul Sartre sul Tintoretto. Tra il pittore veneziano e il suo contemporaneo Tiziano vi era una rivalità fatta di soldi e lotta per accaparrarsi questa o quella lucrosa commessa: eppure sono stati entrambi dei profondi indagatori dell’animo umano. Questo è quello che conta.</p>
<p><a href="http://www.guidochiesa.net/">www.guidochiesa.net</a></p>
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		<title>Intervista a Radiophonica</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Oct 2011 08:00:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sebastiano Piras</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Radiophonica è il media universitario di Perugia, la web radio gestita da una redazione studentesca alla quale hanno preso parte, [<a href="http://www.enquire.it/2011/10/12/intervista-a-radiophonica/" title="Continua a leggere"><strong>read more</strong></a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Radiophonica</strong> è il media universitario di Perugia, la web radio gestita da una redazione studentesca alla quale hanno preso parte, nel tempo, studenti provenienti dalle varie facoltà dell’<em>Università degli Studi</em> e dall’<em>Università per Stranieri di Perugia</em>. Come ogni radio universitaria che si rispetti, il lavoro non è circoscritto al solo web e così le attività del media universitario comprendono un portale telematico, una webtv, una testata giornalistica online, oltre che la partecipazione a eventi a tema e vari riconoscimenti tra i quali il terzo posto per la trasmissione <em>Terzo Tempo</em> nella categoria «miglior format» del FRU Contest 2009. <strong>Fabio Aquino</strong> (conduttore della trasmissione <strong>Zion@</strong>, insieme a Claudio Sodano e Lorenzo Federici) e <strong>Riccardo Cristilli</strong> (coordinatore di Radiophonica.com) hanno risposto a qualche domanda sulla situazione odierna delle radio libere; il quadro che si è delineato è comunque positivo, o almeno questo è ciò che deduciamo dall’entusiasmo e l’ottimismo che ne è venuto fuori.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/10/22.jpg" alt="" title="2" width="500" height="500" class="alignleft size-full wp-image-15367" style="padding-top:10px;"/></p>
<p><strong>Lo scorso maggio si è tenuta la 5° edizione del FRU (Festival delle Radio Universitarie), sembra di assistere a un proliferare di spazi indipendenti e autogestiti, soprattutto sul web. Anche voi di Radiophonica siete un esempio di radio libera, qual è la vostra storia?</strong></p>
<p><em>Riccardo</em>: Radiophonica nasce nel 2007, sulla scia delle tante web radio universitarie che stavano nascendo in quegli anni. La sua particolarità è però quella di nascere all&#8217;interno dell&#8217;A.Di.S.U., l&#8217;Agenzia per il Diritto allo Studio dell&#8217;Umbria, e quindi non è legata ad una singola facoltà o solamente ad una delle due università presenti a Perugia. In questo modo le persone che si avvicinano a Radiophonica e che entrano a farne parte, vengono dalle più differenti esperienze, sia di studio che personali. Il nostro motto è proprio per questo &#8220;differenti per scelta&#8221;. La nostra porta è sempre aperta a chiunque abbia voglia di fare, imparare qualcosa, come montare dei video o degli audio, provare a realizzare il proprio sogno radiofonico. Il FRU dello scorso anno, organizzato proprio da noi di Radiophonica qui a Perugia, ci ha fatto provare l&#8217;esperienza dell&#8217;organizzazione di un grande evento, coordinando gli ospiti, organizzando gli incontri, allestendo i concerti in piazza. Potremmo quasi dire che l&#8217;anno scorso siamo &#8220;diventati grandi&#8221;.</p>
<p><strong>Viene subito da chiedersi di che genere siano i finanziamenti per “aprire” una radio. Esistono delle convenzioni a livello regionale o delle partnership con le università, al fine di supportare – anche economicamente – questi progetti?</strong></p>
<p><em>Riccardo</em>: Come ti dicevo in precedenza, Radiophonica è dell&#8217;A.Di.S.U. ed è proprio l&#8217;A.Di.S.U. ad avere una convenzione con l&#8217;Associazione culturale L&#8217;Officina per la gestione tecnica, realizzativa e organizzativa di Radiophonica, quindi a mantenerne i costi di gestione.</p>
<p><strong>Inizialmente, le radio indipendenti (che si occupavano prettamente di musica) sembra siano nate come risposta all’ostracismo nei confronti di artisti indie da parte delle radio asservite al potere delle major. Rovescio della medaglia, ora siete voi che “boicottate” la cosiddetta musica commerciale?</strong></p>
<p><em>Riccardo</em>: Non parlerei di boicottaggio verso la musica commerciale, che in una minima parte e selezionata fa comunque parte delle nostre trasmissioni, soprattutto quelle a non stretto contenuto musicale. Piuttosto direi che noi, come un po’ tutto il circuito dell&#8217;Associazione Raduni (l&#8217;associazione degli operatori radiofonici universitari) abbiamo una particolare attenzione verso tutta quella musica indipendente, quei gruppi giovani e in particolar modo locali, che altrimenti non avrebbero altri spazi per farsi sentire, per far sentire la propria musica. Avendo noi la possibilità attraverso questi strumenti di esprimerci e uno spazio in cui dare sfogo alle nostre passioni, perché non farlo imparando anche qualcosa; allo stesso tempo diamo spazio ai gruppi giovani emergenti e indipendenti di esprimersi e di farsi conoscere. E c&#8217;è una grande risposta da parte dei gruppi, delle etichette che ci inviano il loro materiale e sono sempre molto disponibili.</p>
<p><strong>A proposito di ciò, alcuni Paesi europei hanno delle leggi che “impongono” alle radio di trasmettere una percentuale importante di artisti locali, a scapito della musica internazionale, solitamente trasmessa sotto alti compensi da parte delle grandi case discografiche. Sareste d’accordo all&#8217;entrata in vigore di una legge simile in Italia? Siamo pronti a sentire la radio più ascoltata rinunciare a Bruce Springsteen per chi fa musica DIY? </strong></p>
<p><em>Fabio</em>: Non vedo modo migliore di una legge del genere, per permettere anche ad artisti che non sono appoggiati dalle major di farsi ascoltare al di fuori del loro contesto locale. Le web radio come la nostra passano moltissima musica di artisti misconosciuti, magari molto popolari nelle loro città e regioni ma non fuori, per cui ci piace l’idea di contribuire in minima parte alla loro visibilità, ma sono le grandi radio a doversi fare promotrici di questi talenti, a puntare un po’ di più su di loro e un po’ meno sui soliti tormentoni discografici! E poi molti artisti locali sono davvero bravissimi, non gli manca nulla se non una sana spinta.</p>
<p><strong>Spesso capita di sentire che le web radio, e in generale gli spazi indipendenti, siano palesemente faziosi, soprattutto per quanto riguarda lo schieramento politico. Non credete si stia cercando di ostacolare quello che – forse – un giorno verrà ricordato nei libri come uno dei pochi modi che i giovani di oggi hanno avuto per ridar lustro al termine “democrazia”?</strong></p>
<p><em>Fabio</em>: La web radio offre una serie di opportunità che personalmente tre anni fa, all’inizio di questo viaggio, non mi sarei mai aspettato. Hai la tua trasmissione e puoi svilupparla come meglio credi, occupandoti di tutti i suoi aspetti in piena libertà, scegliendo gli argomenti da trattare senza alcun direttore o editore che imponga il suo credo. Nella nostra redazione sono presenti moderati, laici, cattolici, estremisti, insomma persone diverse, che certamente non condividono la stessa linea politica, ma aventi tutte a cuore questo bellissimo progetto. Durante l’anno si svolgono diverse riunioni per definire palinsesto e progetti che interessano ogni forma d’arte, dalla letteratura al teatro, alla musica, e chiunque solitamente può proporsi per prenderne parte; è’ un’opportunità, quella che abbiamo, invidiabile, una realtà in cui si lavora veramente secondo democrazia, nulla a che vedere con quella tanto millantata dalla politica!</p>
<p><strong>Esiste ancora il genere (in questo caso, musicale)? A detta di alcuni, sembra che la cultura si stia dividendo sempre più in due grandi categorie: quella di chi fa arte per solo diletto e di chi usa l’arte a scopo di lucro. Non si rischia così di escludere a priori la qualità di un artista, soltanto perché ha come “colpa” quella di vendere?</strong></p>
<p><em>Fabio</em>: Sì, il genere esiste ancora. La nostra trasmissione ad esempio tratta il mondo della black music, quindi dal reggae all’hip hop passando per lo ska, il soul, l’R &#8216;n&#8217; B, e anche se tutti questi generi sono accomunati dall’essere “alternativi” rispetto alla musica più commerciale che si ascolta in radio, hanno ognuno una propria storia, un’identità ben definita, che rende difficile incorporarli sotto un&#8217;unica categoria. Anche all’interno di questi generi ci sono personaggi che hanno raggiunto ricchezza e successo, e personalmente non ci sentiamo di impedire a chi ci segue  l’ascolto di tali artisti solo per difendere una qualche causa idealistica e diciamocelo, anche un po’ snob; non  dimentichiamoci che lo stesso Marley, una volta ottenuto il successo, non si faceva scrupoli a girare con la sua BMW nel ghetto di Trenchtown in cui è cresciuto, ma dubito che ci sia una trasmissione radio reggae che non passi un suo pezzo!</p>
<p><strong>Nel vostro programma Zion@ (in onda il mercoledì sera e condotto da Fabio Aquino, Claudio Sodano e Lorenzo Federici) vi occupate con molta ironia anche di temi di attualità, dalla politica alla religione. Quali sono le vostre speranze per il futuro della radio, come una delle poche realtà ancora immuni dal famoso bavaglio?</strong></p>
<p><em>Fabio</em>: Abbiamo la fortuna di essere molto liberi nella creazione e nella gestione di ogni puntata, e questo ci consente di parlare di qualunque cosa solletichi il nostro interesse, a 360 gradi e senza restrizioni, purché nei limiti dell’educazione, dell’etica e delle leggi di questo Paese. Non sappiamo ancora che destino si prospetti per le web radio, il mio personale sogno è che si sviluppi presto la tecnologia per farle ascoltare nelle auto, unico vero luogo di ascolto radiofonico rimasto oggi, e ottengano così gli ascolti che meritano per il lavoro che c’è dietro; temo però che il giorno in cui le web radio avranno il loro giusto spazio nel mondo dei media, arriverà il bavaglio anche per noi, perché credo che entrando in gioco interessi economici più importanti ci sarà un controllo maggiore e quindi diversi freni che attualmente non abbiamo. Forse, quando questo accadrà, sarà bello ripensare a questi anni di totale libertà creativa, a una democrazia vissuta realmente e non solo sentita nominare, a questi “pionieri” della radio in web streaming, che alla pari delle prime emittenti ha contribuito a fare la storia della musica.</p>
<p><a href="http://www.radiophonica.com/">www.radiophonica.com</a></p>
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		<title>Onde elettromagnetiche e web radio</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Oct 2011 08:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sebastiano Piras</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“Buongiorno, qui Radio Alice, lunedì 9 febbraio 1976. Ieri nevicava, stanotte c’era la luna e il 13 sarà piena. Siamo [<a href="http://www.enquire.it/2011/10/10/spazi-indipendenti-onde-elettromagnetiche-e-web-radio/" title="Continua a leggere"><strong>read more</strong></a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>“Buongiorno, qui Radio Alice, lunedì 9 febbraio 1976. Ieri nevicava, stanotte c’era la luna e il 13 sarà piena. Siamo sotto il segno dell’Acquario e i nati in questo giorno sono tendenzialmente azzurri con una spiccata tendenza agli scioperi felici ”.</em><br />
Comincia così <strong>Lavorare con lentezza</strong>, il film del regista <em>Guido Chiesa</em>, uno dei riferimenti più importanti quando si tratta di ricostruire la storia delle radio indipendenti italiane. La bolognese <strong>Radio Alice</strong> – soggetto del film – racconta la storia del nostro Paese attraverso gli occhi di quei giovani che a metà anni ’70 hanno voluto dar vita a dei luoghi “virtuali” di aggregazione e di lotta politica, proprio come accadde in Gran Bretagna con la radio pirata, <em>Radio Caroline</em>, precorritrice del fenomeno in questione.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/10/Radio-Indipendenti-3.jpg" alt="" title="Radio Indipendenti (3)" width="500" height="500" class="alignleft size-full wp-image-15330" style="padding-top:10px;"/></p>
<p>Noi di Enquire abbiamo voluto indagare uno dei simboli della cultura indipendente per antonomasia: le cosiddette radio “libere” (più volte confuse con le radio “pirata, che trasmettono sempre illegalmente”). Abbiamo avuto modo di raffrontarci con persone che la radio la fanno e con persone che questa realtà l’hanno raccontata attraverso il cinema e la musica. Grazie a <strong>Radiophonica</strong> – una seguitissima web radio universitaria – ed al già citato Guido Chiesa, ci siamo fatti un’idea di questo mondo ed ora vi giriamo tutto il materiale che abbiamo raccolto, diviso in tre puntate, per permettere anche a voi di conoscere meglio questo universo dell&#8217;etere parallelo.</p>
<p>Evitando qualsiasi tecnicismo, non possiamo però non premettere alcune caratteristiche pratiche che differenziano le web radio dalle radio tradizionali. Partendo dal sito web che rappresenta il contrassegno, la web radio ha comunque – anche se non sempre – una sede per la trasmissione convenzionale (quindi via etere), e ripropone poi in streaming su internet i programmi, attraverso dei lettori multimediali. La web radio, quindi, usa la rete come mezzo di diffusione del messaggio via etere o come unica via di emissione.</p>
<p>Dopodiché, ci siamo chiesti che valenza avesse il termine “indipendente”. Sicuramente la prerogativa madre di chiunque non voglia essere assoggettato al volere di qualcun altro, è proprio la piena libertà e autonomia di espressione, come l’esempio rischioso (ma vincente) di autogoverno dei giovani che in pieni anni ’70 diedero vita alle prime radio libere, sul modello dei cugini francesi, i primi – con <strong>Radio Fréquence Libre</strong> – ad aver creato uno spazio “legale” di condivisione di pensieri autonomi.</p>
<p>Si parla di frequente di musica indipendente, spesse volte senza cognizione di causa e dimenticando che l’unica realtà emblematica per quanto riguarda il mondo di chi è svincolato dai diktat altrui, lo rappresentano proprio le radio, quelle piccole realtà locali, che nascono e trasmettono a proprie spese, non di rado dovendo fare i conti con costi di gestione non certamente compensati da altrettanto ingenti entrate; le radio, quindi, come unico baluardo di libertà rimasto in un Paese dove l’autodeterminazione è diventata un tabù.</p>
<p>In vista del<strong> FRU</strong> (Festival delle Radio Universitarie), tenutosi a Cosenza lo scorso maggio, abbiamo avuto modo di intervistare chi sta dietro ad una tipica web radio universitaria, Radiophonica. Con loro abbiamo parlato un po’ di tutto, in particolar modo <em>Fabio Aquino</em>, conduttore, insieme a <em>Claudio Sodano </em>e <em>Lorenzo Federici</em>, della trasmissione <strong>Zion@</strong>, vorrebbe ci fosse chiaro un concetto, che delinea le qualità di questo mondo variegato, dove per “libertà” s’intende aggregazione a prescindere da credo politici e/o religiosi.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/10/Radio-Indipendenti.jpg" alt="" title="Radio Indipendenti" width="500" height="350" class="alignleft size-full wp-image-15331" style="padding-top:10px;"/></p>
<p><em>Si ringraziano Fabio Aquino (e lo staff di Radiophonica) e Guido Chiesa, per la disponibilità e le informazioni indispensabili.</em></p>
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		<title>3perTe volume 8 &#8211; Ottobre</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Oct 2011 09:00:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sebastiano Piras</dc:creator>
				<category><![CDATA[Musica + Cinema + Teatro]]></category>
		<category><![CDATA[2011]]></category>
		<category><![CDATA[3perte]]></category>
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		<category><![CDATA[new release]]></category>
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		<category><![CDATA[recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Volume #8 per il nostro 3perTE, rubrica che ogni mese si rinnova proponendovi le ultime uscite, in formati e combinazioni [<a href="http://www.enquire.it/2011/10/03/charlotte-gainsbour-feist-tori-amos-nuovo-album/" title="Continua a leggere"><strong>read more</strong></a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Volume #8 per il nostro <strong>3perTE</strong>, rubrica che ogni mese si rinnova proponendovi le ultime uscite, in formati e combinazioni differenti. Ottobre è, per varie ragioni, “il mese rosa” e anche noi di <strong>Enquire</strong> non potevamo non cogliere la palla al balzo per dare spazio a tre donne che – in maniera differente tra loro – sono state capaci di accaparrarsi una bella fetta di pubblico con la propria musica e precise scelte di gusto.<br />
Parliamo di tre artiste con diversi background musicali, la francese <strong>Charlotte Gainsbourg</strong>, la canadese <strong>Feist</strong> e la statunitense <strong>Tori Amos</strong>, tutte accomunate da un’eleganza che nasconde una forza di volontà indiscutibile: la prima con un cognome “pesante” da portare, la seconda sopravvissuta ad un singolo di successo e la terza dedita al femminismo filosofico (più che alla filosofia femminista).</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/10/Terrible-Angels_1.jpg" alt="" title="Terrible Angels_1" width="500" height="500" class="alignleft size-full wp-image-15233" style="padding-top:10px;"/></p>
<p>In ordine di pubblicazione, accogliamo <em>l’enfant de la balle</em> (figlia d’arte, n.d.r) Charlotte Gainsbourg. Unica erede del cantautore francese Serge Gainsbourg e dell’attrice inglese Jane Birkin, Charlotte si è sempre divisa tra cinema e musica, trovando però in quest’ultima una sorta di rifugio freudiano nel quale poter ripercorrere – attraverso l’aiuto di <strong>Beck Hansen</strong> – quel sodalizio artistico che unì i suoi genitori.<br />
Dopo il successo di critica e pubblico riservato al precedente <strong><em>IRM</em></strong>, Charlotte Gainsbourg anticipa l’uscita del nuovo album, <strong>Stage Whisper</strong> (prevista per novembre), con un EP, <strong>Terrible Angels</strong>, che la vede ancora vicino a Beck (nella title-track). Il progetto comprende inoltre due tracce live (<em>IRM </em>e <em>Just Like a Woman</em> di <strong>Bob Dylan</strong>), e l’evocativa <em>Memoir</em>, composta e cantata con <strong>Conor O’Brien</strong> (dei <em>Villagers</em>).</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/10/Metals_2.jpg" alt="" title="Metals_2" width="500" height="500" class="alignleft size-full wp-image-15234" style="padding-top:10px;"/></p>
<p>(Leslie)<strong> Feist</strong>, dal canto suo, torna col “naturalistico” <strong>Metals</strong>. Dopo aver imperversato per tutto il 2007 con l’acclamatissimo <strong><em>The Reminder</em></strong>, la cantautrice di Amherst (Nuova Scozia), si lascia inquietare dalla meteorologia e dall’ambiente, riproponendo questo contatto con la natura non soltanto nei testi, ma anche nell’orchestrazione folk che rimanda a paesaggi rurali e selvaggi.<br />
Si ascoltino le percussioni dalle reminiscenze lignee di <em>The Bad In Each Other</em> o l’umidità emotiva di <em>Caught A Long Wind</em> dove note di glockenspiel si fondono con archi mai ampollosi. E se <em>How Come You Never Go There</em>, primo singolo, è più in linea con la storica <em>1234</em> e l’indie-pop cantilenato, pezzi come <em>Cicadas And Gulls</em> spostano l’attenzione su panorami più concilianti nella loro suggestiva ed intatta bellezza.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/10/Nights-Of-Hunters_3.jpg" alt="" title="Nights Of Hunters_3" width="500" height="500" class="alignleft size-full wp-image-15235" style="padding-top:10px;"/></p>
<p>Da una vera “green woman”, passiamo a <strong>Tori Amos</strong> la quale, nel nuovo album, <strong>Night Of Hunters</strong>, prende spunto dalla musica classica per costruire un <em>concept album</em>che, ancora una volta, mette la figura femminile al centro del tutto, una donna che – nel corso dei vari dischi – ha scoperto se stessa in relazione ai proprio conflitti interiori, ai miti e al proprio ruolo ancestrale.</p>
<p>In questo caso particolare, dalla romanzesca <em>Shattering Sea</em> (pezzo di apertura) alla conclusiva <em>Carry</em>, Tori Amos racconta una storia d’amore moderna che emerge dal viaggio a ritroso nella mitologia irlandese. Il racconto cavalca le varie tracce, restituendo una Tori Amos che non sentivamo da tempo, come confermano la narrazione epica di <em>Battle Of Trees</em> o le note eleganti di <em>Job’s Coffin</em>. Women do it better.</p>
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		<title>Il suono di Skullcandy percorre la Vintage Road</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Sep 2011 07:56:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Massimiliano Mameli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Moda + Tendenze]]></category>
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		<category><![CDATA[skullcandy]]></category>
		<category><![CDATA[sound]]></category>
		<category><![CDATA[vintage]]></category>

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		<description><![CDATA[Ne è passato di tempo da quando Skullcandy è stata fondata nell&#8217;ormai lontano 2003. Abbiamo visto nel frattempo tutti gli [<a href="http://www.enquire.it/2011/09/10/il-suono-di-skullcandy-percorre-la-vintage-road/" title="Continua a leggere"><strong>read more</strong></a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ne è passato di tempo da quando <strong>Skullcandy</strong> è stata fondata nell&#8217;ormai lontano 2003.</p>
<p>Abbiamo visto nel frattempo tutti gli <em>shops</em> appartenenti al mondo degli <em>action sports</em> approcciarsi a questo marchio che ha saputo cogliere delle importanti opportunità di mercato, sviluppando così la propria gamma di accessori in maniera intelligente, offrendo sia quelli più “popolari” che quelli appartenenti ad un livello più alto. Attenta alle esigenze della clientela, Skullcandy ha ideato in questi anni dei prodotti che incontrano sempre più le esigenze di coloro che praticano skate, snowboard, freestyle motocross, surf e bmx.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-14833" style="padding-top: 10px;" title="2" src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/09/2.jpg" alt="" width="500" height="500" />Oltre a questo, anche i rappers Snoop Dogg e Jay Z hanno ceduto al fascino di queste cuffie, ottenendone un paio con la loro firma.</p>
<p>Malgrado non sponsorizzi nessun ciclista nel senso classico del termine, Skullcandy questa stagione ha voluto rendere omaggio a questo sport, che assume ora un gusto sempre più vintage, e ai tipici colori cui è legato proponendo una capsule collection dal gusto divertente e retrò.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-14834" style="padding-top: 10px;" title="3" src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/09/3.jpg" alt="" width="500" height="350" />Tre modelli concepiti <em>ad hoc per</em> qualsiasi bisogno legato alla musica. La cuffia Agent e le auricolari Full Metal Jacket e 50/50 costituiscono la proposta della collezione chiamata Vintage Road.</p>
<p>Il loro claim è &#8220;Every revolution needs a soundtrack&#8221;. Che si tratti in questo caso del moto di rivoluzione delle ruote della bicicletta?</p>
<p><a href="http://www.skullcandy.com" target="_blank">www.skullcandy.com</a></p>
]]></content:encoded>
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		<title>3perTe volume 7 – Settembre</title>
		<link>http://www.enquire.it/2011/09/05/soko-florence-the-machine-everybody-tesla/</link>
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		<pubDate>Mon, 05 Sep 2011 10:00:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sebastiano Piras</dc:creator>
				<category><![CDATA[Musica + Cinema + Teatro]]></category>
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		<description><![CDATA[Settimo volume per la nostra rubrica mensile 3perTE. In attesa che il caldo conceda una qualche tregua, vi diamo l’opportunità [<a href="http://www.enquire.it/2011/09/05/soko-florence-the-machine-everybody-tesla/" title="Continua a leggere"><strong>read more</strong></a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Settimo volume per la nostra rubrica mensile <strong>3perTE</strong>. In attesa che il caldo conceda una qualche tregua, vi diamo l’opportunità di rilassarvi con tre video originali. Si tratta dei videoclip che accompagnano i nuovi singoli di tre artisti diversi, accomunati però dall’intenzione di costruire qualcosa che fosse diverso dalle solite produzioni hollywoodiane che imperversano sui canali musicali mainstream mondiali.<br />
Tre artisti diversi per tre Stati membri dell’Unione Europea, che con le loro produzioni lo-fi – e delle quali vi parleremo singolarmente – contrastano così le produzioni calcolate ed a volte eccessivamente spettacolari dei colleghi d’oltreoceano. Dalla Francia alla Gran Bretagna, sino ad arrivare alla nostra Italia, prepariamoci a tre video che faranno storcere il naso agli amanti di MTV &amp; Co.</p>
<p><iframe width="500" height="405" src="http://www.youtube.com/embed/Ka2zpU-za3o?rel=0" frameborder="0" allowfullscreen style="padding:10px 0 10px 0;"></iframe></p>
<p>Il primo video/esibizione che vogliamo sottoporre alla vostra attenzione è quello di <strong>Soko</strong>, la giovane cantautrice ed attrice francese, che con questo <strong>I’ve Been Alone Too Long</strong> si prepara all’uscita dell’album di debutto, <strong>I Thought I Was An Alien</strong>. Già conosciuta tra gli internauti per l’esilarante <strong>I’ll Kill Her</strong>, Soko – classe 1986 – contrappone ai suoni acustici delle sue canzoni testi umoristici e taglienti.<br />
Il nuovo video è stato filmato lo scorso luglio in Nevada da un altro <em>enfant prodige</em>, <strong>Matthew Gray Gubler</strong>. L’attore e modello americano, amante della lomografia, ha filmato Soko riproponendo un effetto simile al formato super8, con reminiscenze di fine XIX secolo (Soko sembra uscita fuori dal romanzo di Laura Ingalls Wilder “<em>La piccola casa nella prateria</em>”), il tutto con un risultato spiazzante.</p>
<p><iframe width="500" height="311" src="http://www.youtube.com/embed/am6rArVPip8?rel=0" frameborder="0" allowfullscreen style="padding:10px 0 10px 0;"></iframe></p>
<p>Stesso discorso per <strong>Florence + The Machine</strong>, la band inglese capitanata dalla sempre sensuale <strong>Florence Welch</strong>, e che col nuovo singolo, <strong>What The Water Gave Me</strong>, stanno già raccogliendo consensi inaspettatamente ottimi. In attesa del nuovo album, in uscita a novembre, non potevamo non godere di questo spettacolare pezzo, accompagnato da un video che nella sua semplicità riesce a catturare.<br />
Registrato in presa diretta, il video vede la rossa “Flo” mostrarsi durante le sessions di registrazione dell’album, alle quali ha preso parte anche il produttore <strong>Paul Epworth</strong> (già al lavoro con Bloc Party e Maxïmo Park). La location, lo Studio 3 di Abbey Road (la “casa” dei Beatles) viene mostrato come se fosse un filmato semi-amatoriale, mentre si rimane estasiati dal gospel della canzone.</p>
<p><iframe width="500" height="311" src="http://www.youtube.com/embed/bfcNMw5QkZ0?rel=0" frameborder="0" allowfullscreen style="padding:10px 0 10px 0;"></iframe></p>
<p>Chiudiamo in bellezza con un po’ d’Italia e un duo che ha fatto dell’analogico il proprio credo, gli <strong>Everybody Tesla</strong>. <strong>Bee Twin Mountain</strong> è la traccia che dà il titolo all’omonimo primo EP della band, che produce i propri pezzi (anche) su musicassetta, e anche la prima ad avere un videoclip ufficiale (con tanto di logo posticcio di <em>All Music</em> che fa tanto anni ‘80).</p>
<p>Il video è decisamente d’avanguardia, almeno in Italia. Diretto da <strong>Enrico Ciccu</strong> del collettivo <strong>Shibuya</strong> e scritto in collaborazione con la tape label <strong>On2Sides</strong>, non è che il risultato di un procedimento di campionamento e riversamento su VHS. Con un budget pari a zero, è ormai ufficiale: quando la creatività è valida, non ci sono grandi somme a disposizione che tengano.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Bleach Black</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Sep 2011 09:00:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cristina Mainardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[blogging out]]></category>
		<category><![CDATA[america]]></category>
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		<description><![CDATA[Bleach Black, Made in USA è fondato da due biondone, tali Kristin e Valerie. Due amiche, due veterane della fashion [<a href="http://www.enquire.it/2011/09/01/bleach-black-kristin-valerie/" title="Continua a leggere"><strong>read more</strong></a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Bleach Black</strong>, <em>Made in USA</em> è fondato da due <em>biondone</em>, tali Kristin e Valerie. Due amiche, due veterane della <em>fashion industry</em>, due compagne di giochi unite dalla passione per lo <em>streetwear</em>, per la moda e gli <em>action sport</em>. Due ragazze dinamiche che comunicano ciò che attira la loro attenzione attraverso il loro sito, nato durante una giornata in spiaggia.</p>
<p>Una valvola di sfogo che non risente molto dell&#8217;influenza delle professioni delle due americane: Kristin è <em>Action sports Design Director </em>presso Nike, mentre Valerie è <em>Design Director </em>per una ditta di Skateboard<em>.</em> BleachBlack è l&#8217;unione delle due sezioni in cui Kristin e Valerie caricano rispettivamente i loro posts formando così un doppio punto di vista su feste, accessori, abbigliamento, stili e arte.</p>
<p>Abbiamo fatto due chiacchiere con una di loro, Valerie che ci racconta brevemente cos&#8217;è BleachBlack.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-14270" style="padding-top: 10px;" title="Schermata 2011-08-03 a 13.37.28" src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/08/Schermata-2011-08-03-a-13.37.28.png" alt="" width="500" height="415" /></p>
<p><strong>Età?</strong><br />
76.</p>
<p><strong>Lavoro?</strong><br />
Design Director per Element Skaterboard/Co-Editor BleachBlack.com</p>
<p><strong>Da dove vieni?</strong><br />
Vengo da una piccola cittadina in Orange County, CA. Abbiamo splendide spiagge e il miglior cibo messicano!</p>
<p><strong>La scelta del tema del vostro blog è stata immediata – avete iniziato il blog specificatamente per parlare di moda – o è venuta dopo? </strong><br />
Sostanzialmente volevamo condividere quello che ci ispira, moda, gioielleria, musica, arte, cosmetica; senza parametri, pura condivisione di ciò che amiamo!</p>
<p><strong>Quanto frequentemente aggiornate il vostro blog?</strong><br />
Cerchiamo di aggiornare i contenuti ogni 5/6 giorni! È un lavoraccio!</p>
<p><strong>Il vostro blog piace?</strong><br />
Non ne ho idea.</p>
<p><strong>Qual è il vostro target?</strong><br />
Chiunque abbia un gusto spettacolare! </p>
<p><strong>Come e dove trovate il materiale per i vostri post? </strong><br />
Ovunque: arte, musica, amici&#8230; siti web.</p>
<p><strong>I vostri posts rispecchiano i vostri gusti personali o sono il risultato di una scelta fatta seguendo i criteri di originalità e freschezza di quello che vedete quotidianamente? </strong><br />
Io posto solamente quello che mi piace, è un&#8217;interpretazione delle forze e delle influenze che sono attorno a me.</p>
<p><strong>Come il blog influenza la vostra vita? </strong><br />
È tutto compreso.<br />
Sono un&#8217;assidua ricercatrice e un&#8217;analista di tendenze. Non esco mai senza la mia fidata Canon G12 per catturare tutti i <em>look</em> o le idee che incontro. Seguo una valanga di blog e di periodici (la maggior parte sono di <em>interior design</em> che trovo veramente accattivanti). Non sono una che sta seduta sul divano a guardare la TV, non ho nemmeno un lettore DVD. Mi piace molto di più fare qualcosa di costruttivo, facendo o creando o cercando ispirazione.</p>
<p><strong>Tu e Kristin lavorate entrambe nel mondo streetwear. Tu &#8211; come hai detto prima &#8211; sei design director per la Element Skateboards mentre Kristin è design director presso Nike. Nel blog non parlate molto di streetwear, come mai?</strong><br />
Il blog è un&#8217;estensione di quello che personalmente ci interessa e spesso è anche un&#8217;estensione delle nostre giornate passate lavorando oppure con i nostri amici, gli eventi, i viaggi. A volte invece sono due cose completamente separate. Dipende tutto da cosa ci attrae quel giorno. Il nostro blog ha certamente un&#8217;estetica da maschiaccio ed è il marchio del nostro lavoro all&#8217;interno dell&#8217;industria degli <em>action sports</em>.</p>
<p><strong>Quanto tempo occupa la gestione del blog? </strong><br />
Molto più tempo di quanto ci si può aspettare. Lavoriamo sodo per sviluppare e scrivere contenuti originali.</p>
<p><strong>Avete un blog per passione o sperate che dal blog nasca qualcosa di più?</strong><br />
Siamo aperte a tutto e a nulla!</p>
<p><strong>Cosa pensate del fenomeno del blog? I blog possono influenzare la moda e il gusto delle persone?</strong><br />
Si decisamente!</p>
<p><strong>Pensi che ci siano delle differenze tra i blog italiani e quelli stranieri?</strong><br />
Assolutamente! I blogger europei hanno una prospettiva tutta loro.</p>
<p><strong>Progetti futuri?</strong><br />
Non se ne può parlare è ancora tutto in cantiere.</p>
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		<title>Tempi in Duo: Oh My! e Garçon Garçon</title>
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		<pubDate>Wed, 31 Aug 2011 09:00:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sebastiano Piras</dc:creator>
				<category><![CDATA[Musica + Cinema + Teatro]]></category>
		<category><![CDATA[2011]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
		<category><![CDATA[new release]]></category>
		<category><![CDATA[pop]]></category>

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		<description><![CDATA[Forse sono the next best thing, o semplicemente uno dei tanti personaggi in cerca d’autore nei quali è facile imbattersi [<a href="http://www.enquire.it/2011/08/31/tempi-in-duo-oh-my-e-garcon-garcon/" title="Continua a leggere"><strong>read more</strong></a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Forse sono <em>the next best thing</em>, o semplicemente uno dei tanti personaggi in cerca d’autore<em> </em>nei quali è facile imbattersi sul web, fonte ormai di inesauribile ispirazione artistica. I <em>duo</em>, le formazioni composte da due voci che si alternano, cantano all’unisono o contribuiscono suonando strumenti diversi sembra stiano nuovamente prendendo piede; e se un tempo dovevamo accontentarci, si fa per dire, di gente come <strong>Sonny &amp; Cher</strong> e <strong>The Carpenters</strong>, oggi troviamo questo genere di formazioni anche (e soprattutto) nell’ambito della musica pop ed elettronica.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/08/Oh-My-+-Parrot.jpg" alt="" title="Oh My! + Parrot" width="500" height="500" class="alignleft size-full wp-image-14736" style="padding-top:10px;"/></p>
<p>Le <strong>Oh My!</strong>, gruppo composto da <em>Alex </em>e <em>Jade</em>, due ragazze con base a Londra ed i <strong>Garçon Garçon</strong>, <em>Nathan </em>e <em>Nick</em>, dalla lontana Sydney, sono l’esempio di questa nuova tendenza musicale, due stili diversi accomunati dall’amore per la cultura pop e per lo stile metropolitano, un’attitudine percepibile non solo nei loro pezzi ma in particolar modo nel loro abbigliamento, basato su certe stravaganze tipiche del mondo hipster ed il revival che celebra più di tutto gli anni ’80, il tutto catapultato nell’era del web 2.0.<br />
Le Oh My!, come dicevamo, sono un duo tutto al femminile, due ragazze poco più che ventenni, affascinate dal girl power del decennio passato e dai social network. Il loro tumblr parla chiaro, con tutte quelle foto in perfetto stile instagramers/lomographers, come parla chiaro anche il fatto che queste giovani promesse dell’indie-pop facciano parte della <strong>679</strong>, l’etichetta indipendente nel cui carnet di artisti figurano nomi come <em>Marina and The Diamonds</em>, <em>The Streets</em>,  <em>Plan B</em> e <em>Little Boots</em>.<br />
Le due hanno all’attivo diverse esibizioni nel Regno Unito, vari remix e due singoli ufficiali distribuiti gratuitamente sulla loro pagina Facebook. Il primo, <em>Run This Town</em>, è nato come risposta all’omonima hit firmata da Jay Z e Rihanna ed ha avuto il compito di creare il giusto hype affinché la rete si interessasse a loro: il viral video che accompagna la canzone, vede le due in atteggiamenti da chic <em>riot girls</em> (pappagallo compreso), a metà strada tra il video musicale ed il classico spot pubblicitario di profumi e moda.<br />
Ancor meglio sembra stia facendo la nuova <em>Kicking And Screaming</em>, il cui testo è lapalissiano per quanto riguarda le priorità del duo inglese: “<em>Been there, done that/ Got the t-shirt/ 12 rounds and we’ve still got stamina/ Been there, done that/ Ripped my t-shirt/ Shot it all on a brand new camera</em>”. Il 15 agosto uscirà un free bundle, una sorta di “pacchetto” virtuale comprensivo di remix, testi e foto, scaricabile gratuitamente dalla loro pagina Facebook, in attesa dell’album ufficiale di inediti, tra l’electropop e l’UK garage.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/08/Garcon-Garcon-1.jpg" alt="" title="Garcon Garcon 1" width="500" height="500" class="alignleft size-full wp-image-14737" style="padding-top:10px;"/></p>
<p>Da due ragazze passiamo ad un duo tutto al maschile, i Garçon Garçon<strong>, </strong>capaci di catturare l’attenzione del più importante gay magazine inglese, <em>Attitude</em>. In effetti il loro look da uomo allergico al rasoio, vestito con abbinamenti shocking ha fatto guadagnare loro la simpatia del fashion designer australiano <strong>Peter Morrissey</strong>, il quale ha usato un loro inedito, <em>Do It Right</em>, per presentare una nuova collezione durante l’importante <em>Sidney Fashion Week</em>.</p>
<p>Insomma, non solo musica. Anzi, anche in questo caso la musica è vista come accessorio, senza mai però abusarne relegandola ad un ruolo marginale, piuttosto attribuendole un valore complementare rispetto ad una serie di aspetti, come l’immagine ad esempio, con i quali creare un prodotto artistico finale valido. Si ascolti ad esempio il primo singolo, <em>Stay In Touch</em>, magari mentre si dà uno sguardo al photoshoot realizzato da <em>Byron Spencer</em>, fotografo amante dello street-style, perché di questo si tratta: musica alla moda.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Lana Del Rey: da YouTube, sognando Hollywood</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Aug 2011 08:00:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sebastiano Piras</dc:creator>
				<category><![CDATA[Musica + Cinema + Teatro]]></category>
		<category><![CDATA[hollywood]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
		<category><![CDATA[new release]]></category>
		<category><![CDATA[pop]]></category>
		<category><![CDATA[youtube]]></category>

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		<description><![CDATA[Ormai le rivelazioni dal web, soprattutto quelle under 18 (ricordiamo Justin Bieber et similia) cominciano a stancare. Il bello di [<a href="http://www.enquire.it/2011/08/10/lana-del-rey-da-youtube-sognando-hollywood/" title="Continua a leggere"><strong>read more</strong></a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ormai le rivelazioni dal web, soprattutto quelle under 18 (ricordiamo <em>Justin Bieber</em> et similia) cominciano a stancare. Il bello di internet è questo: i trend – come quello dei giovani talenti virtuali – si susseguono con una rapidità che non lascia spazio nemmeno all’ostilità. Ma bando alle ciance, questa volta sul tubo abbiamo trovato qualcosa di veramente sensazionale: <strong>Lana Del Rey</strong>.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/08/Lana-Del-Rey-2.jpg" alt="" title="Lana Del Rey (2)" width="500" height="500" class="alignleft size-full wp-image-14373" style="padding-top:10px;"/></p>
<p>Nel video compare un volto alterato da qualche iniezione di botox di troppo. In realtà, se si guarda più a fondo, si vede la stessa tormentosa necessità di trovare se stessi che ha fatto di <em>Antony Hegarty</em> degli <em>Antony and The Johnsons</em> l’emblema dell’artista oggetto, oggetto della propria arte, “macchietta” in funzione di questa. Come Antony, col suo essere una donna incompleta, anche Lana non trova pace.</p>
<p>Lizzy Grant, questo il suo vero nome, ha tutte le carte in regola per diventare una musa ispiratrice: è bionda, ha due labbra carnose ed un viso perfettamente asimmetrico. Se Andy Warhol fosse ancora in vita, e Lou Reed in preda all’effetto delle droghe, non avrebbero esitato a farne una nuova <em>Nico</em>. Qui, però, c’è qualcosa in più, e lo si evince dai testi, la vera forza di questa poetessa del kitsch.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/08/Lana-Del-Rey-3.jpg" alt="" title="Lana Del Rey (3)" width="500" height="500" class="alignleft size-full wp-image-14374" style="padding-top:10px;"/></p>
<p>Sulla sua pagina ufficiale YouTube troviamo tre inediti, uno accompagnato da un’immagine di Lana in versione hippy-nostalgica, gli altri due associati ad una serie di spezzoni di film famosi, sempre funzionali ai testi ed i quali si alternano alla nostra mentre si atteggia a diva decadente, comportamento che cozza sì con la giovane età, ma che ha un suo perché data la maturità e la poeticità delle liriche.</p>
<p>Uno in particolare ci ha colpiti, <em>Video Games</em>, una ballata tra il cupo ed il dream-pop e nel cui video Lana si trasforma nella caricatura “bardottiana&#8221; di se stessa, tra scene di film epici e star in declino, il racconto toccante di una storia che non lascia alternative a chi ha perso il proprio <em>significant other</em>: “<em>They say that the world was built for two</em><em>/ Only worth living if somebody is loving you</em>”.</p>
<p>La venticinquenne newyorkese non ha solo talento da vendere, ma un gusto che vale la pena menzionare. Dalla sensibilità per le vite borderline, spinte al limite dall’ambigua Hollywood (James Dean), alle dive del passato e <em>one-hit wonder</em> (Brenda Lee e Mama Cass Eliot), ed in generale il vintage che prevale nel suo <em>clothing style</em>: Lana fa un lavoro di ricerca mai casuale che porta quelle tristi melodie a livelli altissimi.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/08/Lana-Del-Rey-4.jpg" alt="" title="Lana Del Rey (4)" width="500" height="500" class="alignleft size-full wp-image-14375" style="padding-top:10px;"/></p>
<p>In attesa di un suo primo album, e della pubblicazione del singolo Video Games, già passato da alcune fra le radio più importanti (Radio 1 della BBC), noi ci consoliamo con le immagini di quel mondo ambiguo e per questo affascinante che è Hollywood, lasciandoci trascinare dalla voce suadente e lontana da ogni manierismo di Lana, augurandoci che non sia la prossima cometa dello star system.</p>
<p><iframe width="500" height="314" src="http://www.youtube.com/embed/-uKl3xeBVY4?rel=0" frameborder="0" allowfullscreen style="padding:10px 0 10px 0;"></iframe></p>
<p><em>Photos by </em><em>Nicole Nodland</em><em> </em><em></em></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Rowe &amp; Malfatti: l&#8217;arte dell&#8217;improvvisazione</title>
		<link>http://www.enquire.it/2011/07/12/rowe-malfatti-larte-dellimprovvisazione/</link>
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		<pubDate>Tue, 12 Jul 2011 10:00:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianluigi Maino</dc:creator>
				<category><![CDATA[Musica + Cinema + Teatro]]></category>
		<category><![CDATA[2011]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
		<category><![CDATA[new release]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[singolo]]></category>

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		<description><![CDATA[Keith Rowe e Radu Malfatti sono due personaggi estremamente importanti nell’ambito delle musiche improvvisate. Il primo, inglese di nascita ma [<a href="http://www.enquire.it/2011/07/12/rowe-malfatti-larte-dellimprovvisazione/" title="Continua a leggere"><strong>read more</strong></a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Keith Rowe</strong> e <strong>Radu Malfatti</strong> sono due personaggi estremamente importanti nell’ambito delle musiche improvvisate.<br />
Il primo, inglese di nascita ma da anni trapiantato in Francia, è stato tra i fondatori degli AMM, formazione che a partire dalla metà degli anni ’60 ha coniugato nel modo migliore l’abbraccio tra l’improvvisazione europea post-free jazz e il mondo delle musiche accademiche meno convenzionali (nella prima formazione era presente anche Cornelius Cardew). Il secondo, austriaco di Innsbruck, dopo aver per anni dato il suo contributo all’espansione dei limiti delle musiche d’avanguardia ha gradualmente abbandonato l’aspetto improvvisato (a suo dire divenuto nel frattempo idiomatico e perciò il contrario di ciò che voleva essere) e aderito al gruppo Wandelweiser, corrente musicale composta da musicisti che, partendo dalla lezione di John Cage, considerano l’elemento del silenzio come governatore delle dinamiche musicali delle loro composizioni, in opposizione ad una ininterrotta sequenza di suoni.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/07/pollock82.jpg" alt="" title="pollock82" width="500" height="300" class="alignnone size-full wp-image-13829" style="padding-top:10px;"/></p>
<p>Lo scorso novembre Rowe e Malfatti si sono trovati a collaborare insieme per la prima volta a Vienna, negli Amann Studios, dando vita ad una due giorni di sessioni in studio culminate nella recente pubblicazione di “Φ” per l’etichetta americana Erstwhile, specializzata in EAI (Electro-acoustic Improvisation) e improvvisazione lowercase.<br />
Tre i dischi che compongono questo lavoro e che presentano, in ordine quasi cronologico, della due giorni di lavoro. Il primo cd contiene due composizioni, scelte una ciascuno dai due musicisti. Malfatti ha proposto l’esecuzione di “Exact dimension without insistence”, scritta dal collega del gruppo Wandelweiser Jürg Frey, mentre Keith Rowe ha invece scelto un classico della musica contemporanea e delle notazioni grafiche, ovvero “Solo with an accompainment” di Cornelius Cardew. Nel secondo disco i due presentano invece l’esecuzione di loro composizioni, “nariyamu” di Malfatti e una nuova versione grafica di “Pollock ‘82” ricomposta per l’occasione da Rowe. Chiude il trittico il disco contenente il risultato dell’improvvisazione finale tra i due musicisti.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/07/Radu-Malfatti.jpg" alt="" title="Radu Malfatti" width="500" height="350" class="alignnone size-full wp-image-13830" style="padding-top:10px;"/></p>
<p>La prima cosa che colpisce all’ascolto, in apertura del primo cd, è come sia – almeno all’inizio – Malfatti ha condurre il gioco. L’esecuzione di “Exact dimension without insistence” è infatti basata su lunghi silenzi e sulla ripetizione di una sequenza di note dall’altezza ben definita, che hanno obbligato Rowe a riprendere dopo tanti anni un suono di chitarra quasi tradizionale, lontano dalle trame elettroniche e rumoristiche tipiche del suo stile, e che lo ha addirittura obbligato ad una accordatura regolare.<br />
Con il brano di Cardew, e con Malfatti nel ruolo del solista, l’accompagnamento da cui il titolo della composizione ritorna invece ad essere su binari più consoni al musicista inglese: squarci di rumori elettronici e toni puri che sorreggono il lavoro di Malfatti al trombone.</p>
<p>I loro due brani continuano su questo terreno, un terreno fatto di rispettoso studio musicale, durante il quale i musicisti sono molto attenti ad ascoltarsi l’uno con l’altro prima di svolgere i propri interventi, consci soprattutto delle differenze tra le loro prospettive musicali. Ma, una volta raggiunta la perfetta conoscenza di quello che dovrà essere il loro terreno di lavoro comune, ecco che si arriva all’inevitabile collisione del terzo disco – dopo che la crescente tensione aveva dominato i due dischi precedenti. Qui siamo nel campo della libera improvvisazione, completamente slegata anche dai (labili) vincoli delle partiture grafiche. Ed è in questi solchi che si nota tutta la grandezza dei due musicisti, alle prese con le loro tecniche storiche messe al servizio di quello che sembra essere un incontro, troppe volte rimandato, tra due giganti.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/07/rowe_malfatti.jpg" alt="" title="rowe_malfatti" width="500" height="400" class="alignnone size-full wp-image-13831" style="padding-top:10px;"/></p>
<p>A qualche minuto dall’inizio dell’improvvisazione, la radio di Keith Rowe ci colloca in una dimensione musicale totalmente estranea, e si sente in sottofondo addirittura l’attacco di “Keep on lovin’ you” degli REO Speedwagon, utilizzata (casualmente) come fosse uno nuovo strumento musicale del tutto svuotato del suo significato originale. Ma dura poco, poi ritorna ad essere una leggera ragnatela di rumori e di circuiti elettrici sopra la quale le lunghe, piene, rotonde e corpose note del trombone di Malfatti provano a posarsi.<br />
La quantità di musica presente, e la difficoltà di ascolto che un lavoro del genere richiede, rendono questo “Φ” un disco dal fascino enorme. Rivolto a chi cerca di capire quali siano i meccanismi presenti in questo tipo di musica, a cosa servono i (lunghi) silenzi che determinano la dinamica dei brani e perché il suono, inteso come aspetto timbrico, risulta essere interessante anche quando è spoglio del ritmo, dell’armonia e della melodia.<br />
“Φ” pone delle domande, non necessariamente delle risposte, ed è anche questo il punto di forza di uno dei lavori migliori che si sono ascoltati in questo 2011.</p>
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		<title>Daytrotter: free illustrated live music</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Jun 2011 10:00:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sebastiano Piras</dc:creator>
				<category><![CDATA[Musica + Cinema + Teatro]]></category>
		<category><![CDATA[illustrazione]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
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		<description><![CDATA[Daytrotter è un celebre sito americano che si occupa di musica, seppur in maniera del tutto originale, offrendo all’ascoltatore una [<a href="http://www.enquire.it/2011/06/23/daytrotter-free-illustrated-live-music/" title="Continua a leggere"><strong>read more</strong></a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Daytrotter</strong> è un celebre sito americano che si occupa di musica, seppur in maniera del tutto originale, offrendo all’ascoltatore una versione inedita del proprio artista preferito, in particolare con il coinvolgimento diretto di quest’ultimo: “<em>ci sono troppi siti di musica ed intrattenimento che si copiano a vicenda, cercando – non sempre con successo – di presentare al mondo qualcosa di nuovo</em>”, precisa lo staff di Daytrotter.<br />
Il sito nasce nel2006 con l’intento di offrire delle session estemporanee degli artisti che – intenzionalmente o per puro caso – si trovavano nei &#8220;dintorni&#8221; dell&#8217; Illinois. L’essenzialità della strumentazione e le modalità ricordano tanto quelle delle <em>Peel Sessions</em> ospitate dalla BBC, ed i numeri non sono certamente meno entusiasmanti: si contano pressappoco 22 milioni di canzoni distribuite attraverso il sito in pochi anni.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/06/Daytrotter-2.jpg" alt="" title="Daytrotter (2)" width="500" height="350" class="alignnone size-full wp-image-13476" style="padding-top:10px;"/></p>
<p>La struttura di Daytrotter.com rispecchia il <em>modus operandi</em> su cui si basa il progetto stesso, tutto fuorché virtuale, frutto della filosofia DIY che si concretizza nelle registrazioni in presa diretta presso lo studio The Horseshack, a Rock Island (Illinois). Una volta registrate dal vivo, le canzoni vengono messe in formato mp3 a disposizione dell’utente, che le può scaricare gratuitamente ammirando il particolarissimo artwork che le accompagna.</p>
<p>Così, gli <strong>MGMT</strong> – grande rivelazione della scena indie americana – si trasformano in un duo cartoon (dalle tinte rigorosamente psichedeliche) grazie alla mano di <strong>Johnnie Cluney</strong>, proponendoci una session chiamata <em>We Hear Of Love, Of Youth, And Of Disillusionment</em>, scaricabile, commentabile e condivisibile con il resto degli internauti, cosa che non tutti gli artisti mainstream sarebbero disposti a fare.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/06/Daytrotter-3.jpg" alt="" title="Daytrotter (3)" width="500" height="300" class="alignnone size-full wp-image-13477" style="padding-top:10px;"/></p>
<p>Tra i tanti <em>live acts</em> che hanno voluto dare il proprio contributo e che continuano a prestarsi a questo riuscito esperimento, troviamo anche i nomi di <strong>Dark Dark Dark</strong>, <strong>Vampire Weekend</strong>, <strong>Adam Green</strong>, <strong>Ane Brun</strong>, <strong>Architecture In Helsinki</strong> e dei <strong>Maccabees</strong>, tutti trasformati nelle loro rispettive versioni cartoon e tutti pronti a regalare al pubblico un nuovo modo di fare musica acustica dal vivo.</p>
<p>Daytrotter non ha soltanto conquistato gli internauti e gli artisti che in primis si sono prestati a questo progetto <em>in progress</em>. Pietre miliari della critica musicale come il <em>Rolling Stone</em> o altri nomi come <em>Wired</em> e <em>Pitchfork</em> pensano che ora il futuro della musica si trovi in idee come questa: si combatte la pirateria, stuzzicando l’ascoltatore con materiale inedito (ma ufficiale), che non sia opzionale a quello in studio.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/06/Daytrotter-4.jpg" alt="" title="Daytrotter (4)" width="500" height="300" class="alignnone size-full wp-image-13478" style="padding-top:10px;"/></p>
<p>Con una media di 28 canzoni di sette band diverse alla settimana, il sito ed il relativo studio di registrazione, i cui nomi fanno riferimento al mondo equestre, si apprestano pure a diventare un docufilm, <em>Welcome To Daytrotter</em>, la cui trama si baserà su quel  mondo a sé stante, fatto di esibizioni live estemporanee, con proprie ed esclusive regole visive e sonore. Don’t miss it <a href="http://www.daytrotter.com/" target="_blank">www.daytrotter.com</a></p>
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		<title>Nisennenmondai: Japanoise</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Jun 2011 07:00:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Simonetta Mignano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Musica + Cinema + Teatro]]></category>
		<category><![CDATA[giappone]]></category>
		<category><![CDATA[live]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
		<category><![CDATA[noise]]></category>
		<category><![CDATA[punk]]></category>
		<category><![CDATA[rock]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Nisennenmondai </strong>(significa <em>computer bug problem of year 2000</em> n.d.r) sono un trio di ragazze di Tokyo, suonano insieme da circa dieci anni e per molto di questo tempo sono rimaste un segreto del Giappone.<br />
Hanno prodotto la maggior parte dei loro dischi con la loro etichetta <strong>Bijin</strong> per poi presentarsi al palcoscenico internazionale con <strong>Neji/Tori</strong>, un album che comprende il materiale di due Eps realizzati in Giappone tra il 2004 e il 2005.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/06/Nisennenmondai-2.jpg" alt="" title="Nisennenmondai (2)" width="500" height="400" class="alignnone size-full wp-image-13377" style="padding-top:10px;"/></p>
<p>Il manico che dimostrano di avere con il loro noise sperimentale, e la ricerca che hanno portato avanti a partire dalla fine degli anni novanta, le portano ad essere considerate la versione femminile di Boris. A vederle sul palco sono minutissime, poi appena iniziano a suonare ci si sente assolutamente sbalorditi dal sound senza mezze misure che sono capaci di tirare fuori: colpisce il divario che si manifesta tra il loro sound potente e la loro timidezza.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/06/Nisennenmondai-3.jpg" alt="" title="Nisennenmondai (3)" width="500" height="400" class="alignnone size-full wp-image-13378" style="padding-top:10px;"/></p>
<p>Alcuni dei titoli dei loro pezzi come <em>Sonic Youth</em>, <em>Pop Group</em> e <em>This Heat</em> possono darvi un indizio riguardo a ciò che sono: brani costituiti da sezioni strumentali post punk, e noise senza limiti. Nisennenmondai sono una corsa precipitosa di chitarre complesse  e ritmiche fuori da questo mondo. Loro stesse affermano: <em>noise music is great, no need to know the chords</em>. Hanno condiviso il palco con numerosi artisti di fama internazionale, e lo stesso John Stanier dei Battles ha dichiarato: <em>hanno iniziato a suonare e la batterista era grande quanto la mia mano. La cosa che sai dopo, è che queste tre donnine così minute ci facevano sembrare degli idioti da quanto erano incredibili.</em></p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/06/Nisennenmondai-4.jpg" alt="" title="Nisennenmondai (4)" width="500" height="400" class="alignnone size-full wp-image-13379" style="padding-top:10px;"/></p>
<p>Info e news sul loro sito <a href="http://www.nisennenmondai.com/">www.nisennenmondai.com</a><br />
Photos <a href="http://www.flickr.com/photos/allthatimprobableblue/" target="_blank">Daniel Paxton</a>.</p>
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		<title>File sharing: Goldsmith vs Cutler</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Jun 2011 09:00:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianluigi Maino</dc:creator>
				<category><![CDATA[Musica + Cinema + Teatro]]></category>
		<category><![CDATA[condivisione]]></category>
		<category><![CDATA[file sharing]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
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		<description><![CDATA[Da una quindicina di anni gli ascoltatori di musica devono fare i conti con la rivoluzione digitale che, in un [<a href="http://www.enquire.it/2011/06/15/file-sharing-goldsmith-vs-cutler/" title="Continua a leggere"><strong>read more</strong></a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Da una quindicina di anni gli ascoltatori di musica devono fare i conti con la rivoluzione digitale che, in un modo o nell’altro, ha cambiato radicalmente le abitudini musicali di tutti.<br />
A dire la verità, in una cerchia ristretta, la cosa si era già verificata: i più smanettoni tra i primi navigatori di internet già si scambiavano file musicali tramite FTP e newsgroup. È, però, dall’avvento di Napster in poi che proprio tutti hanno iniziato a prendere confidenza con un nuovo modo di vivere l’esperienza musicale.<br />
Al di là degli aspetti sociali e di cambiamento (in meglio o in peggio) delle abitudini degli ascoltatori, sono stati soprattutto il punto di vista economico e l’impatto che il <em>file-sharing</em> ha avuto sul mondo della discografia a tenere banco nei dibattiti. L’impressione più comune, e forse la più ovvia, è quella di ritenere che il problema colpisca solamente due settori musicali: quello commerciale e quello di tendenza. Nel primo caso chi scarica fa parte del pubblico “occasionale”, che non nutre particolari interessi nella ricerca di musica nuova e si accontenta di ciò che i media radiotelevisivi trasmettono. Il pubblico di tendenza, o alternativo, o “indipendente”, è invece composto in larga maggioranza da giovani, magari cresciuti già nel mondo digitale e che trovano del tutto naturale cercare in rete e scaricare gratuitamente ciò che in negozio pagherebbero caro – ad eccezione dei casi in cui si fidelizza il rapporto tra l’ascoltatore e l’artista, rapporto tanto più saldo quanto più si scende a livelli underground.<br />
È invece fin da subito passata l’idea che chi segue le nicchie musicali (ci riferiamo, per farla breve, agli ambiti sperimentali, colti o jazz) non rechi danno a quella specifica industria poiché scarica molto meno, e anche quando succede, nella maggior parte dei casi si tratta di un’azione propedeutica all’acquisto. Questa impressione è basata su vari fattori: la difficoltà di reperimento di certi titoli si traduce anche nella scarsa possibilità che poi questi girino in rete; l’abitudine di passare una certa quantità di tempo in un negozio di dischi alla ricerca di nuova musica; il feticismo che, in misura più o meno maggiore, colpisce chiunque sia interessato alla musica anche come prodotto culturale (e non di mero consumo); non ultimo un cenno di audiofilìa che porta sempre a preferire il disco originale al suo equivalente compresso (e la cosa si verifica, curiosamente, anche in quei mondi musicali caratterizzati da produzioni lo-fi).<br />
Anche per questi motivi ha fatto scalpore un dibattito scatenatosi recentemente sulle pagine di <strong>The Wire &#8211; Adventures in Modern Music</strong>, una delle riviste più autorevoli nel campo della musica moderna.<br />
Protagonista <strong>Kenneth Goldsmith</strong>, personaggio eclettico, poeta americano e mente dietro il progetto <em>UbuWeb</em>, sito internet dedicato alle musiche sperimentali e alla messa in rete di file musicali provenienti da dischi per la stragrande maggioranza fuori catalogo, quindi non reperibili sul mercato, nonché da registrazioni di ambito televisivo/radiofonico e etnomusicologo. Nel numero 327 (Maggio 2011), all’interno della rubrica “Epiphanies”, che ogni mese ospita il racconto delle folgorazioni musicali di musicisti, scrittori o addetti ai lavori, Goldsmith ha infatti dichiarato che l’ultima e più importante sua epifania musicale è stata quella di aver scoperto il file-sharing. Nei sei punti in cui è suddiviso il suo pezzo, ha elencato una serie di argomenti che hanno suscitato scalpore, soprattutto perché provenienti proprio da un rappresentate di quel target di ascoltatori e di appassionati che si suppone fortemente interessato alla musica e quindi anche al foraggiamento della sua industria.<br />
L’inizio è sorprendente: “Di tutte le epifanie musicali nessuna può battere quella di aver scoperto Napster per la prima volta” &#8211; esordisce Goldsmith &#8211; “è come se ogni negozio di dischi o ogni bancarella dell’usato nel mondo fosse indicizzata in un database dal quale portar via gratuitamente quanta più roba possibile”. Con risultati sbalorditivi anche a livello sociologico, poiché da questo primo passaggio emergono due aspetti importanti. Il primo è che anche nella cerchia di appassionati di musica d’avanguardia i gusti sono eclettici, e condividendo la propria libreria non si ha paura di accostare John Cage a Mariah Carey. Il secondo è la perdita d’interesse nella contestualizzazione della musica: a nessun ascoltatore-scaricatore, afferma Goldsmith, interessa più sapere da quale disco proviene il brano, né in che anno è stato inciso. La prova? Ha scoperto che alcune registrazioni pubblicate su UbuWeb di <em>Get Out Of My Mind, Get Out Of This Room</em>, un mantra di Bruce Nauman, sono state poi mixate insieme a musica da discoteca in un dancefloor di San Paolo, segno che l’aspetto storico e catalografico del sito viene messo in secondo piano rispetto al più evidente “contenitore di suoni strani” dal quale attingere.<br />
La vera bomba deflagrante, quella su cui tutto il dibattito si è poi concentrato, avviene dal punto quattro in poi. Fatte le premesse &#8211; dice Goldsmith &#8211; la conseguenza è inevitabile: “come molti di voi, anche io ho smesso di comprare musica”. E si chiede anche quale sia il senso dello shopping di dischi quando lui, nella sua stanza d’albergo, ha a disposizione sul suo laptop il miglior negozio di dischi di tutti i tempi.<br />
Ma Kenneth Goldsmith si spinge anche oltre, forse in modo provocatorio, arrivando a teorizzare la perdita del feticismo musicale, dell’interesse nell’oggetto fisico. Dopo aver dichiarato di avere all’incirca 10mila vinili sullo scaffale a prendere polvere, dice che la musica contenuta in quei supporti per lui ritorna ad avere interesse solo quando è digitalizzata e condivisa in rete. “Se non può essere condivisa, la musica non mi interessa” è la laconica conclusione. Fino all’ammissione finale: “è solo una questione di quantità”.<br />
Tutti noi ascoltatori musicali, anche chi poi si reca regolarmente al negozio di dischi o passa ore cercando di ordinare on-line un titolo rarissimo direttamente dalla più piccola etichetta inglese, sappiamo che scaricando accumuliamo una quantità di musica che difficilmente &#8211; anche solo per evidenti limiti temporali &#8211; riusciremo ad ascoltare. Per Goldsmith tutto questo è normale, anzi, è proprio la sua epifania: il contenuto musicale passa in secondo piano, poiché il file-sharing l’ha reso interessato solo alla ricerca di musica &#8211; “una volta ottenuto ciò che volevo, ho bisogno di altro”. Un vizio, ci pare di capire, più che un godimento culturale.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/06/Chris-Cutler.jpg" alt="" title="Chris Cutler" width="500" height="500" class="alignnone size-full wp-image-13268" style="padding-top:10px;"/></p>
<p>A queste tesi, esposte in modo provocatorio come nello stile del personaggio, sono seguite, sul numero successivo di The Wire (328 – Giugno 2011), un paio di lettere dai lettori e soprattutto una controreplica di <strong>Chris Cutler</strong>, già batterista di Henry Cow e Art Bears, nonché fondatore nel 1978 di una delle prime etichette realmente indipendenti del Regno Unito, la Recommended Records.<br />
Cutler la mette sul piano delle conseguenze. Partendo dall’assunto che di fronte alla gratuità è difficile trovare argomenti con i quali controbattere, il batterista e produttore discografico afferma però che anch’essa ha un costo. Da buon sociologo e animale politico (poche erano le formazioni musicali politicamente più impegnate degli Henry Cow) ne approfitta per fare una critica più ampia, dicendo che quella della gratuità e del voler essere pagati per il proprio lavoro ma non pagare quello degli altri è solo una punta dell’onda idiota secondo lui mutuata dai politici e dalle società senza scrupoli.</p>
<p>Detto questo, è il suo lavoro di produttore discografico a tenere banco nella disamina degli argomenti per i quali un eccesso di gratuità porterà al collasso la musica, soprattutto quella indipendente e maggiormente improntata alla ricerca. I punti sui quali si sofferma sono tre. Al primo posto ci sono gli artisti. Se si dovessero riformare gli Henry Cow, esemplifica Cutler, i costi per la realizzazione di un loro nuovo lavoro, tenuto conto di tutte le voci e di tutte le esigenze, sarebbe di circa 9 mila sterline. Il che vorrebbe dire che per recuperare la produzione (per arrivare quindi al punto soltanto oltre il quale gli artisti iniziano a guadagnare) il disco dovrebbe vendere almeno 3500 copie fisiche o più di 1000 download legali. Se la Recommendend Records, e qui arriviamo alle etichette, dovesse perdere il 15 per cento dei suoi introiti per via del download illegale, il rischio non sarebbe soltanto quello di far beneficiare gratis qualche centinaia di ascoltatori, bensì quello di costringere l’etichetta a rivedere le sue politiche di produzione. Il che vorrebbe dire, ed eccoci al terzo punto, meno diversità, perché tutte le etichette indipendenti e di musica sperimentale stanno vivendo questo tipo di problema. Anzi, dice Cutler, la Recommended tutto sommato è una di quelle che meglio riesce a resistere, in un panorama nel quale la maggior parte delle altre label sta naufragando.<br />
Il concetto di diversità per Cutler è, a ragione, molto importante. “La questione è se vogliamo un mondo statico e monoculturale o se ci piacerebbe vivere in un ambiente culturale diverso, plurale e interconnesso”. Se preferiamo quest’ultimo caso, allora forse è il momento che iniziamo a guardare oltre il beneficio personale dello scaricare gratuitamente.<br />
Che non è solo la conclusione del suo pezzo, ma sembra anche un appello a quegli appassionati disposti ancora a scommettere sul ruolo determinante dell’industria musicale. Anche nel campo delle musiche sperimentali, che devono sì produrre – come tutte le industrie – profitti, ma devono anche presentare, citando un vecchio lavoro degli Stormy Six, le “idee di oggi per la musica di domani”.</p>
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