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	<title>Enquire &#187; designer</title>
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	<description>Born to be curious</description>
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		<title>A Portrait of: Diane Pernet</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Jan 2012 06:52:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Kettj Talon</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;eleganza discreta di una geisha, labbra di lacca, acconciatura a torre, pelle di porcellana. Questa è <strong>Diane Pernet</strong>. È la nera figura che popola i più interessanti<em> front row</em> degli ultimi anni. È fotografa, fashion designer, diva, giornalista, <em>über blogger</em>. Praticamente, genio assoluto.<br />
Nasce a Washington e, dopo essersi laureata alla <em>film school</em>, si trasferisce a New York dove inizia a lavorare come fotografa di <em>reportage</em>. Un giorno il fidanzato dell’epoca la guarda e le dice “Perché non fai qualcosa di ovvio, come il design?”. Lei lo ascolta e si iscrive prima alla Parsons School e poi alla FIT per studiare<em> fashion design</em> ma dopo nove mesi abbandona gli studi per aprire la sua linea di moda. I capi che disegna sono <em>minimal</em> ed austeri, in netto contrasto con il decadentismo della Factory di Warhol e con il luccicante periodo disco. È il 1990, New York non è più splendente, il crimine è in ascesa, le morti per Aids si moltiplicano e l’ispirazione di Diane è svanita.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-17031" style="padding-top: 10px;" title="Diane Pernet (2)" src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2012/01/Diane-Pernet-2.jpg" alt="" width="500" height="500" /></p>
<p>È tempo di iniziare una nuova vita nella <em>ville lumiere</em>, “A New York le persone possono essere loro stesse e ne nessuno se ne cura, ma Parigi ti giudica costantemente”. Qui è costumista per Amos Gitai, assistente produttrice del programma della CBC Fashion Files e <em>editor</em> per Joyce mag.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-16970" style="padding-top: 10px;" title="diane_pernet_3" src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2012/01/DianePernet2-620x439.jpg" alt="" width="500" height="354" /></p>
<p>Stanca della <em>fashion pollution</em>, del trito e ritrito mondo della moda e del già visto, nel 2005 fonda il <em>blog</em> <strong>A Shaded View on Fashion.</strong> <a href="http://www.ashadedviewonfashion.com/" target="_blank">ASWOF</a> è una finestra sul mondo e sui talenti emergenti di moda, film, design e architettura. Il suo ricercato <em>blogging</em> e la sua internazionale visione dello stile hanno fatto cadere il velo che separava l’<em>elite</em> della moda dalla massa, attuando una rivoluzione stile Bauhaus: riportare in vita l’arte popolare per il popolo. Del suo blog Diane dice, &#8220;voglio solo scrivere di quello che mi interessa ogni volta che ne ho voglia ”, ma ben presto diventa il suo biglietto per entrare dalla porta principale nell’olimpo del <em>fashion journalism</em>.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-16976" style="padding-top: 10px;" title="diane_pernet_4" src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2012/01/diane_pernet_4.jpg" alt="" width="500" height="236" /></p>
<p>Fin da giovane è affascinata dal cinema, tant’è che nel 2008 ha dato vita al festival <strong>A Shaded View on Fashion Film</strong>. Ama i film di Visconti, Pasolini, Fellini, Buñuel, Cassavetes, ma tre sono le figure femminili da cui trae ispirazione: Anna Magnani in “La rosa tatuata”, Simone Signoret in “Les Diabolique” e Dorothy Mcgowan in “Who are you Polly Maggoo?”. Così come ad esercitare fascino su di lei sono le giovani vedove, almeno fino a quando l’immagine romantica che ne ha si dissolve alla morte del primo marito Norman in un incidente d’auto. Diane ha 31 anni. Il giorno in cui si sposano entrambi indossano dei jeans, che lei accompagna con una camicia verde scuro ed un giubbotto di pelo; ma quando lui muore il suo cuore si ferma e la sua figura si cristallizza in una nuvola<em> total black</em>: da lì in poi vestirà sempre di nero.<br />
“Volevo sparire nei miei abiti ” &#8211; dice &#8211; “così il colore nero è diventato la mia unica <em>palette</em>. Indossare un&#8217;uniforme ti consente di non entrare in competizione con ciò che crei, diventa una firma”. Questa sua firma si compone di diversi pezzi. Prima fra tutti c’è l’immancabile <em>mantilla</em>, il velo di tradizione ispanica, che le copre il capo. La prima volta che lo indossa è per seguire l’usanza di entrare in chiesa col capo coperto, ora è il suo amico<a href="http://www.filepmotwary.com/" target="_blank"><strong> Filep Motwary</strong> </a>a disegnarlo per lei. Sotto tutto quel <em>chiffon</em> troneggia una pettinatura Pompadour frutto di un’evoluzione iniziata negli anni ’80.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-16980" style="padding-top: 10px;" title="diane_pernet_5" src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2012/01/diane_pernet_5.jpg" alt="" width="500" height="334" /></p>
<p>Fedele alla massima “Dress to please yourself”, non usa pantaloni, ma solo abiti e gonne maxi, preferibilmente di Boudicca o Isabel Toledo. A terminare un quadro, che sembra una trasposizione moderna di la “Duchess of Alba” dipinto da Goya o del più contemporaneo “The meta bride” di Izhar Patkin, ci sono la montatura felina di Alain Mikili e, tocco di classe estrema, il profumo Comme Des Garçons Incense series ed un parasole dal sapore orientale in caso di giornata assolata.</p>
<p><img class="alignleft  wp-image-16981" style="padding-top: 10px;" title="diane_pernet_6" src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2012/01/diane_pernet_6.jpg" alt="" width="500" height="300" /></p>
<p>Quella di Diane è una sorta di nuova e personale sobrietà dal sapore pittorico. È una figura sovrapponibile a certe immagini femminili del cinema neorealista italiano, alle foto in bianco nere delle vedove siciliane, una Maria Antonietta gotica, una Madonna oscura come quella ritratta da<strong> Miguel Villalobos</strong> e <strong>Graham Tabor</strong>. Nella sua casa ci sono due armadi, entrambi pieni di vestiti neri, eccezion fatta per un accappatoio blu ed un kimono rosso. Nel suo frigorifero manca la carne, ma mai l’acqua Volvic.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-16982" style="padding-top: 10px;" title="diane_pernet_7" src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2012/01/diane_pernet_7.jpg" alt="" width="500" height="769" /></p>
<p>“Integrità, generosità, onestà” è il suo mantra.“Heroes” è la canzone che sceglierebbe per descrivere la sua vita e Madame Grès è la persona che avrebbe voluto conoscere. Blackberry <em>addicted</em>, Diane è sempre in viaggio, una nomade alla ricerca del prossimo talento da scoprire. Molti sono quelli ai quali ha dato voce e che lei, con la sua visione di stile, ha ispirato. Il lungo velo che incornicia il volto della <em>blogger</em> avvolge la <em>new gothic art</em> di <strong>Terence Kohn</strong>, maestro nel mixare nuove tecnologie e i media più tradizionali, famoso per le sue opere estreme. Mrs Pernet lascia tracce nell’<em>interior desig</em>n dell’olandese <strong>Pepe Heykoop</strong>, con la sua ricerca sui materiali alternativi, così come le lascia nel “Cubo scuro” dell’architetto <strong>Soichiro Kanbayashi</strong> e nei giochi di ombre e luci di<strong> Olafur Eliasson</strong> o nelle installazioni “a ragnatela” di<strong> Chiharu Shiota</strong>.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-16983" style="padding-top: 10px;" title="diane_pernet_8" src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2012/01/diane_pernet_8.jpg" alt="" width="500" height="300" /></p>
<p>Diane possiede una bellezza cinematografica. È spiccata la sua somiglianza con Anjelica Huston ed è fin troppo facile sovrapporre le due donne alla Morticia Addams interpretata dall’attrice e certo, la giornalista sarebbe perfetta in un film di Almodovar, magari a fianco della sua amica Rossy De Palma e della cantante Martirio. Come un’animazione dei <strong>Quay Brothers</strong>, immersa in atmosfere surreali, a metà strada tra la fiaba e l&#8217;incubo, ha un fascino un pò inquietante ed ermetico.<img class="alignleft size-full wp-image-16992" style="padding-top: 10px;" title="diane_pernet_13" src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2012/01/diane_pernet_13.jpg" alt="" width="500" height="302" /></p>
<p>“Lo stile è qualcosa con cui nasci &#8211; è solita dire &#8211; la moda è qualcosa che compri”, il suo<em> minimal baroque</em> è legato agli stilisti giapponesi da un reciproco amore. Con loro, in particolare con lo sperimentale <strong>Takashi Nishiyama</strong>, e con il creatore scultoreo <strong>Issey Miyake</strong> condivide la predilezione per il design di sottile ricchezza, la sobria qualità e l’amore per il <em>total black</em>. Hanno fatto del colore nero il loro <em>trademark</em> anche <strong>Rick Owens</strong>, <strong>Gareth Pugh</strong> ed <strong>Ann Demeulemeester</strong>.</p>
<p><img class="alignleft  wp-image-16985" style="padding-top: 10px;" title="diane_pernet_9" src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2012/01/diane_pernet_9.jpg" alt="" width="500" height="700" /></p>
<p>Tutti loro contribuiscono a creare una donna attuale, ricercata e dotata di una forza ancestrale, la stessa che anima Diane e che le permette di essere un’attenta talent scout, sacerdotessa di quel culto pagano che è diventato il fashion on line. Guerriere a difesa dello stile Pernet sono le donne inguainate negli abiti armatura di <strong>Peter Movrin</strong>, mentre <strong>Nicolas Ghesquière</strong> per la stagione estiva 2012 di Balenciaga ne crea la naturale evoluzione. Un cappuccio nero a uovo copre il capo e cela parte del viso, agli abiti neri si sostituiscono colori più vibranti, come l’argento e l’arancione e le forme diventano strutturate.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-16988" style="padding-top: 10px;" title="diane_pernet_10" src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2012/01/diane_pernet_10.jpg" alt="" width="500" height="300" /></p>
<p>Madame Pernet è diventata a tal punto icona di stile da meritarsi una serie di illustrazioni caricaturali, opera di <strong><a href="http://narielwalla.com/" target="_blank">Hormazd Narielwalla</a></strong>, in cui la <em>blogger</em> viene trasformata in una sorta di Barbie dagli abiti intercambiabili e multicolor.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-16978" style="padding-top: 10px;" title="diane_pernet" src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2012/01/diane_pernet.jpg" alt="" width="500" height="345" /></p>
<p>È una donna che ha saputo reinventarsi continuamente, pur restando fedele a sé stessa e ad un’immagine scolpita nel tempo, che ne è diventata la firma. Ha intuito il potere della rete e ha trovato il modo migliore per sfruttare questo mezzo, dando voce a chiunque avesse un talento che arricchisse il mondo dell’arte, diventando un punto di riferimento internazionale sia per i <em>bloggers</em> sia per chi della moda ha fatto il proprio mestiere o la propria passione. Diane Pernet è una donna veramente individualista, veramente pioneristica, veramente talentuosa, veramente identificabile, veramente iconica, sinceramente <em>cool</em>.</p>
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		<title>Yang Du is 3TimesLucky!</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Dec 2011 06:13:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlotta Licciardi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Yang Du si specializza in Fashion Print e Fashion Womenswear alla Central Saint Martin&#8217;s di Londra, città in cui vive. [<a href="http://www.enquire.it/2011/12/30/yang-du-3timeslucky-central-saint-martin/" title="Continua a leggere"><strong>read more</strong></a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Yang Du si specializza in Fashion Print e Fashion Womenswear alla Central Saint Martin&#8217;s di Londra, città in cui vive. Dopo aver concluso il percorso formatico coronato con la <em>degree collection</em> &#8220;It Is A Dream in Colours&#8221; che l&#8217;ha fatta conoscere come un&#8217;artista divenuta fashion designer, ha lavorato per famosi stilisti come John Galliano, Vivienne Westwood e Giles Deacon.</p>
<p><img class="alignleft  wp-image-16773" style="padding-top: 10px;" title="yang_du_4" src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/12/yang_du_4.jpg" alt="" width="500" height="560" /></p>
<p>Nel 2009 lancia la sua linea di abbigliamento che sembra scontrarsi con il suo stile personale. Infatti Yang Du, in un’intervista a Vogue Italia, ammette di non indossare mai mix di colori e descrive lo stile del <em>brand</em> “relaxed, humorous and sexy”. Chi lo avrebbe mai detto?</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-16768" style="padding-top: 10px;" title="yang_du_2" src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/12/yang_du_2.jpg" alt="" width="500" height="333" /></p>
<p>Yang Du si ispira al suo stilista preferito: Moschino, ma anche dalle persone che incontra per le strade londinesi e ai luoghi che visita di frequente, come l’India, Egitto, Ungheria ed Ecuador. La sua collezione Autunno-Inverno 2011-2012, chiamata <strong>3TimesLucky</strong>, è infatti un tripudio di cromie tra zebre, smile, elefanti, cigni e occhi enormi riprodotti su miniabiti kimono e t-shirt <em>oversize</em>. Sciarpe a forma di elefanti e zebre completano il look cartoon oriented e surrealista in un tripudio di colori e di grafie divertenti.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-16767" style="padding-top: 10px;" title="yang_du_1" src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/12/yang_du_1.jpg" alt="" width="500" height="333" /></p>
<p>Una della caratteristiche della collezione è anche l’utilizzo di un unico materiale: il cachemire, tessuto pregiato che si adatta sia all’ironia della collezione, sia alle forme del corpo femminile. La sua collezione 3TimesLycky è dedicata alle donne sicure di sé che amano la vita e non hanno timore delle difficoltà. Le collezioni di Yang Du sono in vendita in USA e Europa.</p>
<p>Il sito <a href="http://www.yangdu-duyang.com/" target="_blank">www.yangdu-duyang.com</a></p>
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		<title>New Era Introducing, a global creative project</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Nov 2011 06:43:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Massimiliano Mameli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Moda + Tendenze]]></category>
		<category><![CDATA[59fifty]]></category>
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		<description><![CDATA[New Era è il brand di cappelli sportivi per eccellenza. Nato a Buffalo, New York, nel 1920, da una piccola [<a href="http://www.enquire.it/2011/11/14/new-era-introducing-a-global-creative-project/" title="Continua a leggere"><strong>read more</strong></a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>New Era</strong> è il <em>brand</em> di cappelli sportivi per eccellenza. Nato a Buffalo, New York, nel 1920, da una piccola azienda familiare, ha saputo adattarsi all&#8217;evoluzione del costume, conducendo da leader tutte le ondate della <em>street fashion</em> e lo svilupparsi dei differenti <em>trend</em>.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-15849" style="padding-top: 10px;" title="newera_1" src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/11/newera_1.jpg" alt="" width="500" height="500" /></p>
<p><strong>New Era Introducing</strong> rappresenta una sfida. Arte e design, fantasia e realtà, si scontrano tra loro in funzione di uno ed un solo vincitore. Europa, Medio Oriente e Asia delimitano il territorio sul quale si svolge questa sfida, aperta a giovani designer emergenti.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-15850" style="padding-top: 10px;" title="newera_2" src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/11/newera_2.jpg" alt="" width="500" height="350" /></p>
<p>Il punto di partenza è il <em>59fifty</em>, l&#8217;icona per eccellenza del marchio di cappelli sportivi n.1 al mondo, i creativi in questione si trovano a dover elaborare concetti al limite della realizzazione. Il peso massimo della scuderia New Era si trova così ad essere sviluppato, vestito, addobbato e completamente trasformato in funzione di una visione personale del designer.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-15851" style="padding-top: 10px;" title="newera_3" src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/11/newera_3.jpg" alt="" width="500" height="350" /></p>
<p>Dopo un&#8217; attenta scrematura effettuata da parte del <em>marketing team</em> della sede inglese del <em>brand</em>, vengono scelti quindici finalisti per nazione ai quali viene inviato un kit di lavoro composto da un 59fifty in cotone naturale da progettare.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-15852" style="padding-top: 10px;" title="newera_4" src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/11/newera_4.jpg" alt="" width="500" height="350" /></p>
<p>Senza doversi minimamente preoccupare del mercato, l&#8217;unico limite posto è quello della realizzabilità. Non ci sono tecniche o materiali esclusi da tutto ciò. Il vincitore potrà dare l&#8217;avvio alla propria carriera, quindi, anche grazie al premio offerto da New Era, che consta in 10mila sterline.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-15853" style="padding-top: 10px;" title="newera_5" src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/11/newera_5.jpg" alt="" width="500" height="350" /></p>
<p>La prima expo itinerante di questo genere è stata organizzata l&#8217;anno scorso, in occasione del 90esimo anniversario della nascita di New Era, la <strong>New Era XC</strong>. Visto il successo di questo tour, che interessa fans del marchio, bloggers e l&#8217;industria intera del mondo urban, l&#8217;azienda ha pensato di replicare l&#8217;iniziativa quest&#8217;anno, ed il <em>feedback</em> è stato a dir poco sorprendente.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-15854" style="padding-top: 10px;" title="newera_6" src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/11/newera_6.jpg" alt="" width="500" height="350" /></p>
<p>Potete visitare <strong>New Era Introducing</strong> anche a <strong>Milano</strong>, nei giorni <strong>18 e 19 novembre</strong> da <strong>XL Combines</strong>, in Via Montevideo 9, zona Tortona. Per giovedì 17, alle ore 20, invece, è programmato il party, esclusivamente per i (fortunati) addetti ai lavori.</p>
<p><iframe style="padding: 10px 0 10px 0;" src="http://www.youtube.com/embed/zRfYmAevN4o" frameborder="0" width="500" height="369"></iframe></p>
<p>Potete dare un&#8217;occhiata a tutti i lavori dei finalisti anche online, su <a href="http://www.neweraintroducing.com" target="_blank">www.neweraintroducing.com</a></p>
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		<title>Rick Owens the Book</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Nov 2011 13:00:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola Ghin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Moda + Tendenze]]></category>
		<category><![CDATA[1994]]></category>
		<category><![CDATA[book]]></category>
		<category><![CDATA[designer]]></category>
		<category><![CDATA[Rick Owens]]></category>

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		<description><![CDATA[Irruente, dark ed eclettico: sono forse gli aggettivi più adatti a descrivere lo stile di Rick Owens, designer nato e [<a href="http://www.enquire.it/2011/11/11/rick-owens-the-book/" title="Continua a leggere"><strong>read more</strong></a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Irruente, dark ed eclettico: sono forse gli aggettivi più adatti a descrivere lo stile di<strong> Rick Owens</strong>, designer nato e cresciuto nella west coastamericana poi divenuto parigino d’adozione. Iscrittosi infatti all’Accademia d&#8217;Arte Otis/Parsons, per intraprendere un corso di modellistica, Owens interrompe gli studi, riuscendo comunque ad approdare nel mondo della moda nel 1994, con l’illustre sponsorizzazione di Vogue America e della direttrice Anna Wintour. Presto diviene uno degli <em>enfants terribles</em> della moda non solo per le sue creazioni eccentriche, ma dalla straordinaria intensità.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-15816" style="padding-top: 10px;" title="rick1" src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/11/rick1.jpg" alt="" width="500" height="300" /></p>
<p>Forse sintomo di un animo tormentato o espressione di un genio creativo davvero poco comune ? Sta a noi giudicarlo: l’opportunità di poterlo fare ci viene data proprio dallo stesso Rick, che ha deciso di pubblicare un volume celebrativo del proprio <em>brand</em>, affinché tutti possano venire a contatto e comprendere sia il suo modus operandiche le sue creazioni.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-15820" style="padding-top: 10px;" title="rick_owens_2" src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/11/PFW-Rick-Owens-Fall-Winter-2011-2012-04.jpg" alt="" width="500" height="391" /></p>
<p>Non si tratta però di una pura celebrazione di sé stesso, bensì di una raccolta di riflessioni, appunti, annotazioni ed immagini che con un tono intimo e critico narrano il proprio percorso stilistico dal 1994 ad oggi. All’interno del volume il designer si propone da guida, iniziando un percorso illustrato attraverso immagini di shooting, sfilate, ed eventi di cui si serve per raccontarci il percorso intrapreso nei suoi anni di carriera. Una personalità forte, senza dubbio, quella di Rick, che vive la propria creatività e il proprio senso dello stile in totale libertà: e forse è proprio questo il segreto del suo grande successo, il riuscitissimo connubio tra la propria matrice stilistica Californiana, giovane e pratica, alla tradizione Europea, sicuramente più misurata e dominata da schemi a cui pochi hanno osato remare contro.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-15819" style="padding-top: 10px;" title="rick_owens_2" src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/11/196_197-11.jpg" alt="" width="500" height="357" /></p>
<p>Una curiosità? Come dichiara lo stesso Mr Owens, “Il libro è nato originariamente come manuale per i nuovi impiegati: uno strumento utile per dar loro una idea di massima della nostra estetica. Ne ero così orgoglioso, però, che ho deciso di pubblicarlo, in una tiratura limitata di 1000 esemplari numerati.” Aggiudicarsi una delle poche copie in circolazione costa ben 92€ , ma una volta acquistato, il volume permette di sentirsi parte del grande processo creativo di uno stilista davvero non convenzionale. Il cofanetto è edito da Rizzoli New York, e sarà presto disponibile nelle più grandi e ricercate librerie degli States.</p>
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		<title>Una pecora nera al Touch!</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Oct 2011 07:00:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cristina Mainardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Moda + Tendenze]]></category>
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		<description><![CDATA[L’influenza del web sulla moda sta diventando sempre più forte. Blogger, ispirational web site, web magazine, portali online, riviste online. [<a href="http://www.enquire.it/2011/10/04/una-pecora-nera-al-touch/" title="Continua a leggere"><strong>read more</strong></a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L’influenza del web sulla moda sta diventando sempre più forte. Blogger, <em>ispirational web site</em>, <em>web magazine</em>, portali online, riviste online. Tutto ciò che concerne l’ideazione, il marketing e la comunicazione di moda subisce attivamente o passivamente l’influsso della rete. <em>Digital pr, digital marketing, web editor</em>. Nuove figure lavorative in un momento di crisi nera. Internet aumenta la possibilità di crescita e visibilità dei marchi, spesso con grandi successi. Durante la scorsa stagione, per la prima volta, una fiera italiana ha aperto i suoi orizzonti sul web. E’ nato allora il sito<strong><a href="http://www.e-pitti.com" target="_blank"> e-pitti.com</a></strong>, uno spazio nella rete in cui ogni marchio presente fisicamente in fiera si presenta attraverso stand virtuali, in modo che possa essere raggiunto e visitato anche da chi a Firenze non va. Una svolta. Marketing allo stato puro, commercio virtuale oltre l’<em>e-commerce</em> tradizionale.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-15212" style="padding-top: 10px;" title="e-PITTI - Fashion online trade fairs and virtual showrooms by Pitti Immagine and FieraDigitale" src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/10/e-PITTI-Fashion-online-trade-fairs-and-virtual-showrooms-by-Pitti-Immagine-and-FieraDigitale.png" alt="" width="500" height="304" />Ora, durante la settimana della moda milanese appena conclusasi, abbiamo assistito ad un ulteriore passo avanti. Una collaborazione. Ideata ed organizzata dal <strong>Touch! neoZone cloudnine</strong>, fiera femminile del Pitti, assieme al sito web inglese <a href="http://notjustalabel.com" target="_blank"><strong>NOT JUST A LABEL</strong></a>. Un progetto nuovo che vede per la prima volta una piattaforma online portare parte del proprio contenuto nella realtà. Per chi non conoscesse, Not Just a Label è un contenitore che sfrutta la mancanza fisica di barriere tipica di internet, per convogliare dentro di sé nuovi designers, nuova creatività fresca e pulsante proveniente da tutti gli angoli del pianeta. Su NJL ogni designer ha la propria pagina contenente immagini ed informazioni e può vendere online le proprie creazioni. Si arriva per cercare e si chiude la pagina dopo un acquisto dal valore estetico di tutto rispetto. Quando si parla di NJL si parla di nuovi talenti.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-15213" style="padding-top: 10px;" title="NOT JUST A LABEL  Discovering and supporting pioneers in contemporary fashion" src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/10/NOT-JUST-A-LABEL-Discovering-and-supporting-pioneers-in-contemporary-fashion.png" alt="" width="500" height="332" />Alcuni di questi, per la precisione otto stranieri, hanno avuto l’occasione di mostrarsi in fiera a Milano. In quella città, capitale della moda italiana, che per molti rappresentava prima un traguardo inarivvabile, un sogno. Per <strong>Angela Bang, Eleanor Amoroso, Fanny and Jessy, Howitzweissbach, Juliaandben, Pedro Pedro, Reality Studio e Veronica B. Vallenes</strong>, Milano è divenuta reale, eccome. Ognuno di loro ha avuto la possibilità di esporre le proprie collezioni all’interno di uno spazio dedicato all’interno del Touch!, messo a disposizione in modo totalmente gratuito, sotto agli occhi di buyers e stampa nostrana, un’occasione di pura e grandiosa visibilità. Ma parliamo dei designers presenti.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-15217" style="padding-top: 10px;" title="notjustalabel+touch_1" src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/10/notjustalabel+touch_1.jpg" alt="" width="500" height="334" /></p>
<p><a href="http://www.angelabang.com/" target="_blank"><strong>Angela Bang</strong></a>, designer spagnola ha presentato la sua collezione chiamata &#8220;Fringed&#8221;, come si intuisce dal nome le frangie sono l’elemento ricorrente che decora buona parte di tutti gli abiti realizzati. Trasparenze, alternanza tra pieni e vuoti, tra strati e frangie. Un progetto dai rimandi urbani e ricco di sensualità. <a href="http://eleanoramoroso.com/" target="_blank"><strong>Eleanor Amoroso</strong></a>, designer con base a Londra, realizza strutture ricche composte da grossi intrecci complicati e voluminosi che coprono il corpo con morbidezza. <a href="http://www.fannyandjessy.co.uk/" target="_blank"><strong>Fanny and Jessy</strong></a>, marchio creato da due designers laureatesi al London College of Fashion nel 2009, si distingue invece per l’eccentricità fusa con reminiscenze anni’80 e ’90.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-15214" style="padding-top: 10px;" title="notjustalabel+touch_fanny_jessy" src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/10/notjustalabel+touch_fanny_jessy.png" alt="" width="500" height="347" /><a href="http://www.howitzweissbach.com/" target="_blank"><strong>Howitzweissbach</strong></a> fa del design e della ricerca per i materiali la sua arma di distinzione. Colori forti, trasparenze ricche di colori, ampi volumi e contrasti per capi che mostrano palesemente le proprie costruzioni altamente sartoriali. <a href="http://www.juliaandben.com/" target="_blank"><strong>Juliaandben</strong></a>, marchio berlinese fondato da Julia Heuse e Ben Klunk, rielabora lo <em>street style</em>, tipico della capitale teutonica, attraverso morbidezze e asimmetrie. Il <em>brand</em> <a href="http://www.pedroxpedro.blogspot.com/" target="_blank"><strong>Pedro Pedro</strong></a>, dalla calda Lisbona, propone colori accesi, stampe naturali su linee pulite.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-15215" style="padding-top: 10px;" title="notjustalabel+touch_pedro_pedro" src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/10/notjustalabel+touch_pefro_pedro.jpg" alt="" width="500" height="333" /></p>
<p><strong><a href="http://www.realitystudio.de/" target="_blank">Reality Studio</a></strong>, fondato nel 2005 da Svenja Specht, si differenza per uno stile molto metropolitano ricco di sovrapposizioni, capi <em>oversize</em> e avvolgimenti. La danese<strong><a href="http://www.veronicabvallenes.com/" target="_blank"> Veronica B. Vallenes</a></strong> si distingue dagli altri per la sua estema femminilità e per volumi cadenti che accarezzano il corpo con grande semplicità e sobrietà.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-15216" style="padding-top: 10px;" title="notjustalabel+touch_veronica_b_vallenes" src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/10/notjustalabel+touch_veronica_b_vallenes.jpg" alt="" width="500" height="336" /></p>
<p>Otto designer, otto modi diversi di esprimere la moda. Una collaborazione, un’occasione da riperete assolutamente.</p>
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		<title>ITS Up to you!</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Aug 2011 08:12:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lucilla Spagnuolo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Moda + Tendenze]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Si è da poco concluso, con la proclamazione del vincitore e le menzioni speciali dei premi collaterali,<strong> ITS#10</strong>, concorso di moda/fotografia/arti visive di fama internazionale, ospitato in &#8220;casa nostra&#8221;, e più precisamente a Trieste.</p>
<p>Giunto ormai, come si può intuire dal numero progressivo contenuto nel nome, alla decima edizione, conta la partecipazione nella giuria di affermati artisti, imprenditori, stilisti, nonché il patrocinio della Diesel, attenta e generosa scopritrice di nuovi talenti.</p>
<p>Quest&#8217;anno, nella categoria Fashion, si sono visti riconoscere l&#8217;ambito primo premio e l&#8217;altrettanto prezioso Diesel Award due astri nascenti nel panorama del menswear, l&#8217;uno nostro connazionale e l&#8217;altro israeliano.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-14325" style="padding-top: 10px;" title="kristian_guerra1" src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/08/kristian_guerra1.jpg" alt="" width="500" height="300" /></p>
<p>Ad illuminare il sentiero italiano è stato <strong>Kristian Guerra</strong>, studente dell&#8217;Università di Venezia e creatore della collezione<em>  A.m.e.n.</em>  Fermarsi ad immaginare un lavoro strettamente legato a questo nome e a qualcosa di mistico o religioso sarebbe estremamente limitativo e probabilmente ingiusto nei confronti di un talento dello <em>streetwear</em> davvero notevole. Al contrario, ci troviamo di fronte ad uno sperimentatore delle forme, delle proporzioni e dei materiali, perché i capi sono fatti soprattutto di nylon e tessuti tecnici. La lente è puntata sull&#8217;<em>outdoor</em> e in particolare sullo <em>style</em> più morbido e invernale che c&#8217;è: il piumino. Kristian gioca con questa giacca reinterpretandola e trasformandola a volte in un bozzolo, a volte in un cuscino. I modelli sono così incappucciati che sembrano soffocare, eppure è evidente la lotta interna per emergere da quegli involucri. Le <em>silhouettes</em>, già <em>stretchate</em>, sono allungate ancora di più dalle <em>sneakers</em> con zeppe esagerate, mentre le geometrie e le angolazioni della parte superiore sono equilibrate da semplici bermuda in nylon che lasciano le gambe scoperte.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-14326" style="padding-top: 10px;" title="niran_avisar1" src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/08/niran_avisar1.jpg" alt="" width="500" height="300" /></p>
<p><strong>Niran Avisar</strong>, studente israeliano dello Shenkar College of Engineering and Design, è invece il vincitore del riconoscimento offerto da Renzo Rosso, patron della Diesel, che ha premiato Niran e, oltre al contributo economico, ha offerto al giovane stilista anche un <em>internship</em> presso l&#8217;<em>headquarter</em> di Bassano del Grappa.</p>
<p>Non si poteva certo desiderare migliore inizio per un designer che ha fatto del denim e del suo <em>meltin&#8217; pot</em> con la pelle di cervo, la maglieria e la lana cotta il fulcro della sua collezione. Egon Schiele il suo punto di partenza, per una volta non rapportato alla fragilità di una figura femminile, ma a quella di una mascolinità dandiana di inizio &#8217;900. Colori scuri, metallici, antracite e nero, caratterizzano l&#8217;intera collezione.</p>
<p>Il motore del <em>menswear</em> internazionale è su di giri, diamogli gas. Anzi, diesel.</p>
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		<title>Tweety Table Lamp by Giorgio Bonaguro</title>
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		<pubDate>Thu, 14 Apr 2011 10:30:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Taccardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arch + Design]]></category>
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		<description><![CDATA[Giorgio Bonaguro è un industrial e interior designer milanese. Ha studiato ingegneria meccanica a Modena, concludendo poi i suoi studi con [<a href="http://www.enquire.it/2011/04/14/tweety-table-lamp-by-giorgio-bonaguro/" title="Continua a leggere"><strong>read more</strong></a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Giorgio Bonaguro</strong> è un industrial e interior designer milanese.</p>
<p>Ha studiato ingegneria meccanica a Modena, concludendo poi i suoi studi con un master in Industrial e Interior Design alla Scuola Politecnica di Design di Milano.</p>
<p>Lavora in diversi campi tra cui il furniture, product, industrial, interior, packaging e lighting design.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/04/Giorgio-Bonaguro-Tweety-Table-Lamp-2.jpg" alt="" title="Giorgio Bonaguro - Tweety Table Lamp (2)" width="500" height="500" class="alignnone size-full wp-image-12060" style="padding-top:10px;"/></p>
<p><strong>The Tweety Table Lamp</strong> un suo progetto, un prodotto dal design semplice ed intuitivo, che combina tra loro due elementi altrettanto semplici: una struttura in policarbonato traslucido e un bulbo porta-lampada.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/04/Giorgio-Bonaguro-Tweety-Table-Lamp-3.jpg" alt="" title="Giorgio Bonaguro - Tweety Table Lamp (3)" width="500" height="500" class="alignnone size-full wp-image-12061" style="padding-top:10px;"/></p>
<p>Ulteriori informazioni sul suo sito personale <a href="http://www.bonagurogiorgio.com/" target="_blank">www.bonagurogiorgio.com</a></p>
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		<title>Contemporary noblesse: Christian l&#8217;Enfant Roi</title>
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		<pubDate>Tue, 18 Jan 2011 09:00:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lucilla Spagnuolo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Qualche mese fa, più precisamente lo scorso ottobre, è stata presentata la prima collezione di Christian l&#8217;Enfant Roi, stilista canadese [<a href="http://www.enquire.it/2011/01/18/christian-enfant-roi-fashion-design/" title="Continua a leggere"><strong>read more</strong></a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Qualche mese fa, più precisamente lo scorso ottobre, è stata presentata la prima collezione di <strong>Christian l&#8217;Enfant Roi</strong>, stilista canadese al suo debutto con l&#8217;omonima linea, interamente dedicata ad un menswear tradizionale, dal gusto retrò ma dalle forme contemporanee.<br />
Formatosi scolasticamente al College Lasalle, dove ha studiato Fashion Design, e lavorativamente presso Andy The Anh (uno dei più famosi e popolari marchi canadesi n.d.r.), Christian è un esteta e un arrogante, e probabilmente è grazie a queste sue peculiarità che ha avuto modo di lanciare il suo &#8220;progetto solista&#8221;, un po&#8217; come succede nella musica, riscuotendo anche un deciso successo sia in termini di visibilità che di consensi da parte soprattutto della stampa.<br />
L&#8217;arroganza, nello specifico, è una caratteristica che il designer riconduce ai suoi primi ispiratori, gli abitanti di Montreal, città in cui vive e lavora.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/01/Christian-Roi-5.jpg" alt="" title="Christian Roi (5)" width="500" height="360" class="alignnone size-full wp-image-9851" style="padding-top:10px;"/></p>
<p>La frase <em>&#8220;Kids are too cool for school&#8221;</em> (letteralmente &#8220;I ragazzi sono troppo fighi per andare a scuola&#8221;) riassume il suo pensiero e quella che, a suo dire, è la filosofia di un&#8217;intera generazione: ritenere che si debba essere trattati come membri della famiglia reale. Ecco anche il perché del suo nome, e di quello del brand.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/01/Christian-Roi-6.jpg" alt="" title="Christian Roi (6)" width="500" height="360" class="alignnone size-full wp-image-9852" style="padding-top:10px;"/></p>
<p>La collezione ricalca perfettamente le linee dell&#8217;abbigliamento dei club maschili post-coloniali, fondendo silhouettes classiche e influenze etniche. Niente di più moderno, considerando che i giovani uomini di oggi e di domani sono globetrotters, viaggiatori instancabili sempre più rivolti ai Paesi del continente asiatico.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/01/Christian-Roi-3.jpg" alt="" title="Christian Roi (3)" width="500" height="500" class="alignnone size-full wp-image-9853" style="padding-top:10px;"/></p>
<p>Sartorialità e materiali come lana, suede e cotoni; accenni di organza che conferisce agli outfits una superba sofisticatezza, mentre maglioni patchwork ostentano una fintissima quanto rilassata trasandatezza. E forse proprio qui sta la chiave di tutto il lavoro di Christian l&#8217;Enfant Roi: riuscire a creare un look che, per quanto sia comodo, conservi l&#8217;austera formalità dell&#8217;abito maschile.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/01/Christian-Roi.jpg" alt="" title="Christian Roi" width="500" height="500" class="alignnone size-full wp-image-9854" style="padding-top:10px;"/></p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/01/Christian-Roi-7.jpg" alt="" title="Christian Roi (7)" width="500" height="500" class="alignnone size-full wp-image-9855" style="padding-top:10px;"/></p>
<p>Fez e turbanti sono poi il tocco di classe, la firma di questo giovane stilista che crede nel copricapo come il pezzo fondamentale di ogni guardaroba, quello che rende camaleontico qualsiasi look.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/01/Christian-Roi-4.jpg" alt="" title="Christian Roi (4)" width="500" height="500" class="alignnone size-full wp-image-9856" style="padding-top:10px;"/></p>
<p>Che dire di più? <a href="http://www.christianlenfantroi.com" target="_blank">www.christianlenfantroi.com</a></p>
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		<title>Sleepy Lamp by Studio Klass</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Dec 2010 09:00:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Taccardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arch + Design]]></category>
		<category><![CDATA[design]]></category>
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		<category><![CDATA[furniture]]></category>
		<category><![CDATA[italia]]></category>
		<category><![CDATA[lampada]]></category>

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		<description><![CDATA[Prestare attenzione ai gesti quotidiani, agli oggetti che ci circondano, a come questi vengono utilizzati o come facilmente si prestano [<a href="http://www.enquire.it/2010/12/22/sleepy-lamp-studio-klass-design-milano/" title="Continua a leggere"><strong>read more</strong></a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Prestare attenzione ai gesti quotidiani, agli oggetti che ci circondano, a come questi vengono utilizzati o come facilmente si prestano a possibili ed ulteriori funzioni.<br />
Capita così che Alessio Roscini e Marco Maturo, mente e braccia di <strong>Studio Klass</strong> (che avevamo conosciuto già in precedenza con altri due progetti <a href="http://www.enquire.it/2010/10/14/slippers-by-studio-klass/">Slippers</a> e <a href="http://www.enquire.it/2010/10/04/folding-sunglasses-by-studio-klass/">Folding Sunglasses</a>), restano affascinati nell’osservare una scala nel momento del suo <em>non utilizzo</em>: inerme appoggiata alla parete.<br />
Questo aspetto viene riletto in chiava concettuale in <strong>Sleepy Lamp</strong>.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2010/12/Sleepy-Lamp-Studio-Klass-2.jpg" alt="" title="Sleepy Lamp - Studio Klass (2)" width="500" height="630" class="alignnone size-full wp-image-9434" style="padding-top:10px;"/></p>
<p>Una lampada pigra ed assonnata che ricorda le forme di una scala, dal profilo esile e leggero, che non riesce a fare a meno di riposarsi appoggiandosi al muro, creando intorno a sé un’atmosfera serena e rilassante. Così la descrivono loro stessi, e superfluo sarebbe aggiungere altro <a href="http://www.studioklass.com" target="_blank">www.studioklass.com</a></p>
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		<title>Bed Time Story by !idee</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Nov 2010 10:00:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Taccardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arch + Design]]></category>
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		<category><![CDATA[germania]]></category>

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		<description><![CDATA[In camera da letto ci sono arredamenti che non possono mancare: il letto ad esempio, o anche l&#8217;armadio e perchè [<a href="http://www.enquire.it/2010/11/25/bed-time-story-by-idee/" title="Continua a leggere"><strong>read more</strong></a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In camera da letto ci sono arredamenti che non possono mancare: il letto ad esempio, o anche l&#8217;armadio e perchè no anche un comodino dove riporre cellulare, libro e lampada. In commercio ovviamente se ne trovano di tutte le fatteze, per tutte le tasche e soprattutto per tutti i gusti, c&#8217;è solo l&#8217;imbarazzo della scelta.<br />
Se vi piacciono funzionalità e minimalismo, allora <strong>Bed Time Story</strong> dello studio di design tedesco <strong>!idee</strong> potrebbe stuzzicare il vostro interesse.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2010/11/iidee-2.jpg" alt="" title="iidee (2)" width="500" height="630" class="alignnone size-full wp-image-9029" style="padding-top:10px;"/></p>
<p>Lamiera tagliata e piegata, ed il gioco è fatto: mensola, porta lampada e segnalibro (disponibile ovviamente nella versione lato destro o sinistro). Semplice, elegante ma soprattutto pratico.<br />
Maggiori informazioni <a href="http://www.iidee.eu" target="_blank">www.iidee.eu</a></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Design for kids (parte seconda)</title>
		<link>http://www.enquire.it/2010/11/23/tooko-draaak-luc-brinkman/</link>
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		<pubDate>Tue, 23 Nov 2010 10:00:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Taccardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arch + Design]]></category>
		<category><![CDATA[design]]></category>
		<category><![CDATA[designer]]></category>
		<category><![CDATA[kids]]></category>
		<category><![CDATA[olanda]]></category>
		<category><![CDATA[paper]]></category>

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		<description><![CDATA[Torniamo ad occuparci di bambini, e ovviamente di design. La volta scorsa ci aveva incuriosito un cavallo a dondolo realizzato [<a href="http://www.enquire.it/2010/11/23/tooko-draaak-luc-brinkman/" title="Continua a leggere"><strong>read more</strong></a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Torniamo ad occuparci di bambini, e ovviamente di design.<br />
La <a href="http://www.enquire.it/2010/11/10/design-kids-shell-thomas-reggie-rocker/">volta scorsa</a> ci aveva incuriosito un cavallo a dondolo realizzato in cartone (Ultraboard) della designer inglese Shell Thomas, oggi invece ci spostiamo in Olanda e andiamo a scoprire un&#8217;interessante azienda con base ad Amsterdam, la <strong>Tooko</strong>, brand del gruppo Jansen+Co.<br />
I loro prodotti non spiccano per innovazione, ma ancora una volta sottolineaimo che design non significa necessariamente innovazione. Può invece semplicemente significare ottimizzare o interpretare in maniera differente un progetto. Questo ne è il caso, oggetti solitamente realizzati in polimeri plastici, vengono convertiti utilizzando il cartone.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2010/11/Tooko.jpg" alt="" title="Tooko" width="500" height="330" class="alignnone size-full wp-image-8985" style="padding-top:10px;"/></p>
<p>Il cartone oltre ad essere biodegradabile e riciclabile, è anche atossico, un ulteriore punto a favore per questo materiale tutt&#8217;altro che nuovo.<br />
<strong>House</strong> e <strong>Kid Stool</strong>, sono due progetti molto semplici, facilmente intuibili osservando solo le immagini. Uno progettato da <em>Daaak</em> e l&#8217;altro da <em>Luc Brinkman</em>, sono realizzati interamente in cartone, ovviamente 100% riciclato, e come per il cavallo a dondolo, sono personalizzabili e decorabili lasciando libertà di espressione alla creatività dei più piccoli.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2010/11/Tooko-3.jpg" alt="" title="Tooko (3)" width="500" height="240" class="alignnone size-full wp-image-8986" style="padding-top:10px;"/></p>
<p>Per questi gli altri prodotti <a href="http://www.tooko.nl" target="_blank">www.tooko.nl</a></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Waste Bin by Grace Youngeun Lee</title>
		<link>http://www.enquire.it/2010/11/19/waste-bin-grace-youngeun-lee-design/</link>
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		<pubDate>Fri, 19 Nov 2010 10:00:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Taccardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arch + Design]]></category>
		<category><![CDATA[america]]></category>
		<category><![CDATA[design]]></category>
		<category><![CDATA[designer]]></category>

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		<description><![CDATA[Perchè complicare un oggetto teoricamente semplice, e soprattutto efficace nella sua semplicità? Questa dovrebbe essere una delle tante domande che [<a href="http://www.enquire.it/2010/11/19/waste-bin-grace-youngeun-lee-design/" title="Continua a leggere"><strong>read more</strong></a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Perchè complicare un oggetto teoricamente semplice, e soprattutto efficace nella sua semplicità?<br />
Questa dovrebbe essere una delle tante domande che un bravo designer si dovrebbe porre a priori. Semplificare un progetto (ovviamente nel limite delle possibilità) corrisponde anche ad una sua più attenta ottimizzazione: il progetto si semplifica, si riducono le criticità, si riduce la probabilità d&#8217;errore e non ultimo si possono ridurre sensibilmente i costi e i tempi. Questi solo per citare alcuni dei vantaggi.<br />
E allora perchè ostinarsi in progetti e prodotti, complessi? </p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2010/11/lee_hi04.jpg" alt="" title="lee_hi04" width="500" height="400" class="alignnone size-full wp-image-8889" style="padding-top:10px;"/></p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2010/11/lee_hi01.jpg" alt="" title="lee_hi01" width="500" height="400" class="alignnone size-full wp-image-8890" style="padding-top:10px;"/></p>
<p>Fortunatamente la giovane designer americana <strong>Grace Youngeun Lee</strong>, adora la semplificazione. <strong>Waste Bin</strong>, ne è un esempio. Uno degli oggetti più d&#8217;uso comune, il cestino: due pezzi unici, una guida ad incastro e il gioco è fatto. Semplice, pratico e funzionale e perchè no, anche bello da vedere.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2010/11/lee_hi08.jpg" alt="" title="lee_hi08" width="500" height="450" class="alignnone size-full wp-image-8891" style="padding-top:10px;"/></p>
<p>Per conoscere la brillante designer, per approfondire questo progetto e scoprire tutti gli altri <a href="http://www.graceleestudio.com" target="_blank">www.graceleestudio.com</a></p>
]]></content:encoded>
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		<title>132 5 Issey Miyake</title>
		<link>http://www.enquire.it/2010/11/16/132-5-issey-miyake/</link>
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		<pubDate>Tue, 16 Nov 2010 08:00:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lucilla Spagnuolo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Moda + Tendenze]]></category>
		<category><![CDATA[design]]></category>
		<category><![CDATA[designer]]></category>
		<category><![CDATA[fashion]]></category>
		<category><![CDATA[paper]]></category>

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		<description><![CDATA[Il binomio design-carta è il fulcro di molta ricerca in diversi contesti creativi ormai già da un po&#8217; di anni. [<a href="http://www.enquire.it/2010/11/16/132-5-issey-miyake/" title="Continua a leggere"><strong>read more</strong></a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il binomio design-carta è il fulcro di molta ricerca in diversi contesti creativi ormai già da un po&#8217; di anni.<br />
Legata indissolubilmente e inevitabilmente al concetto di eco-sostenibilità, la carta è un materiale riciclabile e versatile di cui Enquire vi ha parlato quest&#8217;anno, spesso in relazione a progetti innovativi di geniali menti giapponesi. L&#8217;antica arte di piegare la carta, l&#8217;origàmi, affonda le sue radici, infatti, proprio nella tradizione di Giappone e Cina, ed è spesso fonte d&#8217;ispirazione per stilisti, scultori, architetti etc.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2010/11/132-5-Issey-Miyake.jpg" alt="" title="132 5 Issey Miyake" width="500" height="500" class="alignnone size-full wp-image-8775" style="padding-top:10px;"/></p>
<p>Il designer Issey Miyake, rappresentante dell&#8217;incredibile capacità degli orientali di esplorare nuove strade e intraprendere nuove sfide, ha da poco presentato a Parigi il suo ultimo progetto, <strong>132 5 ISSEY MIYAKE</strong>, che si basa proprio su uno studio digitalizzato di questa fantastica tecnica.<br />
132 5 ISSEY MIYAKE nasce dalla collaborazione fra Reality Lab, il consorzio di giovani creativi fondato dallo stilista per portare avanti un continuo studio sulle infinite possibilità ed espressioni della moda, e Jun Mitani, scienziato informatico ideatore di un programma di ricostruzione tridimensionale delle forme geometriche, partendo da un semplice pezzo di carta. Il nome stesso del progetto fa riferimento a questa applicazione, e si spiega così: 1 pezzo di tessuto, forme tridimensionali (3) indotte alla bidimensionalità (2), e la quinta dimensione (5) che, sorvolando sulle definizioni fisiche e astrofisiche, allude alla dimensione del vestire.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2010/11/132-5-Issey-Miyake-4.jpg" alt="" title="132 5 Issey Miyake (4)" width="500" height="390" class="alignnone size-full wp-image-8776" style="padding-top:10px;"/></p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2010/11/132-5-Issey-Miyake-5.jpg" alt="" title="132 5 Issey Miyake (5)" width="500" height="271" class="alignnone size-full wp-image-8777" /></p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2010/11/132-5-Issey-Miyake-6.jpg" alt="" title="132 5 Issey Miyake (6)" width="500" height="390" class="alignnone size-full wp-image-8778" /></p>
<p>Trattandosi infatti di una trasposizione dell&#8217;origàmi nella moda, la carta è sostituita da tessuti ottenuti dal riciclo di bottiglie di plastica, che si traducono in un materiale bianco e sottile come il popeline di cotone, e in uno nero più lucente come la seta. Il procedimento, poi, resta pressoché invariato: esso viene tagliato, rifinito e piegato in modo preciso e permanente, basandosi sulle formule generate dal computer. Le forme bidimensionali vengono riconfigurate in 3D una volta distese, come succede con le lampade di carta cinesi, diventando tubi angolari multisfaccettati, indossabili come più aggrada.<br />
Vestiti, abiti da cocktail, gonne, giacche, top, pantaloni: grazie ad un sistema di abbottonature nascoste, si possono cambiare i volumi, le dimensioni, assemblare più pezzi. Le silhouettes che si ottengono sono davvero eclettiche, pur rimandando chiaramente al background lavorativo di Issey Miyake, assistente negli anni &#8217;60 di Hubert de Givenchy, e allo stile del mentore di quest&#8217;ultimo, Cristobal Balenciaga.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2010/11/132-5-Issey-Miyake-7.jpg" alt="" title="132 5 Issey Miyake (7)" width="500" height="403" class="alignnone size-full wp-image-8779" style="padding-top:10px;"/></p>
<p>La poliedricità di questa collezione la rende senza stagione, adempiendo perfettamente all&#8217;intento dello stilista di creare capi che durino a lungo, non sostituibili ogni due mesi. Anche questa è eco-sostenibilità.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Bloomframe® la finestra che diventa balcone</title>
		<link>http://www.enquire.it/2010/11/12/bloomframe-hofman-dujardin-hurks-geveltechniek/</link>
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		<pubDate>Fri, 12 Nov 2010 10:00:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Taccardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arch + Design]]></category>
		<category><![CDATA[design]]></category>
		<category><![CDATA[designer]]></category>
		<category><![CDATA[olanda]]></category>

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		<description><![CDATA[Bloomframe® è l&#8217;innovativa finestra che si trasforma magicamente in un balcone al tocco di un pulsante. Un elemento nuovo con [<a href="http://www.enquire.it/2010/11/12/bloomframe-hofman-dujardin-hurks-geveltechniek/" title="Continua a leggere"><strong>read more</strong></a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Bloomframe®</strong> è l&#8217;innovativa finestra che si trasforma magicamente in un balcone al tocco di un pulsante. Un elemento nuovo con notevoli vantaggi non solo estetici, ma anche funzionali.<br />
Il sistema sviluppato e brevettato dallo studio d&#8217;architettura <strong>Hofman Dujardin</strong> in collaborazione con l&#8217;azienda olandese <strong>Hurks Geveltechniek</strong>, ha ottenuto numerosi riconoscimenti a livello internazionale suscitando l&#8217;interesse di molti.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2010/11/bloom2.jpg" alt="" title="bloom2" width="500" height="300" class="alignnone size-full wp-image-8711" style="padding-top:10px;"/></p>
<p>Adesso non è più solo un prototipo, infatti gli stessi olandesi hanno deciso di applicare questa brillante soluzione per alcuni edifici residenziali nella città di Arnhem, sempre in Olanda. </p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2010/11/bloom3.jpg" alt="" title="bloom3" width="500" height="340" class="alignnone size-full wp-image-8712" style="padding-top:10px;"/></p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2010/11/bloom4.jpg" alt="" title="bloom4" width="500" height="340" class="alignnone size-full wp-image-8713" style="padding-top:10px;"/></p>
<p>Il balcone Bloomframe® realizzato in acciaio, vetro e alluminio, può essere facilmente adattato per dimensioni alle richieste di architetti o costruttori, come può essere personalizzato anche il vetro o magari sostituito con altro.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2010/11/bloom5.jpg" alt="" title="bloom5" width="500" height="600" class="alignnone size-full wp-image-8714" style="padding-top:10px;"/></p>
<p>Per approfondire <a href="http://www.bloomframe.com" target="_blank">www.bloomframe.com</a></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Eco Urinal by Yeongwoo Kim</title>
		<link>http://www.enquire.it/2010/11/11/eco-urinal-yeongwoo-kim/</link>
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		<pubDate>Thu, 11 Nov 2010 10:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Taccardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arch + Design]]></category>
		<category><![CDATA[design]]></category>
		<category><![CDATA[designer]]></category>
		<category><![CDATA[korea]]></category>

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		<description><![CDATA[Lavarsi le mani dopo aver espletato i propri bisogni fisiologici dovrebbe essere normale routine, una buona abitudine. Ancor più buona, [<a href="http://www.enquire.it/2010/11/11/eco-urinal-yeongwoo-kim/" title="Continua a leggere"><strong>read more</strong></a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Lavarsi le mani dopo aver espletato i propri bisogni fisiologici dovrebbe essere normale routine, una buona abitudine.<br />
Ancor più buona, se ci troviamo alle prese con il progetto del giovane designer koreano <strong>Yeongwoo Kim</strong>.<br />
La soluzione di recuperare e riutilizzare l&#8217;acqua di scarico non è una novità: negli anni abbiamo imparato a prendere familiarità con questa brillante intuizione. Molto spesso però la semplicità dell&#8217;idea non è stata concretizzata altrettanto semplicemente nel prodotto. </p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2010/11/EcoUrinal03.jpg" alt="" title="EcoUrinal(03)" width="500" height="350" class="alignnone size-full wp-image-8690" style="padding-top:10px;"/></p>
<p>L&#8217;<strong>Eco urinal</strong> del designer koreano, vincitore dell&#8217;iF Concept Design 2010, invece stupisce per la sua semplicità e praticità, tanto da non richiedere ulteriori spiegazioni sul suo funzionamento, basta una semplice vignetta.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2010/11/EcoUrinal02.jpg" alt="" title="EcoUrinal(02)" width="500" height="300" class="alignnone size-full wp-image-8689" style="padding-top:10px;"/></p>
<p>Il sito personale del designer <a href="http://www.yeongwookim.com" target="_blank">www.yeongwookim.com</a></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Design for kids (Parte prima)</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Nov 2010 10:00:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Taccardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arch + Design]]></category>
		<category><![CDATA[cartone]]></category>
		<category><![CDATA[design]]></category>
		<category><![CDATA[designer]]></category>
		<category><![CDATA[eco-friendly]]></category>
		<category><![CDATA[inghilterra]]></category>

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		<description><![CDATA[Quando si parla di design, capita davvero raramente di parlare di design a misura di bambino, nonostante questo sia un [<a href="http://www.enquire.it/2010/11/10/design-kids-shell-thomas-reggie-rocker/" title="Continua a leggere"><strong>read more</strong></a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quando si parla di design, capita davvero raramente di parlare di design a misura di bambino, nonostante questo sia un settore, che lontano dalle luci della ribalta, macina numeri importanti e in continua evoluzione.<br />
La domanda dovrebbe sorgere spontanea, perchè se ne parla così poco? La risposta sarebbe scontata: il design per come viene <em>venduto</em> è immagine, è tendenza, e si sa prodotti per bambini difficilmente possono fare tendenza. Per intenderci, quante volte avete visto un seggiolone per bambini in copertina di una qualsiasi rotocalco?<br />
Ecco dunque che il design viene trasformato in un <em>vizio</em>, un vizio per adulti, come se poi tutto il resto fosse superfluo.<br />
Ci sarebbe da approfondire la questione, questo non è che la più scontata delle risposte, non siamo qui per questo, ma per presentare il primo di una serie di prodotti destinati ai più giovani, anzi giovanissimi.<br />
Molti dei progetti che andremo a prendere in esame hanno la peculiarità di essere realizzati con la carta o il cartone. Ebbene si, anche questo settore non ha resistito al fascino (ulteriore dimostrazione che il design per bambini è vivo e vegeto, e soprattutto si aggiorna), tante, curiose ed interessanti sono infatti le applicazioni.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2010/11/Reggie-Eco-Rocker-2.jpg" alt="" title="Reggie Eco Rocker (2)" width="500" height="300" class="alignnone size-full wp-image-8637" style="padding-top:10px;"/></p>
<p><strong>Reggie l&#8217;Eco Rocker</strong> è una di queste. Chiaramente si tratta di un cavallo a dondolo, completamente ecologico, realizzato in <em>Ultraboard</em>, un mix di carta riciclata fabbricato nel Regno Unito.<br />
Una moderna alternativa sostenibile al più classico gioco per bambini. Facile da montare (le sagome sono pretagliate), Reggie è progettato anche per alimentare la creatività del bambino. La superficie bianca infatti, può essere completamente personalizzata e decorata con pastelli, matite, penne o qualsiasi altro accessorio il bambino riesca ad immaginare.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2010/11/Reggie-Eco-Rocker-3.jpg" alt="" title="Reggie Eco Rocker (3)" width="500" height="300" class="alignnone size-full wp-image-8638" style="padding-top:10px;"/></p>
<p>Reggie l&#8217;Eco Rocker è un progetto della giovanissima desingner londinese <strong>Shell Thomas</strong> <a href="http://www.shellthomas.com" target="_blank">www.shellthomas.com</a></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Eyeclock by Mike Mak</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Oct 2010 10:00:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Taccardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arch + Design]]></category>
		<category><![CDATA[cina]]></category>
		<category><![CDATA[clock]]></category>
		<category><![CDATA[design]]></category>
		<category><![CDATA[designer]]></category>

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		<description><![CDATA[Se siete maniaci della puntualità, ansiogeni di natura, allora questo orologio non è quello che fa per voi. Eyeclock, il [<a href="http://www.enquire.it/2010/10/29/eyeclock-by-mike-mak/" title="Continua a leggere"><strong>read more</strong></a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Se siete maniaci della puntualità, ansiogeni di natura, allora questo orologio non è quello che fa per voi.  <strong>Eyeclock</strong>, il simpatico orologio progettato dal designer cinese <strong>Mike Mak</strong> (laureato in industrial design al Polytechnic University School of Design di Hong Kong) infatti, quasi sicuramente vi farà storcere il naso. </p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2010/10/Mike-Mak-2.jpg" alt="" title="Mike Mak (2)" width="500" height="300" class="alignnone size-full wp-image-8318" style="padding-top:10px;"/></p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2010/10/Mike-Mak-3.jpg" alt="" title="Mike Mak (3)" width="500" height="300" class="alignnone size-full wp-image-8319" style="padding-top:10px;"/></p>
<p>Se non temete lo scorrere del tempo e, ansia è per voi una parola sconosciuta, allora riuscite a trovarlo simpatico.<br />
Le lancette sono sostituire dalle due sagome circolari, che tanto sembrano due occhi, a volte anche un pò strabici. </p>
]]></content:encoded>
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		<title>Un tè con Angelo Bucci</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Oct 2010 10:00:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Taccardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arch + Design]]></category>
		<category><![CDATA[design]]></category>
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		<description><![CDATA[Angelo Bucci, designer freelance abruzzese, nasce a Venafro nel 1975. Si iscrive alla facoltà di Architettura presso l’università “Gabriele d’Annunzio” [<a href="http://www.enquire.it/2010/10/25/dezignstudio-angelo-bucci-intervista/" title="Continua a leggere"><strong>read more</strong></a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Angelo Bucci, designer freelance abruzzese, nasce a Venafro nel 1975.<br />
Si iscrive alla facoltà di Architettura presso l’università “Gabriele d’Annunzio” di Pescara e frequenta uno stage di progettazione alla Waterloo University in Canada. Nel 2000 apre, assieme al suo primo socio, Fabio Contillo, il deZign Studio occupandosi di modellazione 3D, prototipazione con fresa a controllo numerico, grafica, design e consulenza sviluppo prodotto. Nel corso degli anni accumula esperienze in molteplici settori, dalla nautica alla moda, dal product design all’arredamento, relazionandosi con diverse aziende. Si dedica anche alla formazione presso enti e strutture sia pubbliche che private, dalla Università “G. d’Annunzio” di Pescara al Politecnico di Milano, fino alla Università Europea del Design di Pescara in cui, a partire dal 2009, ricopre il ruolo di Coordinatore del Dipartimento di Design e del Settore Sviluppo Progetti.<br />
Ormai una nostra vecchia conoscenza, lo avevamo incontrato infatti, già altre volte nel corso dei mesi passati, parlandovi dei sui progetti come la <a href="http://www.enquire.it/2010/03/03/angelo-bucci-wall-chair/">Wall Chair</a> o la serie di arredamenti in cartone <a href="http://www.enquire.it/2010/04/21/cartoon-by-angelo-bucci/">Cartoon</a>.<br />
Bene, siamo tornati ancora una volta a trovarlo, e approfittando della sua disponibilità ci siamo fatti una bella chiacchierata.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2010/10/Angelo-Bucci-Dezignstudio-3.jpg" alt="" title="Angelo Bucci Dezignstudio (3)" width="500" height="175" class="alignnone size-full wp-image-8104" style="padding-top:10px;"/></p>
<p><strong>Le maggiori soddisfazioni le hai ottenute da designer o da insegnante?</strong><br />
Non è affatto semplice scegliere tra le soddisfazioni ottenute da designer e quelle ottenute da docente, soprattutto perchè nelle due vesti si ottengono differenti soddisfazioni. Volendo, però, analizzare il tipo di soddisfazione, c’è di cui parlare.<br />
Le soddisfazioni da designer sono personali, rimangono nell’ambito dell’autostima, ti fanno sentire a posto con te stesso. Sono assolutamente dei bei momenti, ma nulla hanno a che vedere con la soddisfazione che si ottiene insegnando. Infatti, quello che ritengo, è che, a dare maggior valore all’attività di insegnante, è la sensazione d’aver fatto e di fare qualcosa di importante, al di là di se stessi. Insomma, le visioni sono diverse, insegnando si esce da quell’atteggiamento egoista ed autoreferenziale troppo caro a troppi designer, e si prende coscienza del valore culturale che possiede ogni cosa che noi facciamo. Questo passaggio permette a chi con passione svolge il suo compito formativo, di affrontare con umiltà un lavoro davvero difficile: la formazione delle persone che faranno, spero, del mondo un posto sempre migliore.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2010/10/Angelo-Bucci-Dezignstudio.jpg" alt="" title="Angelo Bucci Dezignstudio" width="500" height="284" class="alignnone size-full wp-image-8109" style="padding-top:10px;"/></p>
<p><strong>Proviamo ad analizzare il sistema universitario italiano come si farebbe con un qualunque progetto. Secondo te quali sono i punti forti? E quelli deboli?</strong><br />
Mi fa male dire questo, ma, purtroppo, vedo tantissimi punti deboli nel sistema universitario pubblico. L’università come punto di incontro di una elite culturale che tende a trasmettere le proprie conoscenze, cercando di mettersi in discussione, confrontandosi con il passaggio del tempo, con le nuove culture, le nuove tecnologie, non esiste più se non in piccolissimi casi.<br />
L’università, già prima dell’attuale riforma ed ora sempre peggio, si è iperstrutturata, dal mio punto di vista, creando percorsi di preparazione per gli studenti, farraginosi e mai chiari. Si è impelagata in una burocrazia eccessiva ed ha accettato docenti che hanno pensato solo al loro tornaconto, facendo diventare una struttura nata come dinamica ed in continua mutazione, per via dell’avvicendarsi di nuove teorie e di nuove pratiche, un pantano entro il quale albergano indisturbati sempre gli stessi gruppi di persone.<br />
Ora, la cosa che più mi lascia perplesso di questa visione (che spero solo per me sia così catastrofica) è che abbiamo docenti che non si aggiornano se non su quello che sanno fare loro, peccando di autoreferenzialismo, e questi formano i futuri cultori della materia. Molti non conoscono le tecnologie, non sanno cosa sia un blog o un particolare programma, hanno una ignoranza di fondo degli strumenti attuali della progettazione. Come possono queste persone preparare i giovani al lavoro? O formarli per essere i docenti del futuro? Il distacco cui abbiamo assistito tra il mondo universitario ed il mondo del lavoro, è derivato proprio da questo atteggiamento.<br />
I punti forti, come dicevo, sono pochi e, troppo spesso, rinchiusi in piccoli laboratori sottoutilizzati delle maggiori università italiane. Si, perchè l’unico elemento che continua a legare l’università al mondo del lavoro, è il laboratorio che, purtroppo, per via dei sempre minori finanziamenti a disposizione, tendono a sparire, anzi peggio, a rimanere chiusi ed inutilizzati, come se comprassi una Ferrari e l’accendessi solo per fare un giro sul viale interno di casa!<br />
La lontananza dai laboratori e da una visione più concreta della professione, porta troppi giovani a quel famoso errore, di cui tanto si discute; la confusione che nasce tra stilista e designer. Molti giovani appena laureati non hanno coscienza di quello che veramente si fa nella professione di designer. Tutti abbagliati da grandi stilisti/designer che impazzano sulle copertine dei rotocalchi, credono di essere artisti, non rendendosi conto della reale complessità del nostro mestiere. Questo atteggiamento, naturalmente, allontana anche le aziende. Molte università italiane hanno difficoltà a trovare finanziamenti privati perchè le aziende scappano al solo pensiero di impelagarsi in rapporti con l’università lunghi, burocratici, farraginosi e che, in fin dei conti, porteranno risultati solo teorici e lontani anni luce dai fattori che realmente interessano le aziende stesse.<br />
Insomma, se devo analizzare l’università come fosse un prodotto, oggi, direi che è un prodotto potenzialmente fantastico ma che, ora, è fermo, è un prodotto che non sta creando nulla al di fuori delle economie che sposta per se stesso, quindi è quello che io amo definire un prodotto “chiuso”. Un prodotto “chiuso”, a differenza di un prodotto “aperto”, è un prodotto che non porta sviluppo possibile e quindi destinato a morire.<br />
<strong>Quali sono le perplessità che ti capita di ascoltare più spesso tra i tuoi studenti?</strong><br />
Questa domanda mi ricollega al ragionamento appena fatto. Le maggiori perplessità, gli studenti, le hanno sul lavoro. Quando gli studenti arrivano al mio corso, spesso non hanno mai parlato con il rappresentante di un’azienda o, molto più semplicemente, non ne hanno mai visitata una. Non hanno idea di cosa possa essergli chiesto e di come debbano interfacciarsi con loro. Molti ragazzi che fanno stage nel mio studio non sanno come si lavorano industrialmente i materiali, quali sono le caratteristiche delle macchine o gli strumenti di prototipazione a disposizione dei progettisti. Questa ignoranza, dovuta ad una mancanza nella formazione, li porta ad avere un atteggiamento di paura, di insicurezza, che poi viene più o meno mascherata da atteggiamenti vari.<br />
Ora, il designer non è solo un tecnico, questo è certo, ma come possiamo pensare di formare le nuove leve se queste non hanno gli strumenti per mettersi in contatto con le aziende?<br />
Non voglio entrare nella discussione sulle politiche del lavoro giovanile in Italia e sulla deformante visione per cui se qualcuno vi fa lavorare vi fa un favore. Capisco la paura dei giovani nell’affrontare il mondo del lavoro in un momento del genere, ma ritengo che prima di tutto, tutti noi, dobbiamo riprendere coscienza dell’importanza del lavoro che facciamo e dargli la giusta importanza nel momento in cui ci presentiamo.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2010/10/Angelo-Bucci-Dezignstudio-4.jpg" alt="" title="Angelo Bucci Dezignstudio (4)" width="500" height="375" class="alignnone size-full wp-image-8112" style="padding-top:10px;"/></p>
<p><strong>La tendenza un pò diffusa vede il designer ostinarsi nel ruolo dell’inventore. Non sarebbe più semplice concentrarsi prima nell&#8217;ottimizzare quello che già esiste?</strong><br />
Guarda, di solito le prime lezioni che faccio, ad inizio anno accademico, sono costruite intorno ad interviste a grandi nomi del design. Una di queste è la famosa lezione di Munari a Venezia nel ’92 (facilmente reperibile su youtube); bene, in quella lezione lui spiega le definizioni, da lui redatte per la Treccani (se ricordo bene), di fantasia, immaginazione ed invenzione. Sarebbe un bene farle studiare o rileggere di tanto in tanto.<br />
Alla luce di questo, sono d’accordo con la tua affermazione e, spesso, me ne sono chiesto il motivo. La conclusione a cui sono arrivato è che tutti i nuovi designer tendono a fare qualcosa che ancora non esiste solo perchè convinti di assicurarsi una maggiore eco mediatico. Purtroppo così ci si perde miliardi di possibilità! Lo stesso Munari, infatti, in un’altra intervista (rai, anni’50), parlava della capacità dei designer di essere dei “visionari”, intendendo con questo termine, la capacità del progettista di guardare con senso critico gli oggetti ed immaginarne un cambiamento o una ottimizzazione.<br />
Considerando il fatto che il nostro modo di vivere e di fare, fisicamente, le cose cambia velocemente, considerando il numero di prodotti esistenti che, per vari motivi, cadono in disuso o vengono sostituiti, non capisco perchè perdersi questa marea di occasioni!<br />
<strong>Se si parla di stile sicuramente l&#8217;Italia non è seconda a nessuno, ma se parliamo di design quindi progettazione e soprattutto innovazione, purtroppo negli ultimi anni stiamo subendo altri paesi magari più lungimiranti di noi. Secondo te è giusta questa visione?</strong><br />
Assolutamente si. Il design in Italia, negli ultimi anni, ha preso la direttrice della “Design Art”. Questa, fatemi passare lo sfogo, orrenda definizione ha creato una marea di mostri. Ormai il prodotto non è più un oggetto industriale, ma un oggetto d’arte, venduto nelle case d’asta, fatti per i musei e non per le case dei comuni mortali. Questa forzatura ha stravolto totalmente la percezione che i progettisti dovrebbero avere del progetto. L’arte è un’altra cosa rispetto al design, invece i designer/artisti hanno fatto tendenza e, spinti e finanziati da società e riviste, sono diventati “il” design. Non è così, non si può stravolgere il concetto che sta dietro la cultura del progetto solo per una questione commerciale. La questione è, infatti, solo commerciale perchè l’innovazione progettuale è molto più difficile da costruire che non l’innovazione di stile. E poi, chi decide cosa è bello in Italia? Provate a chiedervelo o provate a leggere qualche libro dissacrante sull’arte e vedrete che gli stessi ragionamenti, ormai, li potete applicare al design.<br />
Lo stile serve e fa parte di un prodotto, ma se il prodotto è innovativo lo stile cade in secondo piano, l’innovazione progettuale ha un valore estremamente più importante e, come è logico che sia, è più difficile da raggiungere, soprattutto qualora non ci sia una adeguata formazione alla ricerca ed alla sperimentazione.<br />
<strong>Bello e funzionale. Perchè è così difficile (fortunatamente non impossibile) utilizzare questi due aggettivi per descrivere un medesimo prodotto?</strong><br />
Credo che questo accada per una visione dicotomica che si ha del mestiere di designer, ma, questa volta, tutta dovuta a noi addetti ai lavori. Infatti, molti di noi, amano sentirsi più artisti o più tecnici, a seconda della nostra formazione o del nostro background. I primi faranno parte della suddetta “Design Art” i secondi faranno gli inventori scarni. Il “problema” è che molti di noi progettisti, stazionando da un lato o dall’altro di questo ipotetico pendolo, perdono di vista la bellezza del nostro mestiere, il fatto di poter essere artisti che però fanno cose che funzionano o tecnici che fanno dei bellissimi prodotti. Il designer non ristagna in una delle due posizioni, il designer è una biglia impazzita tra queste due sponde, alla ricerca di un equilibrio che, forse, non esiste nemmeno, tra queste due forze. </p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2010/10/Angelo-Bucci-Dezignstudio-2.jpg" alt="" title="Angelo Bucci Dezignstudio (2)" width="500" height="245" class="alignnone size-full wp-image-8113" style="padding-top:10px;"/></p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2010/10/Angelo-Bucci-Dezignstudio-5.jpg" alt="" title="Angelo Bucci Dezignstudio (5)" width="500" height="300" class="alignnone size-full wp-image-8114" /></p>
<p><strong>Capita spesso di parlare di responsabilità sociale. Ma in concreto di cosa parliamo?</strong><br />
Questo è un tema per me molto importante, una ricerca personale che porto avanti da alcuni anni. Come ho detto in altri casi, io ritengo il prodotto di design un “testo culturale”, cioè una rappresentazione della cultura di un determinato territorio, ambiente e periodo storico. Il far gravare su un prodotto questo “peso” da al designer la possibilità di confrontarsi con qualcosa di molto ambizioso ma affascinante. Tutti sappiamo che ogni oggetto che acquistiamo, oltre ad avere una funzione principale, ha una funzione secondaria. Più precisamente, l’acquisto di un prodotto presuppone tanti elementi da considerare (al di là della funzione del prodotto stesso) tra questi anche la voglia di appartenere ad un determinato gruppo di persone o di comunicare qualcosa in particolare, un interesse o un malessere. Questa capacità del prodotto è un elemento che, secondo me, dovrebbe acquisire sempre maggiore importanza nella progettazione industriale. Infatti, sono sicuro del fatto che se i designer dessero la giusta importanza a questi fattori, si potrebbero sensibilizzare le masse su tematiche fondamentali per il genere umano. L’ecosostenibilità, per esempio, è sempre stata mal comunicata dai prodotti, avendo avvicinato questa sensibilità solo ad una parte della popolazione, tagliando fuori grandi parti di mercato globale. Se il messaggio fosse stato presente, come inizia ad essere ora, in tutti i prodotti (anche in quelli di estremo lusso per esempio), probabilmente non avremmo i problemi che abbiamo oggi con l’ambiente. Al di là dell’ecosostenibilità ci sono tantissimi temi importanti che il prodotto potrebbe veicolare, come le culture territoriali, la “glocalizzazione”, l’innovazione nell’utilizzo dei materiali o nella loro lavorazione, e tanti altri.<br />
<strong>Esiste quindi un&#8217;etica nel design?</strong><br />
Esiste, si, e per fortuna aggiungerei. Esiste ma è relegato, si fa per dire, nei blog che si interessano di questi temi. Sono dei posti di incontro molto interessanti e stimolanti per chi lavora nel settore. Purtroppo questi temi non hanno ancora una diffusione di massa, sempre perchè a decidere cosa sia il design ormai sono le riviste o qualche gruppo editoriale. Non voglio per forza criticarli, ma ritengo che rimangano troppo legati a schemi commerciali che non gli permettono di sondare quell’humus culturale che nel design c’è ed è anche molto attivo!<br />
Per fortuna ci sono i blog, capaci di veicolare e diffondere informazioni innovative al di là della loro possibilità commerciale, pensando solo all’innovazione, allo stile ed al progetto.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2010/10/Angelo-Bucci-Dezignstudio-6.jpg" alt="" title="Angelo Bucci Dezignstudio (6)" width="500" height="500" class="alignnone size-full wp-image-8124" style="padding-top:10px;"/></p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2010/10/Angelo-Bucci-Dezignstudio-8.jpg" alt="" title="Angelo Bucci Dezignstudio (8)" width="500" height="147" class="alignnone size-full wp-image-8116" /></p>
<p><strong>Hai da poco iniziato una collaborazione con un progetto interessante chiamato lamidea. Di cosa si tratta?</strong><br />
La “lamidea” (<a href="http://www.lamidea.com" target="_blank">www.lamidea.com</a>) è un’azienda di Termoli, provincia di Campobasso, che prova, in maniera molto intelligente, ad avere un diverso rapporto con il mercato. Più precisamente, lamidea viene da una esperienza pluriennale nella lavorazione del metallo, nella fornitura industriale di semilavorati e prodotti finiti, e, a seguito della crisi, si è resa conto delle possibilità che un approccio diverso, al prodotto industriale, poteva offrirle.<br />
La brillante idea è stata quella di mettere a disposizione di designer, provenienti dalle realtà territoriali limitrofe, la propria esperienza ed i propri macchinari, al fine di realizzare prodotti innovativi. L’ambiente, come si può facilmente intendere, è giovane ed attivo e tutti ci siamo calati nel progetto con umiltà e voglia di confrontarci. Lo scopo, per tutti, è stato quello di valorizzare le capacità dell’azienda attraverso la progettazione di prodotti che utilizzassero al meglio le loro peculiarità. Quindi, niente lavorazioni all’esterno, rapporto diretto con la produzione ed il settore commerciale, evitando, di conseguenza, eccessivi spostamenti di materiali e di lavorazioni esterne.<br />
Questo tipo di rapporto mi era già familiare visto il mio interesse per una strutturazione territoriale del design a servizio delle imprese e del territorio cui appartengono (design a km 0), per cui, per noi del deZign Studio è stato un invito a nozze!<br />
Devo dire che il progetto ha già dato ottimi risultati e continua a darne, visto l’atteggiamento da continuo work in progress che abbiamo dato a tutto il progetto. Cerchiamo, insomma di dare prodotti, acquistabili via internet, sempre innovativi, senza fermarci sulle nostre posizioni.<br />
Ne approfitto per invitarvi a visitare il sito e conoscere i prodotti lamidea.<br />
<strong>Quando parli di design a Km0 cosa intendi?</strong><br />
E’ una ricerca che il deZign Studio sta approfondendo, partita dalla volontà di garantire una maggiore ecosostenibilità dei prodotti progettati dal nostro studio, si è poi rivelata anche un modo concreto per affrontare la crisi globale, riappropriandoci delle realtà produttive locali.<br />
Per spiegarlo un po’ meglio ti allego parte di un articolo che ho scritto poco tempo fa, in cui mi sembra di riuscire a spiegare in poche parole il nostro approccio ed il nostro pensiero:<br />
Un paio di anni fa, il deZign Studio, ha iniziato a porsi il problema dei passaggi che sono intorno al prodotto. Quindi, oltre al prodotto, ci siamo interessati di quelle azioni che si compiono per la progettazione, industrializzazione e vendita del prodotto stesso, quindi dell’impronta dovuta alle azioni. Per questo abbiamo concentrato i nostri sforzi per trovare in un ambito territoriale ristretto, quelle aziende che, insieme a noi, avrebbero potuto sviluppare prodotti ecosostenibili.<br />
Durante la ricerca ci siamo “imbattuti” nel termine “glocalizzazione” che ben si lega al tipo di prodotto che avevamo intenzione di sviluppare. Siamo ormai abituati a sentir parlare di globalizzazione che, da tempo, ha mostrato qualche falla teorica nell’approccio troppo rivolto al mercato globale di riferimento e con pochi legami nel territorio: tale visione decontestualizzante della progettazione e produzione porta alla decentralizzazione di produzioni in paesi dove queste convengano (si può produrre tutto dappertutto). La glocalizzazione, invece, ridà alle realtà locali la dovuta centralità. Infatti ogni realtà, ogni regione, ha delle potenzialità culturali e produttive particolari, ogni territorio ha, dunque, la possibilità di produrre qualcosa, di migliorarla, di dare il proprio apporto (quando, questo qualcosa, fa parte della cultura del luogo) per poi affacciarsi al mercato globale. Quindi la visione è più umana e nasce dal locale per finire sul globale, rendendo impossibile la scissione dal posto in cui il prodotto è nato.<br />
Questo tipo di approccio ci permette, dunque, di studiare un’azienda ed un territorio ristretto, definirne le caratteristiche e capacità produttive, per finire nel progettare qualcosa che sia possibile produrre li ed in quel momento. In questo modo ricolleghiamo il prodotto ad una cultura del luogo in cui è realizzato. Il prodotto acquista un valore progettuale importante e, quel prodotto, non può essere, culturalmente, allontanato dal territorio.<br />
Per capirci, i vetri di Murano possono provare a copiarli ovunque, ma i vetri di Murano restano gli originali e siamo disposti a pagare quello che valgono per averli, senza stare a contrattare sul prezzo. E’ normale che possiamo trovarne copie a minor costo (succede per tutti i prodotti di successo), ma chi vuole l’originale, la storia, la cultura ed il territorio insito nel prodotto, acquisterà solo l’originale.<br />
<strong>Se esistesse il nobel per il design, tu a chi lo daresti?</strong><br />
Il nobel è sempre un premio difficile da assegnare, in tutti i settori come nel design (qualora esistesse). Mi sento però di poter suggerire alcuni possibili vincitori, come Munari e Magistretti, quali rappresentanti italiani della cultura del progetto, quella vera. Per la loro umiltà nell’avvicinarsi al design, per il loro continuo mettersi in discussione e per la loro capacità innovativa di concetto, materiale e forme cui ora siamo abituati e che, universalmente, tutti riconoscono quale Design.<br />
<strong>Un designer italiano che apprezzi particolarmente?</strong><br />
L’ho già citato tre volte e non basterebbe mai, credo che Munari sia stato il progettista per antonomasia. Il suo approccio non è affatto simile al mio, abbiamo notevoli differenze di vedute e di metodologia, però non posso non ammettere che sia stato il personaggio da me più apprezzato, sia durante la mia formazione che dopo. Ho spesso criticato alcune sue posizioni ma resta un punto di riferimento nel mio percorso professionale e di vita.<br />
Infatti apprezzo molto la sua capacità di confrontarsi con diversi prodotti e materiali, presentandosi sempre con umiltà e riuscendo a stravolgere il modo di vedere un oggetto. Prodotti come Zi-Zì o la lampada Falkland sono manifesto dell’immensa visione che quest’uomo aveva.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2010/10/Angelo-Bucci-Dezignstudio-7.jpg" alt="" title="Angelo Bucci Dezignstudio (7)" width="500" height="300" class="alignnone size-full wp-image-8117" style="padding-top:10px;"/></p>
<p><strong>Invece un designer sempre italiano secondo te sopravvalutato?</strong><br />
Premesso che quest’anno è stato definito “designer” anche Lapo Elkann che, credo, sia una delle persone più lontane dal design e dalla cultura in generale che io abbia mai visto in televisione (ed in più, spesso è citato come esempio di stile made in italy, e questo è tutto dire).<br />
Io credo che il designer sopravvalutato per eccellenza in Italia sia il VJ Fabio Novembre. Non vorrei dilungarmi troppo sull’argomento, ma vedo giovani designer in moltissimi blog che progettano prodotti fantastici, mi lasciano senza fiato e mi fanno gridare alla genialità ma, forse, non riusciranno mai ad emergere. Invece vedo questo “simpatico” ed egocentrico artistoide che saltella da un canale all’altro, progettando delle cose mostruose, molto legate a quella “Design Art” che proprio non apprezzo, permettersi di fare il saputo del design. Consiglio di guardare l’intervista di Fabio Novembre a Lapo Elkann al salone del mobile 2010, facile da trovare su youtube, per capire cosa si intende quando si dice che la cultura e lo stile non si acquistano. In più provate a pensare, mentre sentite parlare questi due personaggi, a tutti quei ragazzi spinti da fortissima passione per il progetto che, però, per mancanza di sponsor o di disponibilità economica, forse mai riusciranno a mettersi in mostra come fanno, immeritatamente, loro.<br />
<strong>Un progetto non tuo che ti piacerebbe aver realizzato?</strong><br />
Sono un appassionato di blog e ogni giorno giro un bel po’ di pagine per vedere che succede nel mondo, rimanendo spesso a bocca aperta per soluzioni geniali e prodotti fantastici che vedo progettati, il prodotto che avrei voluto progettare io è un vecchio prodotto a cui sono molto legato.<br />
Vista la mia passione per il design, un po’ di anni fa ho iniziato una piccola collezione di pezzi di modernariato, pezzi storici del design che ormai fanno parte dell’immaginario collettivo. Bene, il prodotto che mi ha sempre affascinato e che avrei voluto progettare è la mitica LETTERA 22.<br />
Per chi non la conoscesse, la LETTERA 22 è una macchina da scrivere portatile. Nata per risolvere un problema fondamentale (permettere ai cronisti di portare con loro lo strumento del loro lavoro) riuscì, non solo a diminuire il peso della macchina da scrivere, ma diede una nuova forma ad un prodotto sviluppando soluzioni tecniche e formali tali da renderla un’icona del design. La LETTERA 22 era, inoltre, venduta in un packaging in cartone o legno che ne permetteva il trasporto come in una ventiquattrore, quindi il progetto non si fermò al solo prodotto. In più, il fatto che il prodotto fosse un prodotto “aperto” (come piace a me) è dimostrato dal fatto che seguirono altri esempi splendidi ispirati alla LETTERA 22 (tra tutte la bellissima Valentina), dimostrando che lo stile è facilmente modificabile e modulabile quando il prodotto è ben progettato.<br />
<strong>Potendo tornare indietro, c&#8217;è qualche scelta che non rifaresti?</strong><br />
No, nessuna, mi ritengo una persona molto fortunata nella vita e, anche nelle scelte più difficili e dolorose, ho sempre avuto il meglio che mi potessi aspettare. Ho fatto tante cose buone e tanti sbagli ma tutto con passione, quindi non ho nulla da recriminarmi.<br />
<strong>Nel futuro invece, come ti vedi?</strong><br />
Mi vedo felice perchè sono convinto che presto torneremo ad avere speranza nel futuro, lo si inizia a percepire, o forse sono un inguaribile ottimista. Di sicuro mi vedo circondato da persone, come ora, persone che mi stimolano, che discutono che si confrontano, spero di avere dei figli che siano così, che mi insegnino il mondo nuovo che verrà ed a cui io insegnerò tutto quello che so. Ci vedo diversi da ora, tutti, perchè sono convinto che il mondo debba rallentare per poter sopravvivere, che ci debba essere una nuova coscienza comune che ci permetta di capire quali sono le reali necessità di una comunità, evitando lo spreco e le dicotomie. Impareremo ad usare la rete e non a farci usare dalla rete, creando comunità che si scambiano informazioni per vivere meglio. Impareremo di nuovo a rapportarci alle persone ed a rispettarle, avendo coscienza dell’apporto di ciascuno in una società complessa come la nostra.<br />
Spero di continuare, come faccio ora, ad insegnare in una università (privata, nel caso specifico), perchè questo mi da molta energia, ma sono sicuro che mi vedo ancora e sempre curioso e visionario come sono ora.</p>
<p>Permettetemi di aggiungere un ringraziamento ad enquire.it, blog/sito che apprezzo molto per la scelta di affiancare al design del prodotto tutta una struttura di elementi progettuali (moda, grafica, advertising, etc.) avvalorando la mia tesi secondo la quale la cultura del progetto è assolutamente trasversale è fa parte di tutta la nostra vita.<br />
Naturalmente ringrazio il nostro caro intervistatore, sempre gentile, intelligente nelle sue domande e sicuramente stimolante.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2010/10/Angelo-Bucci-Dezignstudio-9.jpg" alt="" title="Angelo Bucci Dezignstudio (9)" width="500" height="650" class="alignnone size-full wp-image-8118" style="padding-top:10px;"/></p>
<p>Ringraziando anche noi Angelo per la sua piacevole compagnia vi lasciamo in compagnia dei suoi progetti e anche i suoi pensieri che potete trovare visitando il sito del suo studio <a href="http://www.dezignstudio.it" target="_blank">www.dezignstudio.it</a> e anche il sito del progetto Lamidea <a href="http://www.lamidea.com" target="_blank">www.lamidea.com</a></p>
]]></content:encoded>
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		<title>W101 by Claesson Koivisto Rune</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Oct 2010 09:00:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Taccardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arch + Design]]></category>
		<category><![CDATA[bio]]></category>
		<category><![CDATA[design]]></category>
		<category><![CDATA[designer]]></category>
		<category><![CDATA[eco-friendly]]></category>
		<category><![CDATA[svezia]]></category>

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		<description><![CDATA[Al salone del mobile di Milano di quest&#8217;anno, presso il Superstudio Più, Wästberg (nota azienda di illuminazione svedese) ha presentato [<a href="http://www.enquire.it/2010/10/21/w101-durapulp-claesson-rune-wastberg/" title="Continua a leggere"><strong>read more</strong></a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Al salone del mobile di Milano di quest&#8217;anno, presso il Superstudio Più, <strong>Wästberg</strong> (nota azienda di illuminazione svedese) ha presentato <strong>W101</strong>, una lampada realizzata interamente in DuraPulp. Il progetto è stato il frutto di una stretta collaborazione con la Södra e il designer <strong>Claesson Koivisto Rune</strong>.<br />
Il designer svedese non è nuovo all&#8217;utilizzo di questo materiale, già un anno fa infatti, aveva sviluppato una seduta per bambini (Parupu), dimostrando la polivalenza di applicazione del Durapulp. </p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2010/10/W101-3.jpg" alt="" title="W101 (3)" width="500" height="500" class="alignnone size-full wp-image-7964" style="padding-top:10px;"/></p>
<p>Il <strong>DuraPulp</strong> è un materiale relativamente nuovo, composto da frammenti di carta selezionati combinati con il PLA (acido polilattico, un biopolimero rinnovabile prodotto dall&#8217;amido). I due componenti insieme presentano buone caratteristiche fisico/meccaniche che possono essere ulteriormente migliorate mediate il processo di pressatura a caldo.<br />
DuraPulp è un materiale dall&#8217;alta resistenza all&#8217;acqua, alta stabilità dimensionale e buona resistenza alla trazione e flessione.<br />
Inoltre è un materiale composto da fibre di derivazione naturale, interamente riciclabili e biodegradabili.</p>
<p>La carta è già stata utilizzata nel corso degli anni per fare paralumi. Ora la Wästberg ha utilizzato la carta per l&#8217;effettiva struttura della lampada, completando il tutto con la tecnologia a LED come fonte luminosa.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2010/10/W101.jpg" alt="" title="W101" width="500" height="300" class="alignnone size-full wp-image-7965" style="padding-top:10px;"/></p>
<p>Per saperne di più <a href="http://www.sodrapulplabs.com/#/overview/" target="_blank">www.sodrapulplabs.com</a></p>
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		<title>DOC Space Saving System</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Oct 2010 10:00:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Taccardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arch + Design]]></category>
		<category><![CDATA[america]]></category>
		<category><![CDATA[design]]></category>
		<category><![CDATA[designer]]></category>
		<category><![CDATA[furniture]]></category>

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		<description><![CDATA[Il divano/letto bella idea vero? Ottimo per dormitori improvvisati e c&#8217;è anche chi lo sceglie come valido sostituto al letto [<a href="http://www.enquire.it/2010/10/19/doc-space-saving-system-resource-furniture/" title="Continua a leggere"><strong>read more</strong></a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il divano/letto bella idea vero? Ottimo per dormitori improvvisati e c&#8217;è anche chi lo sceglie come valido sostituto al letto vero e proprio.<br />
Se è vero che tutti abbiam presente un divano/letto è altrettanto vero che così difficilmente l&#8217;abbiamo visto. Siamo abituati alla classica configurazione ad una piazza, una piazza e mezza o due piazze, ma non che si trasformi in un pratico letto a castello. </p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2010/10/doc1.jpg" alt="" title="doc1" width="500" height="300" class="alignnone size-full wp-image-7925" style="padding-top:10px;"/></p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2010/10/doc31.jpg" alt="" title="doc3" width="500" height="400" class="alignnone size-full wp-image-7926" style="padding-top:10px;"/></p>
<p>Quelli di <strong>Resource Furniture</strong> sanno bene cosa significa ottimizzare gli spazi. Li avevamo già conosciuti presentando altri loro prodotti (sempre salva spazio <a href="http://www.enquire.it/2010/10/01/easy-table-by-resource-furniture/">easy table</a> e <a href="http://www.enquire.it/2010/09/21/basic-table-resource-furniture/">basic table</a>).<br />
Che altro aggiungere? Sempre più interessanti i loro progetti, pratici, utili ed intelligenti.</p>
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