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	<title>Enquire &#187; Musica + Cinema + Teatro</title>
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	<description>Born to be curious</description>
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		<title>Operaja Criminale: i ricercatori del suono</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Feb 2012 08:00:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Giordano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Musica + Cinema + Teatro]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Gli <strong>Operaja Criminale</strong> non amano definirsi un gruppo, ma un “laboratorio ideologico musicale”. <strong><em>Andrea Ruggiero</em></strong><strong> e <em>Matteo Scannicchio</em></strong>, entrambi provenienti da esperienze diverse nel panorama indie italiano, cominciano la loro collaborazione nell’estate del 2009. Come ogni laboratorio di sperimentazione che si rispetti, servono altre teste e altre braccia per far sì che questo connubio vada a buon fine.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2012/02/Roma-guanti-e-argento.jpg" alt="" title="Roma, guanti e argento" width="500" height="500" class="alignleft size-full wp-image-17735" style="padding-top:10px;"/></p>
<p>È una ricerca che dura anni, quasi tre, perché il loro album, <strong>Roma, guanti e Argento</strong>, uscito il 14 Gennaio scorso, nasce con calma, plasmato con cura, grazie anche alla mano di un guru in materia di “ricerche” rock. Produttore e parte attiva del progetto è, infatti, <strong>Giorgio Canali</strong> (<em>CCCP</em>, <em>CSI</em>, <em>PGR</em>, <em>Rossofuoco</em>), che fa sentire la sua presenza senza però invadere e rivoluzionare il mondo degli Operaja Criminale.</p>
<p>Tutt’altro che lento, invece, pare sia stato il tempo dedicato alla registrazione del disco. Quasi d’un fiato, come se quei momenti fossero stati talmente preziosi da non volerne perdere neanche una goccia. Preziosi perché raccontano l’uomo nelle sue caratteristiche più naturali, basti pensare alla prima canzone dell’album <em>E.C.G.</em>, cosa c’è di più vero e vivo del battito del cuore?</p>
<p>Arrabbiato, deluso, che odia, che vive, che ama, che assapora i luoghi in cui vive, che ne è parte attiva, che non vuole passare inosservato subendo tutto ciò che accade, l’uomo che vuole rielaborare in musica il suo vivere per condividerlo con tutti. Nei brani c’è tutto questo, <em>La mia città è morta</em> ne è un esempio, dove la loro città diventa un pretesto per poter raccontare esperienze e sensazioni vissute e mai dimenticate, espresse attraverso un rock secco e libero da orpelli. C’è tutto tranne una cosa, il titolo, a detta degli stessi autori “<em>bello, suona bene, ma che senso ha?</em>” (riferendosi a “Roma, Guanti e Argento”).</p>
<p><iframe width="500" height="284" src="http://www.youtube.com/embed/QUpBOB5nyCY?rel=0" frameborder="0" allowfullscreen style="padding:10px 0 10px 0;"></iframe></p>
<p>Gli Operaja Criminale hanno studiato ogni singolo dettaglio, non hanno lasciato niente al caso, la loro musica è frutto di tentativi, reazioni e numerose prove, e dopo anni, come tanti altri “ricercatori” italiani, meriterebbero un doveroso riconoscimento nella loro patria. Quando si inizia a “cercare” qualcosa, che sia un suono, un’immagine o altro, non c’è nulla di più facile che perdere di vista l’obbiettivo che ci si era posti dall’inizio, specialmente se il percorso è lungo, il rischio di nuovi spunti inconciliabili è sempre in agguato. Bene, gli Operaja Criminale, hanno portato a termine il loro lavoro di ricerca musicale senza stravolgimenti e in maniera totalmente fedele al proprio modus operandi, ed il sistema migliore per averne la certezza è quello di lasciarsi ammaliare da questa loro ottima prova su disco.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Kill It Kid: il live a Milano</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Feb 2012 10:00:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sebastiano Piras</dc:creator>
				<category><![CDATA[Musica + Cinema + Teatro]]></category>
		<category><![CDATA[2012]]></category>
		<category><![CDATA[magnolia]]></category>
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		<description><![CDATA[Circolo Magnolia, Milano. Ci si aspetterebbe un’orda di musicofili pronti a dare il proprio giudizio, a questo concerto dei Kill [<a href="http://www.enquire.it/2012/02/08/kill-it-kid-live-milano/" title="Continua a leggere"><strong>read more</strong></a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Circolo Magnolia, Milano. Ci si aspetterebbe un’orda di musicofili pronti a dare il proprio giudizio, a questo concerto dei <strong>Kill It Kid</strong>, invece, ci ritroviamo in un contesto decisamente intimista, un piccolo spazio con poche persone, e qualche perplessità iniziale per la location.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2012/02/Kill-It-Kid-live-@-Milano-2.jpg" alt="" title="Kill It Kid - live @ Milano (2)" width="500" height="500" class="alignleft size-full wp-image-17705" style="padding-top:10px;"/></p>
<p>I Kill It Kid aspettano di poter cominciare a suonare. Li troviamo rannicchiati in un angolo – <em>Chris Turpin</em> e <em>Stephanie Ward</em> – con le spalle al muro, quel muro riscaldato da un vecchio termosifone che sembrano apprezzare, “<em>c’è così tanto freddo a Milano, la gente sarà rimasta chiusa in casa</em>”, ci dicono sorridendo.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2012/02/Kill-It-Kid-live-@-Milano-3.jpg" alt="" title="Kill It Kid - live @ Milano (3)" width="500" height="500" class="alignleft size-full wp-image-17706" style="padding-top:10px;"/></p>
<p>Da subito, ci rendiamo conto che questi ragazzi (insieme agli altri due componenti della band, <em>Dom Kozubik</em> e <em>Marc Jones</em>), dall’alto delle recensioni entusiastiche ottenute da dinosauri come NME e Clash, rivendicano una semplicità e spensieratezza che non potrebbero essere altrimenti quando si è poco più che ventenni.</p>
<p>Ancora qualche parola prima di cominciare il concerto, Stephanie ci confessa di essere interessata alla Settimana della moda di Milano e di non essere mai stata in Italia fino a questo momento, con Chris che sembra sempre più affamato del palcoscenico che calcherà qualche ora dopo.</p>
<p>Una volta sul palco, i Kill It Kid riescono nell’impresa di trasformare un concerto intimista, fatto di poche persone, nella botta di energia che trova in pezzi come <em>Pray On Me</em> (resa in maniera divina dal vivo) e nel blues di <em>Wild and Wasted Water</em> il proprio emblema.</p>
<p><iframe width="500" height="284" src="http://www.youtube.com/embed/J6HZQnyf2Fc?rel=0" frameborder="0" allowfullscreen style="padding:10px 0 10px 0;"></iframe></p>
<p>C’è spazio sia per brani del primo omonimo album (<strong>Kill It Kid</strong>), sia del secondo, <strong>Feet Fall Heavy</strong>, lavoro che segna un allontanamento dal folk blues del precedente lavoro, ma pur sempre promettente: non siamo davanti alla solita band indie, “caricata” da major e riviste asservite. L’etichetta è quella di <strong>Björk</strong> e <strong>Paul McCartney</strong>, la <em>One Little Indian Records</em>, e abbiamo detto tutto.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2012/02/Chris.jpg" alt="" title="Chris" width="500" height="500" class="alignleft size-full wp-image-17707" style="padding-top:10px;"/></p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2012/02/Stephanie.jpg" alt="" title="Stephanie" width="500" height="500" class="alignleft size-full wp-image-17708" style="padding-top:10px;"/></p>
<p>Prima di andare via, Chris &amp; amici si concedono ancora per qualche domanda. Sono molto diretti, “<em>abbiamo apprezzato il feedback del pubblico, siamo abituati a suonare davanti a platee differenti tra loro, anche per numero, questa è una delle tante tappe del tour europeo. Siamo esausti ma soddisfatti</em>”.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Un tè con i Ronin</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Feb 2012 09:00:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Irene Gasparello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Musica + Cinema + Teatro]]></category>
		<category><![CDATA[intervista]]></category>
		<category><![CDATA[italia]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
		<category><![CDATA[rock]]></category>

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		<description><![CDATA[Intervistare i Ronin è sicuramente un’esperienza piacevole: innanzitutto, perché stiamo parlando di una band che con l’ultimo album ha reso [<a href="http://www.enquire.it/2012/02/07/ronin-intervista-fenice/" title="Continua a leggere"><strong>read more</strong></a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Intervistare i <strong>Ronin</strong> è sicuramente un’esperienza piacevole: innanzitutto, perché stiamo parlando di una band che con l’ultimo album ha reso felici tutti, pubblico e critica. Inoltre, le risposte del gruppo non sono mai accomodanti, proprio come le loro canzoni, territori difficili da esplorare ma pur sempre affascinanti. Nel presentarvi <strong>Fenice</strong>, un album di fotografie tutto da sfogliare, vi lasciamo immergere in questa rarefatta “era del fuoco”.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2012/02/Ronin-1.jpg" alt="" title="Ronin 1" width="500" height="500" class="alignleft size-full wp-image-17686" style="padding-top:10px;"/></p>
<p><strong>Ronin, ovvero, una sorpresa venuta direttamente dal panorama indie italiano: le sonorità che vi appartengono non vi legano certo alla tradizione indipendente del nostro paese. Nei vostri lavori si avverte una necessità di sperimentare forse più rintracciabile oltremanica che qui da noi. È così?</strong></p>
<p>Se con “oltremanica” intendevi l’ Inghilterra, non credo che la sperimentazione abbia da quelle parti un luogo privilegiato rispetto ad altri. Cosa ti fa pensare che sia così? La musica indipendente è noiosa ovunque, perché è fatta da gruppi che emulano altri gruppi, invece di cercare una propria strada. In una minoranza di casi l’emulazione è solo un passaggio per poi giungere ad una propria personalità. Nella maggior parte dei casi invece è quello che è: un hobby.</p>
<p><strong><em>Fenice</em></strong><strong>, che rinasce dalle proprie ceneri. Come mai questo titolo? D’altronde, <em>L’Ultimo Re</em> già aveva goduto di un più che discreto successo di pubblico, difficile pensare ad una (ri)partenza sotto questo punto di vista.</strong></p>
<p>È una cosa legata soprattutto a vicende interne al gruppo. Dopo l’abbandono dell’ (ex)batterista Enzo Rotondaro volevo sciogliere la banda, invece gli altri mi hanno convinto a ripensarci, e siamo ripartiti con una carica che mi ha ricordato il nostro primo disco, ed in generale l’energia di un gruppo all’esordio. L’Ultimo Re è un disco di cui siamo orgogliosi, ma non so quanto sia stato recepito. Anche in questo senso c’era un desiderio di ripartenza.</p>
<p><strong>In questa vostra ultima fatica l’ispirazione “morriconiana” a cui fate riferimento è ancora più percettibile rispetto ai vostri lavori precedenti. Ultimamente stiamo assistendo – lontano dall’Italia, però – a diversi esperimenti di questo tipo, pensiamo agli Still Corners, ma ce ne sarebbero molti altri. Il vostro progetto non è altrettanto giovane, ha più di dieci anni. Secondo la vostra esperienza, quali sono le band che stanno camminando su territori musicali simili ai vostri, e li stanno esplorando bene?</strong></p>
<p>Non conosco gli Still Corners, sono appena andato a sentirmeli su Bandcamp e non ho trovato alcunché di morriconiano, né di vicino ai Ronin, ma ammetto che non avevo mai ascoltato il gruppo e magari non ho ascoltato i pezzi giusti. Ripeto, non amo pensare che in Italia sia tutto nero e all’estero tutto splendente. In Italia abbiamo grandi gruppi strumentali riconosciuti anche all’estero come <em>Guano Padano</em>, <em>Giardini di Mirò</em>, <em>Calibro 35</em>, <em>Larsen</em>, <em>Zu</em>, e tanti altri.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2012/02/Fenice.jpg" alt="" title="Fenice" width="500" height="500" class="alignleft size-full wp-image-17687" style="padding-top:10px;"/></p>
<p><strong>È interessante notare come ciascuno di voi lavori anche ad altri progetti, e come magari siano state proprio queste altre collaborazioni ad attirarvi gli uni agli altri, fino a stabilire la formazione attuale. In particolare cosa ha portato Paolo Mongardi (già ZEUS!, Jennifer Gentle, Il Genio) ad unirsi a voi?</strong></p>
<p>Con la mia etichetta (la defunta Bar La Muerte) ho prodotto il primo album degli Zeus!. Questo mi ha permesso di conoscere Paolo. Essendomi trasferito non lontano da dove vive lui, è stata la prima persona a cui ho pensato per sostituire Enzo. Per fortuna ha accettato. Certamente il far parte di altri gruppi, l’avere progetti anche in campo sperimentale o estremo, sono requisiti fondamentali per essere un Ronin. E’ una cosa che ci unisce e permette a ciascuno di capire meglio il linguaggio degli altri.</p>
<p><strong>Parlare di ispirazione quando si fa riferimento a musica strumentale è senz’altro difficile. Il vostro caso però pare anomalo: i brani contengono un sottotesto puramente teso al titolo del pezzo. Chiarificatore l’esempio di <em>Spade</em>: i rintocchi delle lame vengono quasi “onomatopeizzati”, se così si può dire. Frutto di un progetto voluto? Quale tipo di impegno richiede una composizione così precisa?</strong></p>
<p>Dare il titolo a pezzi strumentali è difficile. Se sei troppo esplicito, rischi di rovinare all’ascoltatore la sorpresa, il “viaggio personale” che ha il diritto di farsi lasciando volare la fantasia. Bisogna quindi in qualche modo “dire e non dire”. Oppure si può lanciare un messaggio preciso, come abbiamo fatto ne L’Ultimo Re, con titoli che richiamavano all’anti-autoritarismo ed all’anarchia.</p>
<p><strong>Dei vostri brani è bella anche la materialità: gruppo d’atmosfera sì, ma sempre fortemente attaccato agli oggetti (<em>Selce</em>), o ai panorami (<em>Benevento</em>). Se doveste legare il vostro suono, fortemente rarefatto, a qualcosa di concreto, cosa sarebbe? Quale immagine vi viene in mente?</strong></p>
<p>Per i primi 3 dischi abbiamo legato il nostro suono all’acqua, con Fenice siamo entrati nell’Era del Fuoco.</p>
<p><strong>Da poco è partito il vostro nuovo tour, che vi porterà in giro per l’Italia, ma non solo. Tra le date potete annoverare serate a Vienna, Praga, Berlino, Bruxelles. Forse a livello internazionale qualcosa si sta muovendo e il prodotto confezionato non basta più? Anche all’estero c’è un ritorno all’artigianalità, magari rivalutata in questi tempi di crisi?</strong></p>
<p>Abbiamo sempre suonato anche all’estero. Può darsi che qualcosa si stia muovendo nella direzione che dici, sarebbe bello! Sapremo dirtelo al nostro ritorno, ma non mi farei troppe illusioni: il prodotto confezionato vince ancora.</p>
<p><strong>Vogliamo lasciarvi con una domanda incentrata proprio sul concetto di artigianalità in ambito musicale: vi sentite un po’ dei sarti quando lavorate ai vostri brani? In effetti, date suono a delle idee, armonizzate gli strumenti.</strong></p>
<p>Forse non esattamente dei sarti, questo lo lascio ad <em>?Alos</em> col suo album <em>Ricamatrici</em>. Nemmeno dei fabbri, quella è una sensazione che ho come batterista degli OvO, ma non come chitarrista dei Ronin. Non saprei, lego davvero molto il comporre coi Ronin alle immagini, forse siamo dei fotografi. O suona troppo pretenzioso?</p>
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		<title>Audiovisual installation: Otolab</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 09:00:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Verdiana Salvatelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Musica + Cinema + Teatro]]></category>
		<category><![CDATA[2012]]></category>
		<category><![CDATA[arte]]></category>
		<category><![CDATA[esposizione]]></category>
		<category><![CDATA[milano]]></category>
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		<description><![CDATA[Dall&#8217;elettronica sperimentale alla techno passando per la dub e sonorità industrial, installazioni e performance si fondono insieme per la ricerca  [<a href="http://www.enquire.it/2012/02/03/spazio-concept-tortona-otolab/" title="Continua a leggere"><strong>read more</strong></a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dall&#8217;elettronica sperimentale alla techno passando per la dub e sonorità industrial, installazioni e performance si fondono insieme per la ricerca  di un rapporto simbiotico tra immagine, musica e video. Tutto questo è <strong>Otolab</strong>.</p>
<p>Un&#8217;associazione culturale, un collettivo milanese nato nel 2001 a Milano dove musicisti, dj, vj, videoartisti, videomaker, web designer, grafici e architetti uniscono le loro affinità per affrontare un percorso comune nell&#8217;ambito della musica elettronica e della ricerca audiovisiva. Anche live media, progetti audio e audiovisivi, seminari e workshop: <em>una libera circolazione dei saperi e soprattutto di sperimentazione.</em></p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2012/02/Otlab-2.jpg" alt="" title="Otlab (2)" width="500" height="500" class="alignleft size-full wp-image-17577" style="padding-top:10px;"/></p>
<p>Presenti in molti festival sia in Italia (netmage, sonica, dissonanze, tec art eco) e sia all&#8217;estero (cimatics di Bruxelles, moov03 di New York, elektra festival di Montreal, atlantic waves di Londra, celeste prize di Berlino), si sono esibiti al PAC, al NABA, alla Triennale di Milano solo per citarne alcuni.</p>
<p>Questo week-end, Sabato 4 febbraio si riuniranno a partire dalle 19.00 in esclusiva per <strong>Spazio Concept</strong> (Milano). </p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2012/02/Otlab-3.jpg" alt="" title="Otlab (3)" width="500" height="400" class="alignleft size-full wp-image-17578" style="padding-top:10px;"/></p>
<p>La serata si aprirà con un aperitivo che unirà il piacere del cibo alla stimolazione audiovisiva, seguono poi varie live performance inedite e storiche: un improvvisazione elettronica di <em>5 Leploop; Bleeding, </em>una fusione tra estetica visiva e sonora<em>. Circo ipnotico </em>un live session d&#8217;improvvisazione audiovisiva che indaga il modo della percezione attraverso un intreccio di sintetizzatori e laptop<em>; Megatsunami </em>un confronto di lumanoise, laser, luci fredde e incandescenza e per concludere live-sets a  cura di Mud e Tonylight, due dei dieci elementi  del collettivo Otolab.</p>
<p>@Spazio Concept, Via Forcella 7 (Milano) <a href="http://www.spazioconcept.org" target="_blank">www.spazioconcept.org</a><br />
Aguzzate i sensi!</p>
]]></content:encoded>
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		<title>The Black Keys: il live a Milano</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 11:00:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sebastiano Piras</dc:creator>
				<category><![CDATA[Musica + Cinema + Teatro]]></category>
		<category><![CDATA[2012]]></category>
		<category><![CDATA[alcatraz]]></category>
		<category><![CDATA[america]]></category>
		<category><![CDATA[concerto]]></category>
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		<category><![CDATA[new release]]></category>
		<category><![CDATA[rock]]></category>

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		<description><![CDATA[L’attesa era alle stelle, il concerto sold out da qualche mese e noi di Enquire, soltanto grazie alla destrezza della [<a href="http://www.enquire.it/2012/02/01/the-black-keys-live-milano/" title="Continua a leggere"><strong>read more</strong></a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L’attesa era alle stelle, il concerto sold out da qualche mese e noi di Enquire, soltanto grazie alla destrezza della nostra Fashion Editor, <em>Lucilla Spagnuolo</em>, siamo riusciti ad accaparrarci due biglietti. Stiamo parlando dei <strong>Black Keys</strong> e della loro unica data milanese all’Alcatraz, per promuovere <strong><a href="http://www.enquire.it/2011/12/09/el-camino-il-nuovo-album-dei-the-black-keys/" target="_blank">El Camino</a></strong>, l’album uscito lo scorso dicembre e da noi già recensito.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2012/02/The-Black-Keys-Alcatraz-2.jpg" alt="" title="The Black Keys - Alcatraz 2" width="500" height="500" class="alignleft size-full wp-image-17524" style="padding-top:10px;"/></p>
<p>Risultato? “Mixed up reviews”, o per dirla in italiano, recensioni (e quindi, pareri) contrastanti. Si sa, le aspettative – spesso – non aiutano a compensare l’attesa, e così accade che questo live dei Black Keys, se pur ineccepibile da un punto di vista tecnico, abbia giocato come unica carta quella della formalità.<br />
Sia chiaro, sin dalle prime note, i sostenitori più fedeli saltavano cantando a squarciagola ogni parola della discografia del gruppo americano, ma la scaletta non aiutava, soprattutto per quelli che, accorsi con la curiosità di chi ha letto le recensioni entusiastiche d’oltreoceano, si sarebbero aspettati un pathos diverso col pubblico.<br />
Si parte quasi in ordine cronologico rispetto alla produzione discografica del duo, con pezzi appartenenti ai precedenti album, salvo qualche eccezione (<em>Run Right Back</em>, <em>Dead And Gone</em> e qualche altra “novità” che si confonde con i vecchi brani), per poi continuare con la formula che vuole i nuovi pezzi buttati qua e là nella scaletta, e quindi offuscati dal materiale più conosciuto.<br />
L’esplosione vera e propria si è avuta con <em>Lonely Boy</em>, singolo di lancio di quest’ultimo album e pezzo dall’indiscutibile appeal radiofonico. Il coro di apprezzamento diventa qui unanime, con la folla che finalmente palesa il proprio consenso fisico, agitandosi con passione.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2012/02/The-Black-Keys-Alcatraz-1.jpg" alt="" title="The Black Keys - Alcatraz 1" width="500" height="600" class="alignleft size-full wp-image-17525" style="padding-top:10px;"/></p>
<p>Piccola nota.<br />
A far da spalla ai Black Keys, quasi in totale anonimato, c’erano i <strong>Portugal. The Man</strong>, con i quali abbiamo avuto il piacere di scambiare quattro chiacchiere, e ai quali è andato il nostro apprezzamento per aver aperto un concerto bello ma non totalmente entusiasmante, con i brani del loro nuovo album, <strong>In The Mountain In The Cloud</strong>, che vi consigliamo assolutamente di ascoltare.<br />
<em>Foto di Francesco Prandoni.</em></p>
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		<title>Zola Jesus: io, Gesù e Zola</title>
		<link>http://www.enquire.it/2012/01/31/zola-jesus-nika-roza-danilova/</link>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2012 10:00:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sara Marzullo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un nome d&#8217;arte che combina Emile Zola e Jesus Christ, un album del 2011, Conatus, (o)scuro e con una cover [<a href="http://www.enquire.it/2012/01/31/zola-jesus-nika-roza-danilova/" title="Continua a leggere"><strong>read more</strong></a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un nome d&#8217;arte che combina Emile Zola e Jesus Christ, un album del 2011, <strong>Conatus</strong><em>,</em> (o)scuro e con una cover bianchissima, il freddo del Wisconsin (da cui arriva) e della sua Russia d&#8217;origine, le lodi (e le indifferenze) del mondo musicale: ma chi è <strong>Zola Jesus</strong>? Si ha sempre l&#8217;impressione che il totale non sia la somma delle parti, che non vi si avvicini nemmeno, come se tutto sommato <em>Nika Roza Danilova</em>, questo il suo vero nome, fosse sempre ad un passo di distanza – dalla sua musica, da chi la ascolta, da Zola Jesus.<br />
Noi, per fare chiarezza, abbiamo deciso di intervistarla.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2012/01/Conatus.jpg" alt="" title="Conatus" width="500" height="500" class="alignleft size-full wp-image-17467" style="padding-top:10px;"/></p>
<p><strong>Parliamo del tuo nome,<em> Zola Jesus</em>, da dove proviene? E qual è il significato del riferimento, se esso realmente c&#8217;è, a Emile Zola e a Cristo?</strong></p>
<p>Inizialmente direi che è stato scelto piuttosto arbitrariamente, ma c&#8217;è un ovvio riferimento al dualismo tra il realismo di Zola e l&#8217;idealismo/irrealtà di Cristo.</p>
<p><strong>Zola Jesus non è il tuo primo progetto, ma qual è il tuo passato musicale? E cosa più importante, quale valenza assume la scelta di suonare con un nome che non è il tuo: è scegliere un personaggio, o magari la possibilità di esprimersi, senza dover mettere la parte più privata di sé al centro della scena?</strong></p>
<p>Zola Jesus è solo un nome, niente più. Ho sempre ascoltato band punk e tutte hanno un nome, così anche io dovevo trovarne uno per la mia musica, ma scegliere di usare il mio mi pareva stupido, o forse un po&#8217; narcisistico. E quindi Zola Jesus è solo il titolo sotto il quale metto la mia musica, le mie creazioni, ma tra me e Zola non c&#8217;è nessuna distanza.</p>
<p><strong>La tua musica viene da una notte fonda, come da un abisso – il tipo di musica che quando ascolti, meglio a luci spente, assoceresti alla tua parte oscura – con una voce che arriva da altrove, ad invadere il tuo mondo di ascoltatore. Per te che importanza assume l&#8217;uso della voce? La vedi anche tu immersa in questo sfondo buio?</strong></p>
<p>Spesso la voce è tutto ciò che ho – ed è lo strumento su cui mi sono esercitata sempre: lo strumento più espressivo che conosca. Faccio musica per esplorare me stessa, le mie barriere. È un modo per rispondere a ogni altro grande interrogativo che posso avere e che riguardi la filosofia o la psicologia. Così, a volte, è qualcosa di oscuro, a volte, invece, è qualcosa di felice.</p>
<p><strong>Cos&#8217;è per te la musica: consolazione (come se cantassi <em>It&#8217;s going to be allright</em> a te stessa in <em>I Can&#8217;t Stand</em>) o un grido, un aiuto per te stessa o per gli altri?</strong></p>
<p>La musica è tutto: il riflesso dell&#8217;umanità e di ogni umana emozione.</p>
<p><strong>Se dovessi fare una lista di ciò che ti ha ispirato o ti ispira, dalla musica, ai registi, alla letteratura, cosa sceglieresti?</strong></p>
<p>La mia musica deriva dalla mia esperienza. Tutto ciò che in vita ho imparato o è cresciuto in me è parte della mia musica e del modo in cui faccio musica.</p>
<p><strong>Esprimi un desiderio, dove e con chi vorresti suonare?</strong></p>
<p>Mi piacerebbe moltissimo suonare alla <em>Guangzhiou Opera House</em> accompagnata da un&#8217;intera orchestra.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Thee Spivs: London Calling</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jan 2012 10:00:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Frattaruolo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Musica + Cinema + Teatro]]></category>
		<category><![CDATA[2012]]></category>
		<category><![CDATA[new release]]></category>
		<category><![CDATA[punk]]></category>
		<category><![CDATA[rock]]></category>
		<category><![CDATA[trio]]></category>

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		<description><![CDATA[Solo a guardarli, questi tre ragazzi di Hackney (East London) profumano, o puzzano, o comunque lasciano dietro di loro un [<a href="http://www.enquire.it/2012/01/30/thee-spivs-london-calling/" title="Continua a leggere"><strong>read more</strong></a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Solo a guardarli, questi tre ragazzi di Hackney (East London) profumano, o puzzano, o comunque lasciano dietro di loro un alone di vissuto, di quel punk dei tardi settanta che ha dato alle fiamme le strade della capitale britannica e che si è andato ad affievolire lentamente, lasciando dietro di sé strascichi di amarezza e di orgoglio.</p>
<p>Orgoglio, appunto. I <strong>Thee Spivs</strong>, portano avanti con orgoglio la “parabola” punk, quella lasciataci in eredità dall&#8217;ultimo dei padri di questo stile di vita: <strong>Joe Strummer</strong>.</p>
<p>Nati nel 2007 per volontà di <em>Ben Edge</em>, cantante e chitarrista, e del batterista <em>Steven Coley</em>, i Thee Spivs, inizialmente un duo, cominciano a suonare in ogni “<em>shit hole in London</em>” fino a stufarsi, presto, dei soliti malconci e vuoti pub e decidere così di aprire un club per conto loro. Ben presto si unisce a loro il bassista <em>Dan Bay</em> che andrà a completare la formazione. Nel 2009, gli ormai tre vengono adocchiati dal produttore <strong>Liam Watson</strong> (premiato ai Grammy Awards per la produzione di <em>Elephant </em>dei <strong>White Stripes</strong>) che gli concede l&#8217;opportunità di registrare il loro primo singolo, <em>It&#8217;s True</em>, e quindi di firmare il primo contratto con la londinese <strong>Damaged Goods Records</strong>.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2012/01/Black-And-White-Memories.jpg" alt="" title="Black And White Memories" width="500" height="500" class="alignleft size-full wp-image-17442" style="padding-top:10px;"/></p>
<p>Con l&#8217;etichetta britannica, i Thee Spivs nel 2010 danno alle stampe il loro album di debutto, <strong>Taped Up</strong>, un vero e proprio ordigno ad orologeria. 27 minuti di punk duro e puro, e poi boom! Un’esplosione di rabbia, schegge di fierezza punk 77 che ti rimanda agli antenati <strong>Rotten</strong>, <strong>Ramones</strong>, ed al già citato Strummer, e che ci ricorda come il punk sia più vivo che mai.</p>
<p>Ma non è finita qui. Alla fine del 2011 esce il loro secondo lavoro, <strong>Black And White Memories</strong>. Altri 14 pezzi che si esauriscono in soli trenta minuti, ma qui i ritmi si abbassano leggermente per lasciare spazio a chitarre acustiche, organi e ballate sempre e rigorosamente dal retrogusto punk-rock. E se <em>We See Red</em> riprende dal frastuono con cui i tre ci avevano lasciato col precedente lavoro, <em>T.V. Screen</em> mostra i primi segni di cambiamento, con una chitarra acustica che fa da background al suono più robusto di quella elettrica. C&#8217;è spazio anche per velature leggermente rockabilly ( in <em>Flicking V&#8217;s</em> e <em>Bad Hunter)</em>, e strizzatine d&#8217;occhio ad un punk dai richiami pop (si ascoltino <em>People Come And People Go</em> e <em>Your Time</em>). Il meglio, tuttavia, i tre lo danno con pezzi tutta grinta e nervi, capaci di farti drizzare dritto in piedi chiunque, come nella title-track <em>Black And White Memories</em>, <em>15 Minutes</em> e <em>Victims of Choice</em>. Nel finale, trova spazio la ballata acustica <em>Cowboys and Indians</em> in cui Ben &amp; Co. sembrano rifarsi al “compagno” <strong>Billy Bragg</strong>.</p>
<p><iframe width="500" height="284" src="http://www.youtube.com/embed/1S8jSB3WGmU?rel=0" frameborder="0" allowfullscreen style="padding:10px 0 10px 0;"></iframe></p>
<p>A far da cornice a questo secondo disco le storie avvenute durante la tournée pre-studio, in cui tre dicono di aver avuto un sacco di esperienze bizzarre: “<em>ci siamo ritrovati nel mezzo di una marcia di protesta a Berlino, siamo stati assaliti dalla polizia e visto cadere un frigorifero da un palazzo in fiamme. Durante la tournée abbiamo anche suonato in un posto che durante la seconda guerra mondiate era un ospedale</em>&#8220;. E veniteci a dire che il punk &#8216;n&#8217; roll è morto!</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Non solo di note: Quakers &amp; Mormons</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 13:00:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anice</dc:creator>
				<category><![CDATA[Musica + Cinema + Teatro]]></category>
		<category><![CDATA[cucina]]></category>
		<category><![CDATA[elettronica]]></category>
		<category><![CDATA[indie]]></category>
		<category><![CDATA[intervista]]></category>
		<category><![CDATA[italia]]></category>
		<category><![CDATA[new release]]></category>
		<category><![CDATA[pop]]></category>

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		<description><![CDATA[I Quakers &#38; Mormons nascono nel 2009 a Bologna grazie alla folle e geniale creatività di Maolo Torreggiani, già voce [<a href="http://www.enquire.it/2012/01/27/quakers-mormons-maolo-torreggiani-uochi-toki/" title="Continua a leggere"><strong>read more</strong></a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I <strong>Quakers &amp; Mormons</strong> nascono nel 2009 a Bologna grazie alla folle e geniale creatività di <strong>Maolo Torreggiani</strong>, già voce del gruppo <strong>My Awesome Mixtape</strong>, che non ha bisogno di presentazioni, e dalla collaborazione con Riccardo “Rico” Gamondi degli altrettanto conosciuti <strong>Uochi Toki</strong>.<br />
I Q&amp;M sono un gruppo di musica hip hop sperimentale che mescola il rap con archi, fiati e musica <em>klezmer</em>.<br />
Conoscendo la sua grande passione per la cucina, abbiamo invitato Maolo per un’intervista culinaria e per farci raccontare del progetto dei Quakers &amp; Mormons.</p>
<p>Tra una chiacchiera e l’altra, trascorriamo un piacevole pomeriggio mentre lui prepara <em>Apple pie</em> e <em>Pancake</em> (non a caso due dolci che appartengono alla tradizione gastronomica americana, la cui musica hip-hop influenza artisticamente Maolo).</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2012/01/Evolvotron.jpg" alt="" title="Evolvotron" width="500" height="500" class="alignleft size-full wp-image-17405" style="padding-top:10px;"/></p>
<p><strong>Raccontaci come è nato questo progetto.</strong><br />
I Quakers &amp; Mormons sono nati essenzialmente da una mia esigenza personale. Era un periodo in cui con i My Awesome Mixtape suonavamo poco e alcuni dei componenti erano impegnati in altri progetti musicali.<br />
Ho iniziato a comporre dei pezzi di matrice hip hop, poiché in quel momento avevo voglia di “rappare”.<br />
Il nome Q&amp;M nasce da una gag, legano bene insieme e fanno riferimento ai Quaccheri e Mormoni per quanto riguarda l’immaginario sacro e dissacrante allo stesso tempo.<br />
<strong>Il nome dell’album <em>Evolvotron</em> cosa significa?</strong><br />
È una parola inventata che deriva dal termine “evolution”. Mi piace inventare delle parole nuove, Evolvotron è la commistione di evolution con qualcosa che rimanda al concetto di meccanico o macchinoso.<br />
<strong>Sempre in riferimento all’album, come nascono le tue canzoni?</strong><br />
La musica nasce dal campionamento di pezzi musicali che per la maggior parte appartengono ad un compositore degli anni 40, <em>Moondog</em> , un personaggio molto particolare che suonava per le strade di New York vestito da vichingo con strumenti musicali ,per lo più a percussione, costruiti da lui stesso.<br />
Non sono l’unico ad usufruire della musica di Moondog, ci sono anche gli Hobocombo che eseguono delle cover dei suoi brani. Io invece campiono alcuni estratti delle composizioni di Moondog e poi li rivisito.<br />
Mi occupo sia dei testi che della musica, mentre nella fase di produzione interviene Rico dei Uochi Toki che “distrugge” tutto per poi ricomporre il mio lavoro.<br />
La stesura dei testi è spontanea e affidata all’improvvisazione senza alcuna logica partendo da alcune immagini.<br />
In genere inizio dalla musica e concludo con i testi. Essenzialmente parto dai ritornelli che sono per me immediati.<br />
<strong>Cosa racconti nei tuoi testi? Abbiamo colto molte metafore e non è affatto semplice interpretarle.</strong><br />
Racconto tante storie tutte diverse e strampalate. Racconti borderline che parlano di attrici che cambiano genere di appartenenza, passando dalla commedia alla prosa, oppure storie di suicidi e  storie che riflettono il tema della morte. Sono testi molto personali difficili da cogliere ed è difficile farli cogliere perché c’è un elemento aggiuntivo: la lingua inglese. Penso che se i miei pezzi fossero cantati in italiano riuscirei a raggiungere un maggior numero di persone.<br />
<strong>Pensi che in futuro canterai mai in italiano?</strong><br />
Assolutamente no! Io e l’italiano non andiamo proprio d’accordo, non c’è alcun sodalizio musicale.<br />
<strong>Quando uscirà il nuovo disco? </strong><br />
A breve, pensavo a Febbraio anche perché al momento il master definitivo non è ancora pronto.<br />
Sto valutando per un’autoproduzione per quanto riguarda la stampa. Dato che è un progetto molto intimo e personale pensavo di collaborare con mio fratello rifondando una sua vecchia etichetta: Anemic Dracula.<br />
Il titolo del nuovo album sarà Funeralistic.<br />
<strong>Se non avessi fatto il musicista, cosa avresti fatto nella vita?</strong><br />
Credo sia abbastanza ovvio: il cuoco, in realtà lo sono già (<em>intanto impasta farina, uova e zucchero n.d.r</em>).<br />
<strong>Come nasce la tua passione per la cucina?</strong><br />
Intorno ai 16 anni, mentre a 18 anni dopo il liceo ho fatto l’aiuto cuoco per un mese presso Casa Monica, un ristorante di cucina innovativa di Bologna. All’epoca ero giovane per cui il lavoro mi risultava pesante, e così l’ho abbandonato. Dopo 2 anni di studi universitari in Filosofia ho deciso di abbandonare la facoltà per dedicarmi alla musica. Per un periodo ho fatto il cuoco a domicilio e mi sono occupato del catering di alcuni music club. Ho sperimentato molto con il cibo, ma attualmente mi dedico alla cucina tradizionale perché ritengo sia importante conoscerne le basi.<br />
<strong>Raccontaci dei tuoi progetti culinari.</strong><br />
Da circa un anno<strong> </strong>insieme ad un amico ,Lidio, anche lui musicista, in arte Shiva Bakta, abbiamo creato un blog di cucina: <a href="http://www.indiecook.wordpress.com" target="_blank">www.indiecook.wordpress.com</a><br />
L’idea è nata quando ho letto una ricetta che Lidio aveva postato sul suo blog, così gli ho proposto di crearne uno per musicisti. Mi occupo anche di una rubrica culinaria a nome Indiecook della durata di 5 minuti per la trasmissione radiofonica Area 51.<br />
<strong>Tre oggetti che ti descrivono.</strong><br />
Naturalmente si tratta di tre oggetti da cucina a cui non posso rinunciare:<br />
<strong><em>Coltelli</em></strong><em>, </em>perché sono una persona tagliente nel dare giudizi e sulle decisioni da intraprendere.<br />
<strong><em>Fruste</em></strong><strong>, </strong>perché distruggono qualsiasi tipo di grumo ed io sono una persona dal forte imprinting distruttivo. La creazione per me inizia da un processo di distruzione.<br />
<strong><em>Termometro da zucchero, </em></strong>è uno strumento molto preciso, proprio come me visto che sono molto pignolo.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2012/01/Maolo.jpg" alt="" title="Maolo" width="500" height="500" class="alignleft size-full wp-image-17406" style="padding-top:10px;"/></p>
<p><strong>Apple Pie</strong></p>
<p>350 gr. farina<br />
250 gr. zucchero<br />
150 gr. fecola<br />
200 gr. burro<br />
2 uova<br />
1 pizzico di sale</p>
<p>1 velo di marmellata</p>
<p>3 mele tagliate a fette sottili</p>
<p>Unire alla farina la fecola, lo zucchero, il burro, le uova, il sale ed il lievito. Lavorare l’impasto fino a quando non risulta omogeneo, avvolgerlo in una pellicola trasparente e lasciarlo riposare in frigo per circa mezz’ora.</p>
<p>Una volta che l’impasto è pronto si può stendere in una teglia e passare sopra un velo di marmellata per evitare che si asciughi durante la cottura in forno. Dopo 5 minuti di cottura a 200 gradi si possono disporre le mele tagliate a fette alte circa mezzo centimetro. Infornare nuovamente per circa mezz’ora e a fine cottura si può spolverare sopra della cannella.</p>
<p><strong>Pancakes</strong></p>
<p>160 gr. farina autolievitante</p>
<p>50 gr. zucchero</p>
<p>160 gr. latte</p>
<p>1 uovo</p>
<p>1 cucchiaio di lievito in polvere</p>
<p>Si mescolano tutti gli ingredienti e si lascia riposare per circa un’ora a temperatura ambiente.</p>
<p>Si fa riscaldare una teglia antiaderente e con un mestolo si prende un po’ di impasto che non deve essere troppo liquido. Cuocere da entrambi i lati e servire con sciroppo d’acero.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2012/01/Apple-pie.jpg" alt="" title="Apple pie" width="500" height="500" class="alignleft size-full wp-image-17407" style="padding-top:10px;"/></p>
<p>Seguite i Quakers &#038; Mormons su <a href="http://www.myspace.com/quakersandmormons" target="_blank">Myspace</a>.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Busdriver: nuovo album e free download</title>
		<link>http://www.enquire.it/2012/01/26/busdriver-nuovo-album-e-free-download/</link>
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		<pubDate>Thu, 26 Jan 2012 12:00:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sebastiano Piras</dc:creator>
				<category><![CDATA[Musica + Cinema + Teatro]]></category>
		<category><![CDATA[2012]]></category>
		<category><![CDATA[elettronica]]></category>
		<category><![CDATA[hip hop]]></category>
		<category><![CDATA[new release]]></category>

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		<description><![CDATA[Uno dei buoni propositi per il nuovo anno – per quanto riguarda la sezione Musica di Enquire – è quello [<a href="http://www.enquire.it/2012/01/26/busdriver-nuovo-album-e-free-download/" title="Continua a leggere"><strong>read more</strong></a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Uno dei buoni propositi per il nuovo anno – per quanto riguarda la sezione Musica di Enquire – è quello di tenervi aggiornati sulle uscite discografiche di artisti indie che secondo il nostro personale “<em>goût d&#8217;oreille</em>” segneranno questo 2012. Dopo il British sound dei <a href="http://www.enquire.it/2012/01/05/arrivano-i-citizens-con-true-romance/"><strong>Citizens!</strong></a> questa è la volta di <strong>Busdriver</strong>, artista eclettico di Los Angeles che propone un genere tra l’hip hop e l’elettronica, tra il rap e il canto, e in procinto di pubblicare il suo nuovo album, <strong>Beaus$Eros</strong>, la cui uscita è prevista per febbraio.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2012/01/Busdriver-2.jpg" alt="" title="Busdriver 2" width="500" height="500" class="alignleft size-full wp-image-17364" style="padding-top:10px;"/></p>
<p>Uno dei nomi di punta della scuderia <strong>Fake Four Inc.</strong>, etichetta indipendente che si occupa soprattutto di musica hip hop sperimentale ed elettronica, Busdriver ha appena reso pubblico un altro pezzo dall’album di prossima pubblicazione, la giocosa <em>Bon Bon Fire</em>, al limite tra la parodia di un pezzo dei <strong>Black Eyed Peas</strong> ed un esperimento di avant-rap, e dove il freestyle narrativo, fatto di versi spediti e cantilenati, incontra un ingegnoso “arrangement” sonoro che conquista al primo ascolto.</p>
<p>Prima ancora di questa traccia, che farà ballare chiunque avrà il piacere di ascoltarla, <em>Regan Farquha</em> (vero nome di Busdriver) ha avuto modo di pubblicare anche il video per il primo singolo estratto dall’album, <em>Kiss Me Back To Life</em>, con un concept che ricorda quello di <em>Gimme Some More</em> di <strong>Busta Rhymes</strong>, in cui il rapper statunitense, attraverso un “fish-eye”, giocava con elementi filosofici e psichedelici, soltanto come la musica black old-school era in grado di fare.</p>
<p><iframe width="500" height="284" src="http://www.youtube.com/embed/SqhIG5UNHRI?rel=0" frameborder="0" allowfullscreen style="padding:10px 0 10px 0;"></iframe></p>
<p>Del nuovo album si sa ancora poco, se non che sarà presente un&#8217;altra traccia, <em>No Blacks, No Jews, No Asians</em>, disponibile in free download sul sito ufficiale dell’artista e prodotta da <strong>Loden </strong>(al secolo Jolan Koks), già al lavoro con <strong>K-the-I</strong>, <strong>Open Mike</strong> <strong>Eagle</strong> e <strong>Thirsty Fish</strong>. Il pezzo – come buona parte della discografia di Busdriver – ha una sua valenza politica che corre tra le rime veloci, quasi incomprensibili. Potete scaricare gratuitamente il brano, in attesa dell’intero album, <a href="http://virb.com/download/audio:517101" target="_blank">cliccando qui</a>. </p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Un tè con gli Still Corners</title>
		<link>http://www.enquire.it/2012/01/17/still-corners-creatures-hour/</link>
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		<pubDate>Tue, 17 Jan 2012 13:00:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Irene Gasparello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Musica + Cinema + Teatro]]></category>
		<category><![CDATA[2012]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[intervista]]></category>
		<category><![CDATA[new release]]></category>
		<category><![CDATA[pop]]></category>

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		<description><![CDATA[L’incontro tra il musicista americano Greg Hughes e la cantante Tessa Murray ha dato vita al progetto Still Corners che, [<a href="http://www.enquire.it/2012/01/17/still-corners-creatures-hour/" title="Continua a leggere"><strong>read more</strong></a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L’incontro tra il musicista americano <em>Greg Hughes</em> e la cantante <em>Tessa Murray</em> ha dato vita al progetto <strong>Still Corners</strong> che, con l’album <strong>Creatures of an Hour</strong>, vuole riportarci alle atmosfere evocate dall’opera di <strong>Ennio Morricone</strong>. Abbiamo avuto il piacere di intervistare proprio Greg Hughes il quale, nel raccontarci proprio la musica di Morricone, finisce involontariamente per descrivere una caratteristica del progetto Still Corners: canzoni cinematografiche che possono stare benissimo anche senza un film da accompagnare.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2012/01/Creatures-of-an-Hour.jpg" alt="" title="Creatures of an Hour" width="500" height="500" class="alignleft size-full wp-image-17169" style="padding-top:10px;"/></p>
<p><strong>Per iniziare, presentati a tutti gli italiani che ancora non ti conosco.</strong></p>
<p>Ciao, sono Greg e sono autore e produttore degli Still Corners.<strong></strong></p>
<p><strong>Il vostro progetto è quasi cinematografico. Come è nato e quali sono state le vostre fonti di ispirazione?<br />
</strong>Anni fa mi è stato regalato un cofanetto intitolato “Mondo Morricone”. In realtà me l’aveva prestato un amico, ma è andata a finire che è rimasto con me per diversi anni. Me ne sono totalmente innamorato. Ho capito che quella era la musica più bella che avessi mai ascoltato e sapevo che era stata realizzata per film e progetti visuali, ma quelle canzoni sembravano funzionare alla perfezione anche da sole, senza accompagnare dei film. Sono stato ispirato da quella musica così come da altra musica per il cinema di Angelo Badalamenti e dalla suggestione e la vibrazione dei film di Hitchcock e John Carpenter. Sto scrivendo solo delle canzoni, ma cerco di catturare quell’atmosfera con la musica. Tessa ha una bella voce che si abbina perfettamente al tutto.</p>
<p><strong>Il vostro sound è lunare e malinconico, ma tu come lo descriveresti?</strong><br />
L’ultimo cd, Creatures of an Hour, è scuro e malinconico perché molte delle canzoni hanno a che vedere con un brutto periodo che ho attraversato. È un disco di quel momento della mia vita e così a volte è un po’ dark, ma ci sono anche brani sull’amore e sulla speranza. Credo che sia carino e che porti con sé un’atmosfera misteriosa.<br />
<strong>Ascoltando la vostra musica percepisco un’aria di creatività che mi ricorda band come i Röyksopp e cantanti nello stile di Imogen Heap. Se doveste consigliare altre band alle persone che vi apprezzano, quali sarebbero?</strong></p>
<p>Alcune delle band che provengono dalla nostra stessa geografia musicale potrebbero essere <em>Cocteau Twins</em>, <em>Broadcast</em>, <em>The Bird and the Bee</em>, <em>Nancy Sinatra</em>, e i primi <em>Goldfrapp</em>.</p>
<p><strong>Per una band come la vostra le atmosfere sono fondamentali. Quale paesaggio potrebbe descrivere la vostra musica?</strong></p>
<p>Quello che si vede camminando attraverso un parco in autunno, con le foglie che scricchiolano sotto i piedi.</p>
<p><strong>Come avete lavorato ai brani di Creatures of an Hour?</strong></p>
<p>Ho suonato, registrato e mixato tutto il disco, e Tessa ha cantato. L’abbiamo fatto in un piccolo studio che ho a Londra. Le canzoni vengono fuori con poco, un passaggio d’organo o un ritmo del basso. Sempre in cambiamento. Se qualcosa avesse catturato il mio orecchio Tessa mi avrebbe seguito e avremmo lavorato alla parte vocale o alla melodia, i testi sarebbero venuti dopo. La maggior parte dei pezzi sono presi da demo che ho scritto per un periodo lungo due anni, poi mi ci sono voluti sei mesi per registrarli nuovamente.</p>
<p><strong>Creatures of an Hour sembra un grande inizio per un grande progetto. Cosa ti aspetti dal vostro futuro?</strong></p>
<p>Più lavoro, canzoni e tour!</p>
<p><strong>Come vivete l’esperienza live? Andrete in tour?</strong></p>
<p>Ci siamo appena trovati a fare un mese negli Stati Uniti e poi in giro per l’Europa tra festival quali Primavera, Le Guess Who e Autumn Falls. Amiamo suonare e incontrare nuove persone.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2012/01/Still-Corners-2.jpg" alt="" title="Still Corners 2" width="500" height="700" class="alignleft size-full wp-image-17170" style="padding-top:10px;"/></p>
<p><strong>Grazie per la vostra pazienza e tanti complimenti per il vostro Creatures of an Hour!</strong><br />
Grazie per aver pensato a noi.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Simian Ghost: the next best thing?</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Jan 2012 12:00:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Frattaruolo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Musica + Cinema + Teatro]]></category>
		<category><![CDATA[2012]]></category>
		<category><![CDATA[elettronica]]></category>
		<category><![CDATA[indie]]></category>
		<category><![CDATA[music]]></category>
		<category><![CDATA[new release]]></category>
		<category><![CDATA[synth pop]]></category>

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		<description><![CDATA[Parlare di disco dell&#8217;anno il tredici di gennaio è un&#8217;eresia vera e propria. Non assimilate ancora le classifiche dell&#8217;anno passato, [<a href="http://www.enquire.it/2012/01/13/simian-ghost-paul-lester-loverlon/" title="Continua a leggere"><strong>read more</strong></a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Parlare di disco dell&#8217;anno il tredici di gennaio è un&#8217;eresia vera e propria.</p>
<p>Non assimilate ancora le classifiche dell&#8217;anno passato, c&#8217;è già chi pensa a quelle dell&#8217;anno appena iniziato. Il tale in questione è il (mio) fidato <strong>Paul Lester</strong>, “colonnista” e talent-scout del<em> Guardian</em>, che da 1178 giorni rinnova, più o meno giornalmente, la sua lista di gruppi emergenti. A volte il caro Paul “c&#8217;acchiappa”, altre volte, come è logico che sia di questi tempi, in cui chiunque (o quasi) è in grado di fare musica, il gruppo si rivela un buco nell&#8217;acqua. Ecco perché, con la puzza sotto il naso, mi accingo a <a href="http://goo.gl/v6Qs6" target="_blank">leggere l&#8217;articolo</a> su questi <strong>Simian Ghost</strong>, che inizia con un laconico &#8220;<em>This Swedish boy wonder has made an early contender for album of the year</em>&#8220;. Ripeto: che senso avrà mai parlare di album dell&#8217;anno quando alla sua fine mancano ancora 360 giorni buoni? Nessuno.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2012/01/Simian-Ghost.jpg" alt="" title="Simian Ghost" width="500" height="500" class="alignleft size-full wp-image-17057" style="padding-top:10px;"/></p>
<p>A questo aggiungiamo poi il fatto che i tre svedesi, <em>Sebastian Arnström</em> (cantautore, con all&#8217;attivo un album datato 2010, apprezzassimo dalla critica svedese, ed ex membro del gruppo post-rock <strong>Aerial</strong>), <em>Erik Klinga</em> e <em>Mathias Zachrisson</em>, sono ancora abbastanza lontani dal dare alla luce il loro disco di debutto, <strong>Youth</strong>, previsto per il prossimo 5 marzo (senza dimenticare che anche il primo singolo tratto dal nuovo album, <em>Wolf Girl</em>, vedrà la luce soltanto il 16 gennaio).</p>
<p>Dalla parte del buon Lester però c&#8217;è il fatto che l&#8217;unico lavoro finora reperibile dei tre, l&#8217;Ep<strong> Lovelorn</strong>, uscito l&#8217;anno passato, non è niente male e ha tutte le carte in regola per far ben sperare.</p>
<p><iframe width="500" height="284" src="http://www.youtube.com/embed/7lgTS1z5Y2U?rel=0" frameborder="0" allowfullscreen style="padding:10px 0 10px 0;"></iframe></p>
<p>Un&#8217;elettronica vellutata, fresca, sostenuta da una drum and bass essenziale e da una voce sognante, “effettata” il giusto. Musica che aiuta a rilassare corpo e mente, a meditare e ad isolarsi dal frastuono della quotidianità. Basterà questo mix a farci ritrovare Arnström &amp; Co. in cima alle classifiche di fine 2012? Troppo presto per dirlo, caro Lester.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>I Dreams di Oliver Tank</title>
		<link>http://www.enquire.it/2012/01/09/oliver-tank-i-dreams-pop-soul-trip-hop/</link>
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		<pubDate>Mon, 09 Jan 2012 09:00:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Bilotta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Musica + Cinema + Teatro]]></category>
		<category><![CDATA[australia]]></category>
		<category><![CDATA[indie]]></category>
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		<category><![CDATA[pop]]></category>
		<category><![CDATA[soul]]></category>
		<category><![CDATA[trip hop]]></category>

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		<description><![CDATA[Dalla lontana Australia arriva il disco d&#8217;esordio di Oliver Tank, spettinato e sorridente ventunenne di Sydney. Dreams è uscito lo [<a href="http://www.enquire.it/2012/01/09/oliver-tank-i-dreams-pop-soul-trip-hop/" title="Continua a leggere"><strong>read more</strong></a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dalla lontana Australia arriva il disco d&#8217;esordio di <strong>Oliver Tank</strong>, spettinato e sorridente ventunenne di Sydney. <strong>Dreams</strong> è uscito lo scorso novembre su etichetta <em>Yes Please</em> e raccoglie sei brani che amalgamano pop, soul e trip hop. Molti lo hanno già definito il &#8220;James Blake d&#8217;Australia&#8221;, anche se lui sembra non amare troppo gli accostamenti: in effetti certe sonorità ricordano il collega londinese, e insieme rimandano al chill out di <strong>Four Tet</strong> e ai giochi vocali elaborati di <strong>Fever Ray</strong> e <strong>CocoRosie</strong>.</p>
<p>La linea ambient infatti costituisce il filo rosso di Dreams. Già dal primo ascolto rimane impresso il carattere emotivo dei brani, a tratti commovente, ed è inevitabile un immediato apprezzamento a caldo se pensiamo che il ragazzo ha poco più di vent&#8217;anni.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2012/01/Dreams.jpg" alt="" title="Dreams" width="500" height="500" class="alignleft size-full wp-image-16927" style="padding-top:10px;"/></p>
<p>Con un&#8217;attenzione successiva si può cogliere qualche acerbità. I pezzi hanno una struttura molto semplice, spesso vengono utilizzati gli stessi loop per brani interi, addirittura le linee di batteria sembrano somigliarsi da un brano all&#8217;altro; resta il fatto che il disco ha un suo corpo valido, è piacevole anche dopo molti ascolti e invita a dar assoluta fiducia a questo ragazzo in vista di lavori futuri. Gli intrecci armonici sono notevoli e in generale le melodie sono ben studiate, entrano ed escono al momento giusto dando quel piacevole tocco &#8220;electro pop&#8221; ai <em>pad</em> di sottofondo.</p>
<p><em>Up in the night</em> ci fa assaggiare il condimento soul del disco fin dalle prime note, oltre ad una lussureggiante sezione melodica dal &#8220;soundtrack mood&#8221; che mette i brividi. Le ritmiche trip hop di <em>Embrace</em> si alternano alla voce di Oliver che duetta con l&#8217;amica <strong>Fawn Myers</strong>: tornano in mente vecchi brani degli svedesi <strong>The Knife</strong> ma emerge soprattutto una forte influenza dei <strong>Massive Attack</strong>, come Oliver stesso conferma. Segue <em>Last Night I Heard Everything In Slow Motion</em>, primo brano del disco trasmesso dalle radio australiane e colonna sonora dello spot di <em>GetUp! Action For Australia</em>, una riuscitissima combinazione di linee melodiche di synth e violini che volteggiano su percussioni lavorate in stile nacchere. Troviamo una bella parte di archi anche in <em>Love you</em>, dedica personale di Tank a coloro che l&#8217;hanno sostenuto in questo avvio di carriera. Dopo la nostalgica chitarra che in <em>Last Time</em> incontra un cantato soffuso, <em>Grain Of Sand</em> chiude il disco con il secondo duetto Oliver + Fawn, giusto per rimarcare l’importanza della parte vocale, che ha il delicato compito di rendere in maniera credibile i testi spesso “ermetici”.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2012/01/Oliver-Tank-1.jpg" alt="" title="Oliver Tank 1" width="500" height="400" class="alignleft size-full wp-image-16928" style="padding-top:10px;"/></p>
<p>Insomma, Oliver Tank è un talento che può solo promettere bene. È l&#8217;ennesima prova di un&#8217;era musicale in cui con pochi mezzi è possibile fare sound di qualità. Un consiglio? Dreams va ascoltato dall&#8217;inizio alla fine, come una fiaba in grado di cullare la mente e l&#8217;umore; è scaricabile dal sito della <a href="http://www.yespleaserecords.bandcamp.com/releases" target="_blank">label</a>, mentre potete seguire Oliver Tank su <a href="http://www.facebook.com/olivertankmusic" target="_blank">Facebook</a>.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Arrivano i Citizens! con True Romance</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Jan 2012 08:00:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sebastiano Piras</dc:creator>
				<category><![CDATA[Musica + Cinema + Teatro]]></category>
		<category><![CDATA[2012]]></category>
		<category><![CDATA[londra]]></category>
		<category><![CDATA[new release]]></category>

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		<description><![CDATA[Il 2012 sarà l’anno dei Citizens! (con tanto di punto esclamativo), un gruppo di cinque ragazzi londinesi che con la [<a href="http://www.enquire.it/2012/01/05/arrivano-i-citizens-con-true-romance/" title="Continua a leggere"><strong>read more</strong></a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il 2012 sarà l’anno dei <strong>Citizens!</strong> (con tanto di punto esclamativo), un gruppo di cinque ragazzi londinesi che con la loro <strong>True Romance</strong> – uscita da pochi giorni su iTunes – e la produzione di <em>Alex Krapanos</em> dei <strong>Franz Ferdinand</strong>, propongono un indie pop fatto di testi intelligenti e melodie accattivanti. Tom, Mike, Lawrence, Martyn e Thom – questi  i loro nomi – attraverso l’etichetta francese <strong>Kitsuné </strong>(una “fashion and music label” già al lavoro con <strong>Crystal Fighters</strong>, <strong>Digitalism</strong>, <strong>Hot Chip</strong> e <strong>Is Tropical</strong>) sono pronti a scaldare il nostro inverno con questo typical British sound (che tanto era mancato nella scena indie).</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2012/01/True-Romance.jpg" alt="" title="True Romance" width="500" height="500" class="alignleft size-full wp-image-16880" style="padding-top:10px;"/></p>
<p><em>True Romance</em>, primo singolo estratto dall’album di prossima pubblicazione, è un pezzo assolutamente festoso nella melodia, quanto attuale nelle parole (“<em>Lighting up cigarettes and counting out the change in our pockets</em>”): i pochi spiccioli nelle tasche del gruppo londinese hanno comunque permesso loro di farsi notare dalla Kitsuné che – in quanto a trend musicali – è seconda a poche altre realtà indipendenti (basta dare un’occhiata al sito dell’etichetta discografica e di moda, per rendersi conto di quante “leccornie”, tra download gratuiti, video e lo shop ufficiale, questa offra).</p>
<p><iframe width="500" height="369" src="http://www.youtube.com/embed/EySm81Q6qIU?rel=0" frameborder="0" allowfullscreen style="padding:10px 0 10px 0;"></iframe></p>
<p>E dato che la loro label ama fare le cose in grande, anche i Citizens! hanno deciso di mettere in rete ben due video per True Romance. Il primo – quello che a noi piace maggiormente – è il footage di un film in lingua telugu (<em>Pasivadi Pranam</em>) che mostra  una serie di coreografie in perfetto stile bollywoodiano, tra il kitsch e l’effetto volutamente dissacrante. Il secondo video, invece, è stato creato  apposta da <strong>High5Collective</strong>, con una storyline interessante e allo stesso tempo inquietante, e che vede due sconosciuti uniti da un destino tragico, come nelle peggiori storie d’amore. <em>It’s only indie pop (but we like it)!</em></p>
]]></content:encoded>
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		<title>En Roco: né uomini né ragazzi</title>
		<link>http://www.enquire.it/2012/01/03/en-roco-ne-uomini-ne-ragazzi/</link>
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		<pubDate>Tue, 03 Jan 2012 07:00:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Giordano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Musica + Cinema + Teatro]]></category>
		<category><![CDATA[2011]]></category>
		<category><![CDATA[drum machine]]></category>
		<category><![CDATA[italia]]></category>
		<category><![CDATA[new release]]></category>
		<category><![CDATA[sintetizzatore]]></category>

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		<description><![CDATA[Né uomini né ragazzi è il nuovo lavoro degli En Roco, il gruppo genovese attivo dal 2001, anno di pubblicazione [<a href="http://www.enquire.it/2012/01/03/en-roco-ne-uomini-ne-ragazzi/" title="Continua a leggere"><strong>read more</strong></a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Né uomini né ragazzi</strong> è il nuovo lavoro degli <strong>En Roco</strong>, il gruppo genovese attivo dal 2001, anno di pubblicazione del primo EP. Genova è anche la città in cui strimpellano i primi accordi e in cui lavorano al loro primo LP, <strong>Prima di volare via</strong>, del “lontano” 2003. Da allora ne hanno fatta di strada, cercando un proprio stile, valutando alcune sperimentazioni e approdando ad un quarto album in studio con una maturità percettibile ed un sound che si è stabilizzato nel tempo, trovando nel cantautorato la propria dimensione ideale.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2012/01/En-Roco-2.jpg" alt="" title="En Roco 2" width="500" height="400" class="alignleft size-full wp-image-16842" style="padding-top:10px;"/></p>
<p>Uscito lo scorso novembre, il disco ha un titolo dal significato chiaro: Né uomini né ragazzi, quasi a voler sottolineare la loro insofferenza nel sentirsi limitati da etichette che non li rappresentano in maniera esaustiva. Gli En Roco però non ricorrono a sintetizzatori, campionatori, drum machine o sequencer, il cui utilizzo è diventato decisamente inflazionato tra le band italiane, quindi possiamo affermare che c’è – da parte loro – una necessità vera e propria di rappresentare le voci “fuori dal coro”.<br />
Questi quattro ragazzi sono affezionati al rock puro, un sound intramontabile che non risentirà mai del passare degli anni e delle tendenze che scandiscono le differenti epoche musicali. Si avverte l’influenza della melodia italiana, quella dei testi semplici, priva di trascendentali giri di parole o cripticismi di alcun tipo, come anche del pop inglese, senza perdere di vista i grandi gruppi del passato. Nonostante questo, gli En Roco riescono  perfettamente a mettere in chiaro la loro personalità.<br />
E se non siete ancora convinti, potete ascoltare il primo singolo tratto dall’album, Nell’acqua, brano che alla fine di questo 2011, segnato da disastrose calamità naturali e alluvioni che hanno messo in ginocchio buona parte dell’Italia, acquisisce un senso ancor più profondo, a testimonianza del fatto che la bella musica è quella che ha qualcosa di concreto da dire. </p>
<p><iframe src="http://player.vimeo.com/video/32455204?title=0&amp;byline=0&amp;portrait=0&amp;color=f23183" width="500" height="281" frameborder="0" webkitAllowFullScreen mozallowfullscreen allowFullScreen style="padding:10px 0 10px 0;"></iframe></p>
<p>Stesso discorso per pezzi come <em>Un inverno per noi, Non dimentico e In favore del vento</em>, dove l’immediatezza è di casa, ma non la mancanza di domande esistenziali che ben si sposano col titolo.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Tunng: il live e il disco solista di Sam Genders</title>
		<link>http://www.enquire.it/2011/12/23/tunng-sam-genders-live-from-the-bbc-black-light/</link>
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		<pubDate>Fri, 23 Dec 2011 10:00:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sebastiano Piras</dc:creator>
				<category><![CDATA[Musica + Cinema + Teatro]]></category>
		<category><![CDATA[2011]]></category>
		<category><![CDATA[indie]]></category>
		<category><![CDATA[inghilterra]]></category>
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		<description><![CDATA[I Tunng sono uno dei gruppi più interessanti della scena musicale indipendente inglese. A conferma di ciò, il collettivo che [<a href="http://www.enquire.it/2011/12/23/tunng-sam-genders-live-from-the-bbc-black-light/" title="Continua a leggere"><strong>read more</strong></a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I <strong>Tunng</strong> sono uno dei gruppi più interessanti della scena musicale indipendente inglese. A conferma di ciò, il collettivo che fa scontrare tradizione folk ed elettronica con molta disinvoltura, ha da poco raggiunto quella tappa che segna un rito di passaggio per tutti gli artisti più importanti (almeno entro i confini britannici). È uscito infatti da qualche giorno il loro primo live registrato negli studi della BBC, una raccolta dei loro migliori pezzi che – quasi per magia – non perdono la bellezza originale, anzi, acquisiscono un tocco maggiore di realismo che mai ci saremmo aspettati.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/12/This-Is-Tunng..-Live-From-The-BBC.jpg" alt="" title="This Is Tunng.. Live From The BBC" width="500" height="500" class="alignleft size-full wp-image-16688" style="padding-top:10px;"/></p>
<p><strong>This Is Tunng.. Live From The BBC</strong> è un album dal vivo anomalo. Le sperimentazioni che hanno contribuito a far definire la musica della band come folktronica, vengono rese in presa diretta con una esattezza che quasi fa dimenticare all’ascoltatore di stare ascoltando un disco senza abbellimenti da post-produzione. Così, le chitarre acustiche incontrano ritmi sincopati ed effetti sintetici suonati dal vivo e con strumenti reali. La band è una vera intenditrice di live looping, genera al momento quei sample sui quali si adagiano poi le note acustiche e la stessa traccia vocale.<br />
Attraverso questo live possiamo ripercorrere la carriera stracolma di brillanti episodi dei Tunng. Si parte con <em>Take</em>, un pezzo rappresentativo, con lievi tocchi di chitarra che scorrono su percussioni create con mezzi di fortuna e sintetizzatori discreti. Questa è la musica dei Tunng, in linea con quella dei migliori electrofolkers, lontana da quella di<strong> Caribou</strong>, una spanna sopra <strong>Owen Pallet</strong> e anarchici (musicalmente) quasi quanto il primo <strong>Patrick Wolf</strong> (sicuramente più coraggiosi di tutti questi nomi, si ascolti <em>Naked In The Rain</em>, pezzo che in alcuni passaggi ricorda <em>La Isla Bonita</em> di <strong>Madonna</strong>).</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/12/Sam-Genders.jpg" alt="" title="Sam Genders" width="500" height="500" class="alignleft size-full wp-image-16690" style="padding-top:10px;"/></p>
<p>Il 16 gennaio 2012 ci sarà anche un’altra uscita targata Tunng, precisamente il primo disco solista dell’ex co-frontman della band, <strong>Sam Genders</strong>, sotto lo pseudonimo <strong>Diagrams</strong>. <strong>Black Light</strong>, disco che Enquire ha già avuto il piacere di ascoltare, è un lavoro degno di nota per il forte  impiego di archi, cori vistosi e campionamenti vintage. La formula musicale è la stessa che ha contribuito a rendere celebre la sua band, qui però viene utilizzata per dar vita ad un album pop minimalista, dove alle liriche che disegnano scenari impressionisti si affiancano suoni che ricordano gente come <strong>Peter Gabriel</strong> e <strong>Metronomy</strong>.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/12/Black-Light.jpg" alt="" title="Black Light" width="500" height="500" class="alignleft size-full wp-image-16691" style="padding-top:10px;"/></p>
<p>In effetti, il nome Diagrams dice tanto sulla nuova direzione intrapresa dal cantante. Dai suoni lo-fi e abbondanti dei Tunng si è passati ad una struttura musicale rigorosa, piena di angoli che danno vita a sonorità, potremmo azzardare, geometriche. E lo si evince soprattutto dall’ascolto di pezzi come <em>Peninsula</em> e <em>Ghost Lit</em>, dove l’impianto folk viene destrutturato e ricomposto con giunture elettroniche che non risultano mai grossolane, anzi, fanno risaltare gli altri elementi, in primis quello vocale. Il risultato nel complesso è più che convincente, noi però continuiamo a preferire i Tunng nella formazione originale.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/12/Tunng-2.jpg" alt="" title="Tunng 2" width="500" height="500" class="alignleft size-full wp-image-16692" style="padding-top:10px;"/></p>
<p>Potete continuare a seguirli sul loro sito <a href="http://www.tunng.co.uk/" target="_blank">www.tunng.co.uk</a></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Sherlock Holmes e Watson on BBC1</title>
		<link>http://www.enquire.it/2011/12/22/sherlock-holmes-watson-bbc-steven-moffat-mark-gatiss/</link>
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		<pubDate>Thu, 22 Dec 2011 10:00:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sara Ligutti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Musica + Cinema + Teatro]]></category>
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		<category><![CDATA[inghilterra]]></category>
		<category><![CDATA[london]]></category>
		<category><![CDATA[serie tv]]></category>
		<category><![CDATA[telefilm]]></category>

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		<description><![CDATA[Provate per un attimo ad immaginare come sarebbero le avventure di Sherlock Holmes e del Dottor John Watson se, invece [<a href="http://www.enquire.it/2011/12/22/sherlock-holmes-watson-bbc-steven-moffat-mark-gatiss/" title="Continua a leggere"><strong>read more</strong></a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Provate per un attimo ad immaginare come sarebbero le avventure di <strong>Sherlock Holmes</strong> e del <strong>Dottor John Watson</strong> se, invece di essere ambientate in epoca Vittoriana, avvenissero ai giorni nostri, nella Londra contemporanea, con gli Smartphone utilizzati come strumenti di indagine e il London Eye sullo sfondo. Lo hanno fatto l&#8217;anno scorso Steven Moffat (Jekyll, Doctor Who, The adventures of Tintin) e Mark Gatiss (The League of Gentlemen, Doctor Who, The Vesuvius Club) con <strong>Sherlock</strong> (BBC1), e il risultato sono stati tre episodi da novanta minuti ciascuno, accolti calorosamente da critica e pubblico.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/12/Sherlock-2.jpg" alt="" title="Sherlock (2)" width="500" height="500" class="alignleft size-full wp-image-16677" style="padding-top:10px;"/></p>
<p>La prima serie è terminata con un <em>cliffhanger</em> angosciante – Sherlock e John (interpretati rispettivamente da Benedict Cumberbatch e Martin Freeman) che si confrontano con Moriarty (Andrew Scott) in una piscina deserta, a mezzanotte – e, per sapere come si sarebbe risolta la situazione, i fan hanno dovuto aspettare quasi un anno e mezzo. E molti – la maggior parte – stanno ancora aspettando. Lo scorso 7 dicembre, infatti, al British Film Institute di Londra c&#8217;è stata la première del primo episodio della seconda serie, &#8220;A Scandal in Belgravia&#8221;, ma solo pochi fortunati sono riusciti ad entrare. Fuori, intanto, sperando di aggiudicarsi un &#8220;return ticket&#8221;, c&#8217;era chi faceva la fila dalle 9.30 di mattina.</p>
<p>Il primo episodio della seconda serie è tratto liberamente da uno dei racconti più famosi di Sir Arthur Conan Doyle, il quasi omonimo &#8220;A Scandal in Bohemia&#8221;. Al centro del racconto – e dell&#8217;episodio – vi è Irene Adler (Lara Pulver), conosciuta anche come The Woman, con tanto di articolo in maiuscolo, in quanto è l&#8217;unica donna che Sherlock Holmes abbia mai preso in considerazione. Irene, però, non è un semplice interesse amoroso per il protagonista: è qualcosa di più complesso, qualcosa di diverso.</p>
<p>In questa versione Irene è calata in un contesto completamente diverso da quello originale, ma mantiene comunque i caratteri peculiari del personaggio: è una donna forte, coraggiosa, indipendente e, soprattutto, molto intelligente, così tanto da riuscire ad ingannare e battere più volte il protagonista sul piano intellettuale. Come in &#8220;A Scandal in Bohemia&#8221;, però, la Adler finisce nei guai per una fotografia legata, non al Re di Bohemia, ma ad un membro della famiglia reale britannica (Belgravia è un quartiere londinese a sud-ovest di Buckingham Palace).</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/12/Sherlock-3.jpg" alt="" title="Sherlock (3)" width="500" height="500" class="alignleft size-full wp-image-16678" style="padding-top:10px;"/></p>
<p>Accettando, seppur a malavoglia, l&#8217;incarico del fratello maggiore Mycroft Holmes (Mark Gatiss), che è praticamente &#8220;il governo britannico&#8221;, Sherlock si troverà coinvolto in un&#8217;indagine che lo porterà a scoprire sia cose che vanno molto al di là dei segreti da camera da letto della famiglia reale, sia aspetti della propria persona che fino a quel momento aveva ignorato: i sentimenti, l&#8217;amore, l&#8217;impulso sessuale. Ma &#8220;A Scandal in Belgravia&#8221; non è tanto un episodio su Sherlock innamorato – pur non mancando i momenti ambigui e carichi di sensualità – ma un episodio su &#8220;Sherlock, Irene e l&#8217;amore&#8221;, come ha specificato il co-creatore Mark Gatiss nel Q&amp;A che ha seguito la proiezione dell&#8217;episodio. Sullo sfondo di tutto ciò l&#8217;arcinemico del detective, Jim Moriarty,  destinato ad apparire molto di più in questa seconda serie.</p>
<p>I novanta minuti di &#8220;A Scandal in Belgravia&#8221; sono un vero e proprio viaggio su delle montagne russe emotive. Si passa da una parte iniziale durante la quale, quando non si è troppo presi dalla caccia alle molteplici citazioni dei libri e dei racconti di Conan Doyle (alcune delle quali geniali, come il gioco di parole &#8220;The Geek Interpreter&#8221;), è impossibile non ridere. Con l&#8217;introduzione di Irene, però, la puntata acquista gradualmente toni sempre più introspettivi e cupi, fino ad arrivare ad un finale per il quale sarebbe meglio avere a portata di mano almeno un pacchetto di fazzoletti.</p>
<p>Per quanto riguarda la struttura della puntata, pur non rinunciando alle trame complesse come un gioco ad incastro che hanno caratterizzato la prima serie, Moffat riesce a scrivere un episodio ancora più complesso, introspettivo e variegato, e dalla narrazione decisamente più matura.</p>
<p>Se anche gli altri due episodi – &#8220;The Hounds of Baskerville&#8221; (scritto da Mark Gatiss) e &#8220;The Reichenbach Fall&#8221; (scritto da Steve Thompson) – si confermeranno, sia a livello narrativo che qualitativo, sulla falsa riga di questa prima puntata, si potrà tranquillamente dire che questa stagione ha decisamente superato le aspettative, già ottime, create dalla prima.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/12/Sherlock-4.jpg" alt="" title="Sherlock (4)" width="500" height="500" class="alignleft size-full wp-image-16679" style="padding-top:10px;"/></p>
<p>(<em>La seconda serie di &#8220;Sherlock&#8221; verrà trasmessa su BBC1 l&#8217;1, l&#8217;8 e il 15 gennaio alle 20:30.</em>)</p>
<p><em>Le foto in articolo per gentile concessione di <strong>Sara Zizza</strong>.</em></p>
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		<title>Un tè con gli Ultimo Attuale Corpo Sonoro</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Dec 2011 10:00:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sara Marzullo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Musica + Cinema + Teatro]]></category>
		<category><![CDATA[2011]]></category>
		<category><![CDATA[disco]]></category>
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		<description><![CDATA[Lo scorso 25 Novembre è uscito il terzo lavoro della carriera degli Ultimo Attuale Corpo Sonoro. Io ricordo con rabbia [<a href="http://www.enquire.it/2011/12/13/ultimo-attuale-corpo-sonoro-io-ricordo-con-rabbia/" title="Continua a leggere"><strong>read more</strong></a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Lo scorso 25 Novembre è uscito il terzo lavoro della carriera degli <strong>Ultimo Attuale Corpo Sonoro</strong><em>. </em><strong>Io ricordo con rabbia</strong><em> </em>è un monito, un&#8217;accusa, è l&#8217;autopsia di una morale cancellata e battuta, è il racconto dei vinti, di tutti i vinti, di noi. Muovendosi tra le sonorità dei migliori <strong>GY!BE</strong>, <strong>Massimo Volume</strong> e <strong>CCCP/CSI</strong>, il nuovo album è certamente da annoverare tra le migliori uscite di questo 2011 che si avvia a conclusione.</p>
<p>Gli UACS confermano pienamente la qualità dimostrata in <strong>Memorie e Violenze di Sant&#8217;Isabella</strong> e compiono un passo in avanti, confezionando un album compatto e di una forza straordinaria.</p>
<p>Raccomandandovi come non mai di ascoltare uno degli episodi più felici della scena musicale italiana attuale e perché no, anche a livello internazionale, vi lasciamo all&#8217;intervista che <em>Gianmarco Mercati</em>, voce degli Ultimo Attuale Corpo Sonoro, ci ha concesso per i lettori di Enquire.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/12/Io-ricordo-con-rabbia.jpg" alt="" title="Io ricordo con rabbia" width="500" height="500" class="alignleft size-full wp-image-16479" style="padding-top:10px;"/></p>
<p><strong>“Ultimo attuale corpo sonoro” è un verso tratto da <em>Mexico City Blues</em> di Kerouac. Voi prendete le mosse da un certo tipo di letteratura ed è subito evidente quale sia l&#8217;importanza che corre nel rapporto tra le vostre parole e la musica. Chi sono gli UACS e come nascono?</strong></p>
<p>U/A/C/S, 173° strofa dei M.C.B.. Non che la prosa di <em>Kerouac</em> mi faccia impazzire, così come un po&#8217; tutta la letteratura del vissuto. A livello accademico alcune liriche della stagione <em>Beat</em> sono sottovalutate, ma a tutti gli effetti sorprendenti. Posseggono quella tensione all&#8217;eccesso artistico che ingoia il Barocco, lo smunge, e lo catapulta nell&#8217;esistenza quotidiana trascendendola in concetti assoluti. Le liriche di Kerouac sono urgenza da incastrare in un blues come fossero un mantra; disseminano incise da far trasalire, come fossero slogan, poi perdono il filo in un&#8217;ipotassi infinita che a briglie sciolte innesca vampate di periodi su periodi che lasciano davvero senza fiato. Il cerchio si chiude improvvisamente, torna a tenere banco la paratassi e le espressioni ripetute, in anafora, cicatrizzano quello che ormai ti ha ferito e che ti rimane sulla pelle in una cornice nebulosa che, da lettore, sei come costretto a decifrare ad ogni passo in maniera differente. U/A/C/S è questo, da oramai una decade, sia a livello musicale che attitudinale.</p>
<p><strong>Ripercorriamo la vostra attività: il primo album, Nuova York: Strade e Sogni, esce nel 2004, il secondo, Memorie e violenze di Sant&#8217;Isabella, invece è del 2009. Con questo terzo lavoro, Io ricordo con rabbia, sono passati 7 anni dai vostri inizi. Cosa è cambiato nel frattempo e qual è l&#8217;esegesi di questo album?</strong><strong></strong></p>
<p>Cosa è cambiato? Non sono cambiate le persone del collettivo, sono state le contingenze della quotidianità a cambiare. È una cosa di cui vado particolarmente fiero. Siamo cresciuti, siamo nel bel mezzo dello spartiacque del principio dell&#8217;età adulta vera e propria, siamo forse maturati, abbiamo imparato ad affrontare tematiche più profonde, scandagliandole, ma allo stesso tempo contemplando e coltivando più leggerezza &#8220;calviniana&#8221;. Io ricordo con rabbia ha avuto un periodo di gestazione non particolarmente lungo, se pensi che a febbraio di quest&#8217;anno i dodici brani erano già quasi pronti. Ci siamo sfogati, in urgenza, sia con le liriche che con la musica in senso stretto. Avevamo come bisogno di reagire. Di reagire al dolore con dell&#8217;altro dolore, la qual cosa è una delle varie modalità con cui si può affrontare la condizione umana nel post-modernismo.</p>
<p><strong>Io ricordo con rabbia non è solo il titolo dell&#8217;album e della title-track, l&#8217;ultima. È piuttosto il filo rosso dell&#8217;album, la frase continuamente ripetuta nei pezzi. È qua che si concentra il senso del passato? Ossia, la necessità che sia ripetuto, percepito come ancora presente, che risvegli l&#8217;idea che ciò che è stato e ancora è, non deve più accadere?</strong></p>
<p>No, nel disco non c&#8217;è luce. La resistenza che può trasparire da alcuni brani è solo una modalità per potersi guardare allo specchio senza rimettere. Crediamo fermamente in ciò che declamiamo, ma non pensiamo possa rappresentare una scintilla per mutare ciò che ci circonda. La speranza è una trappola, diceva Monicelli. E, aggiungo, è pure l&#8217;ultima a morire, come in molti sostengono. Quel che è stato accade ogni giorno con più ferocia e la musica non funge oramai nemmeno più come deterrente. Di questo sono pienamente convinto.</p>
<p><strong>Nel precedente lavoro i protagonisti erano essenzialmente tre: Pasolini, Hikmet e Rimbaud. Qua lo sguardo si allarga, fino a contenere tutta la storia, i popoli, l&#8217;Italia di ieri che è ancora l&#8217;Italia di oggi. Una traslazione da un piano letterario ad uno più storico, dovuta a cosa?</strong></p>
<p>In realtà <em>Io ricordo con rabbia</em> è un disco sentimentale ed estremamente personale. Ci sono molte canzoni di stampo civile, ne do atto, ma sono sempre racchiuse in una cornice intimista, quasi di immedesimazione. Come a voler sviscerare il tempo perduto di questo nostro mondo dei vinti. <em>Pasolin</em>i, nella sua figura umana e non solamente intellettuale, <em>Hikmet</em> nelle sue liriche d&#8217;amore dopo aver perso la famiglia, <em>Rimbaud</em> nel suo esilio, <em>Siani</em> come precursore di un giornalismo che oramai non esiste più, la strage di Ustica i cui risvolti sono e saranno per sempre insabbiati, la P2 in continua evoluzione, l&#8217;io narrante che non riesce a tirare il fiato nonostante i suoi tentativi di urlare, l&#8217;amore perduto definitivamente: con modalità differenti le tematiche dei due dischi sono e rimangono molto simili a livello concettuale.</p>
<p><strong>Nel brano di Miller da cui nasce <em>Della tua bocca</em> si legge: «</strong><strong>Non ho mai aiutato nessuno aspettandomi che ciò gli facesse del bene; lo aiutavo perché non ero capace di fare altrimenti.» Allo stesso modo in Fortapasc, si continua a ripetere che Giancarlo Siani non era un eroe, era un giornalista. Alla banalità del male si oppone una necessità del bene, una impossibilità a fare altrimenti?</strong></p>
<p>Una necessità intrinseca all&#8217;essere umano di fare del bene, sì. Ma senza lasciare spazio a fraintendimenti. Lottare è un&#8217;esigenza individuale, non tanto per sconfiggere la banalità del male (che a mio avviso non è mai banale) quanto per comprenderne le motivazioni; spesso e volentieri con spirito di rassegnazione.</p>
<p><strong>Miller è una delle figure letterarie di questo album. Quali sono gli altri padri spirituali di Io ricordo con rabbia?</strong></p>
<p>Infiniti: senza approfondirne le motivazioni (diventerei ancora più pedante di quanto non sia già) te ne faccio un elenco (che poi, con un po&#8217; di fortuna magari riuscirai a rintracciare nelle prose liriche): Bocca, <em>Gide</em> nel suo L&#8217;immoralista, <em>Daniele Sepe</em>, <em>Herzog</em>, <em>Ilja Stogoff</em>, <em>Kafka</em>, <em>Paolini</em>, <em>Izzo</em>, <em>Bertolucci</em>, <em>Breece D&#8217;J Pancake</em>, <em>Federigo Tozzi</em>, <em>Verga</em>, l&#8217;ultimo capitolo dei Promessi Sposi, <em>Bob Dylan</em>, <em>Hitler</em>, <em>Bergman</em>, <em>Nietzsche</em>, <em>Kerouac</em>, <em>Bianciardi</em>, <em>Piero Ciampi</em>, <em>De André</em>, <em>Garibaldi</em>, <em>Gadda</em>, l&#8217;Ottocento russo, il pre-romanticismo inglese, <em>Neil Young</em>, <em>Blake</em>, <em>Scott Walker</em>.</p>
<p><strong>Ci sarebbe ancora molto da dire, ma soffermiamoci su una vostra dichiarazione in Fortapasc, “L&#8217;etica libera la bellezza”. Il vostro manifesto e(ste)tico?</strong></p>
<p>Penso sia un inciso molto efficace e soprattutto in cui credo fermamente, ma non ciecamente. Mi spiego. Il punto è un altro: qual è il passo successivo da compiere una volta liberata la bellezza attraverso l&#8217;agire etico? Penso che l&#8217;etica liberi la bellezza, ma, sopra ogni cosa, che la bellezza sia verità. E questo è un sillogismo che può non fare una piega. Ma se  aggiungessi che la bellezza è per sua stessa natura caduca ed effimera, cosa mi risponderesti? A titolo personale la libertà, come ideale in sé, non mi ha mai convinto in toto. Quando leggo o sento dire &#8220;io credo nella libertà&#8221;, qualcosa non mi torna. Penso che prima della libertà sia necessario intestardirsi a pensare che venga prima l&#8217;eguaglianza.</p>
<p><strong>Avete in progetto un tour, dopo l&#8217;uscita dell&#8217;album?</strong></p>
<p>Sicuramente. Abbiamo un booking e delle persone fidate e trasparenti che ci permetteranno, questo è l&#8217;auspicio, di girare per l&#8217;Italia.</p>
<p><strong>Ultima domanda: se poteste scegliere un film da accompagnare con le vostre parole, quale potrebbe essere?</strong></p>
<p>Qualora le condizioni di un concerto lo permettessero, e ciò spero che accada, mi darebbe molta soddisfazione proiettare durante i nostri pezzi il documentario di <em>Werner Herzog</em>, Apocalisse nel deserto, la pellicola più avvincente che abbia mai visto, in assoluto (e te lo dico da cinefilo). Tratta con un&#8217;intelligenza sorprendente dell&#8217;incendio dei pozzi petroliferi del Kuwait a cavallo della Guerra del Golfo.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/12/Ultimo-Attuale-Corpo-Sonoro-1.jpg" alt="" title="Ultimo Attuale Corpo Sonoro 1" width="500" height="400" class="alignleft size-full wp-image-16480" style="padding-top:10px;"/></p>
<p><em><a href="http://manzanillamusicadischi.bandcamp.com/album/io-ricordo-con-rabbia">Qui</a> potete ascoltare (e acquistare) il loro ultimo album </em><em>uscito per Manzanilla.</em></p>
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		<title>El Camino: il nuovo album dei The Black Keys</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Dec 2011 13:00:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Deborah Brugnera</dc:creator>
				<category><![CDATA[Musica + Cinema + Teatro]]></category>
		<category><![CDATA[2011]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>The Black Keys</strong> è il nome del duo dell&#8217;Ohio, formato da <em>Daniel Auerbach</em> (voce e chitarra) e dalla batteria di <em>Patrick Carney</em>, che ha conquistato critica e pubblico con l’acclamato <strong>Brothers</strong>. Il gruppo nasce quando i due – ancora bambini – iniziano a suonare insieme, trascinati dalla passione per i <strong>Devo</strong>, mescolando vari generi, tra cui una buona dose di blues elettrico.</p>
<p>Questo “duo” improvvisato si è rivelato riuscito negli anni, ottenendo importanti riconoscimenti, come l’opportunità di suonare durante la manifestazione per l’allora candidato presidente <em>Barack Obama</em>, la partecipazione a colonne sonore di film di successo (<em>Twilight Saga: Eclipse</em>, <em>School Of Rock</em> ed<em> A-Team</em>), senza dimenticare i 3 Grammy vinti, di cui uno per miglior album di musica alternativa con <em>Brothers</em>.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/12/The-Black-Keys-El-Camino.jpg" alt="" title="The Black Keys - El Camino" width="500" height="500" class="alignleft size-full wp-image-16387" style="padding-top:10px;"/></p>
<p>Ed ora, eccoci qui ad osservare il video in cui <strong>Bob Odenkirk</strong> – nelle vesti di venditore d&#8217;auto – ci illustra le qualità di una <em>El Camino</em> in vendita dal 6 dicembre 2011, ma non è di un auto che ci sta parlando in questo “advert” creato ad hoc per la band americana: <strong>El Camino</strong> è il nuovo album dei The Black Keys, firmato <strong>Nonesuch Records</strong>.</p>
<p>Registrato a Nashville, dove Dan abita e ha il suo studio di registrazione, il nuovo album nasce sotto l&#8217;occhio vigile di <strong>Danger Mouse</strong>, già produttore del loro <strong>Attack &amp; Release</strong>, con un bel ritorno a quelle radici rock &#8216;n&#8217; roll che – lungo la strada del duo – avevano subito un processo di modernizzazione.</p>
<p>Niente più soul e black quindi (tranne qualche sporadica intrusione), ma solo un fondersi di pop e rock con un pizzico di vintage, in queste 11 tracce che ci fanno salire e ci trasportano a bordo del <em>van</em> raffigurato in copertina.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/12/The-Black-Keys-LonelyBoy.jpg" alt="" title="The Black Keys - LonelyBoy" width="500" height="500" class="alignleft size-full wp-image-16388" style="padding-top:10px;"/></p>
<p><em>Lonely Boy, </em>già conosciuta da un paio di settimane, mescola soul e riff di chitarra, mentre il duo è alle prese con le solite pene d&#8217;amore. Ci sono poi le influenze sempre fedeli dei <strong>The Clash</strong> nella traccia <em>Dead and Gone, </em>il ritmo reggae accennato in <em>Hell of Season </em>ed un ritorno al blues in <em>Run Right Back .</em></p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/12/The-Black-Keys-2.jpg" alt="" title="The Black Keys 2" width="500" height="400" class="alignleft size-full wp-image-16389" style="padding-top:10px;"/></p>
<p>Insomma, questa band – che dopo molteplici dischi avrebbe potuto stancare ripetendo all’infinito la propria formula vincente – ha battuto nuove strade in maniera eccellente. Ora li aspetta un bel tour, con una data italiana all&#8217;<em>Alcatraz</em> di Milano, prevista per il 30 Gennaio 2012. Se siete degli amanti del genere, noi di Enquire vi consigliamo di non mancare!</p>
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		<title>Kate Wax e l’innatismo musicale</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Dec 2011 14:00:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sebastiano Piras</dc:creator>
				<category><![CDATA[Musica + Cinema + Teatro]]></category>
		<category><![CDATA[electro]]></category>
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		<category><![CDATA[free]]></category>
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		<category><![CDATA[new release]]></category>
		<category><![CDATA[pop]]></category>
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		<description><![CDATA[Kate Wax è la Noam Chomsky dell’elettronica. Come il linguista americano, anche l’electro-folker, svizzera di nascita ma di origini tibetane [<a href="http://www.enquire.it/2011/12/05/kate-wax-dust-collision-border-community/" title="Continua a leggere"><strong>read more</strong></a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Kate Wax</strong> è la <em>Noam Chomsky</em> dell’elettronica. Come il linguista americano, anche l’electro-folker, svizzera di nascita ma di origini tibetane (da parte di padre), lavora con i suoni, le parole ed i significati, in maniera naturale, quasi innata. A Kate Wax piace giocare con i linguaggi e come Chomsky, si diverte a trovare diverse combinazioni, assecondando il suo desiderio di una creatività sonora e linguistica totalmente libera. Già al lavoro con nomi importanti della scena elettronica americana, da <strong>Felix Da Housecat</strong> nell’album <strong>Devin Dazzle &amp; the Neon Fever</strong> (in <em>Romantique </em>e <em>Let Your Mind Be Your Bed</em>), a <strong>DJ Assault</strong> (per alcuni remix), il suo è un electropop dark che, se non fosse per melodie accattivanti ed una forma canzone classica, potremmo invece definire come <em>ambient-industrial</em> dai richiami blues. Certo è che il “condimento” vocale di cui fa uso Kate Wax nasce piuttosto nell’ambiente musicale delle <em>rockeuse</em>: ci sono <em>PJ Harvey</em>, <em>Björk</em>, <em>Kate Bush</em> (anche nelle tonalità più inumane) e campionamenti vocali che ricordano le <em>CocoRosie </em>più gotiche, come accade in <strong>Human Twin</strong>, la traccia della quale Enquire vi offre il download gratuito. Non ci resta che affidarci alle sue parole per capire a fondo questo suo mondo variegato.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/12/Dust-Collision.jpg" alt="" title="Dust Collision" width="500" height="500" class="alignleft size-full wp-image-16337" style="padding-top:10px;"/></p>
<p><strong>La tua biografia dice che Kate Wax è l’alterego di Aisha Devi Enz. Questo dualismo rispecchia non solo la tua persona ma anche il mondo musicale che Kate Wax abita. Come riesci a  conciliare più personalità quando ti esprimi attraverso la musica?</strong></p>
<p>Più che un dualismo, ci sono più personalità che in maniera costante cercano di prendere il sopravvento. Il processo di creazione manda in corto questo “duello” trasformandolo in musica. E la musica è  il territorio dove tutti i miei “me” divergenti possono incontrarsi, combattersi e convergere. Ogni canzone è l’incarnazione di quella molteplicità, queste dodici tele che si fanno eco l’un l’altra, sono una sorta di riunificazione dei miei “me”. La musica è probabilmente il mio cemento e la mia coerenza in questa vita. Mentre creavo <em>Dust Collision</em>, ho scavato nel profondo e sputato tutto quello che avevo dentro. L’ho fatto tagliandomi fuori dal mondo e vivendo protetta nel mio bunker studio. I miei testi sono la mia storia, il mio diario, l’ingresso e la via d’uscita. Non potrei vivere senza scrivere, ho bisogno di farlo ogni giorno, è una disciplina che mi fornisce una certa stabilità. Comporre mi protegge dalla mia stessa isteria.<strong></strong></p>
<p><strong>Dust Collision è un album eclettico. Le influenze, i generi e la duttilità vocale ne fanno soprattutto un album eterogeneo, seppur con i diversi ingredienti ben amalgamati. Tu come lo descriveresti?</strong></p>
<p>Dust Collision è un animale ibrido, un lungo lavoro d’introspezione, una camminata nel mio campo di battaglia, dove le parole ed i suoni cambiano aspetto adeguandosi ai miei stati interiori, dalla pace alla guerra. Il mio primo strumento, e quello principale, è la voce. Come Soprano, ho imparato ad allenarla usando la tecnica del <em>Bel Canto</em>. Ma ad un certo punto, quando ho iniziato a creare la mia musica, ho voluto prendere una pausa dalle regole prestabilite. Trovare il mio personale linguaggio attraverso una decostruzione della conoscenza e di un processo istintivo sembrava essere il modo più ovvio per evolvere in totale libertà: ho avuto la possibilità di estendere la mia voce a diversi personaggi, a più emozioni, e di esprimere tutta una nuova gamma di forme e dell’universo con una sola voce. Nel mio processo creativo, io sono piuttosto una folker, comincio con i testi, poi compongo la musica. Ma invece di una chitarra, io ho macchine, sintetizzatori e una banca di suoni enorme che ho costruito nel tempo, rendendo così infinite le possibilità. La ricerca sonora è una parte enorme del lavoro, trovare il suono perfetto è tanto importante quanto trovare la parola giusta, non inizio mai a cantare prima che il suono e l’atmosfera siano in correlazione con il mio stato d’animo e il concetto della canzone. Il mezzo elettronico è il modo più indipendente per la produzione di musica. Certo, l’elettronica non è un genere, è piuttosto il mio mezzo eclettico per esprimere l’intero spettro della condizione umana.</p>
<p><strong>Facendo attenzione ai testi delle tue canzoni, abbiamo notato – con piacere – un certo “poetismo”. Che genere di lettura preferisci? C’è un preciso richiamo letterario nella tua musica?</strong></p>
<p>Ultimamente, sono presa dai libri di storia, i <em>Gulag russi</em> e roba del genere. Amo anche la poesia<em> coldwave </em>(<em>un genere di musica post-punk, ndr</em>) di <em>Sylvia Path</em>. È allo stesso tempo  frontale, scura e magniloquente nel suo essere gotica. Sono cresciuta anche con la letteratura francese, da <em>Rimbaud</em> a <em>Sartre</em>. L’ultima traccia del mio album è un omaggio a “<em>Les Djinns</em>” di <em>Victor Hugo</em>. È uno dei brani di letteratura più belli mai realizzati, la sua forma lo rende moderno e la sua rumorosità da i brividi. Questa poesia rivive ogni volta che la si legge. Amo le parole: la loro etimologia, la funzionalità, la consonanza e il flusso. Mi piace l’impatto del suono di una parola, il suo potere rituale, che come una formula di incantesimo può guarire e possedere l’ascoltatore attraverso l’infezione del suono, il significato ed il suo ritmo. Quando sono nel mio studio di registrazione a cantare, lascio sempre il microfono aperto per ore, e finisco per cantare tutta la notte in uno stato che potrebbe essere vicino alla trance sciamanica. Le parole e la loro consonanza sono molto importanti nei miei scritti, la parola di per sé ha già un ruolo nella drammaturgia della mia scrittura, ed i testi seguono sempre lo schema della strofa. Mi piace l’assemblaggio ordinato di idee. Per me, la poesia è un modo per organizzare il mio caos personale.</p>
<p><strong>Una delle nostre tracce preferite (tra le tante) è Human Twin. Crediamo sia particolarmente rappresentativa della tua musica. Quali sono le tracce dell’album alle quali sei particolarmente legata?</strong></p>
<p><em>Human Twin</em> è un brano che ho scritto dopo che ho avuto una specie di visione. È una traccia ibrida, un incontro col mio creatore o alterego demoniaco, qualcuno che possiede le mie risposte. Il processo di creazione è stato istintivo, l’ho prodotta in un unico movimento semi-automatico. Una forza ossessiva mi ha tenuto sveglia per finirla in una notte. Anche il cantato è impulsivo, ho tenuto la prima registrazione, come un’istantanea di quello stato interiore esilarante. Questo confronto retorico è anche espresso attraverso il suono, il pianoforte blues così oldschool combatte contro i gelidi sintetizzatori elettronici. Questa traccia credo sia rappresentativa del mio universo perché contiene le tensioni, i punti interrogativi e le contraddizioni nei suoni multistrato e nelle tematiche. Le mie canzoni solitamente sono piuttosto egocentriche, prodotte in un quasi-delirio e spesso guidate dalla mia violenza interiore, ma ci sono anche alcuni momenti di forte lucidità, non una lucidità placata ma figlia della saggezza di un osservatore esterno dal mondo. <em>Green Machine</em> è la canzone più lontana dall’album e probabilmente la mia preferita. Si tratta di un postulato sulla nostra auto-realizzazione e capacità di auto-distruzione.</p>
<p><strong>C’è qualche possibilità di vederti dal vivo in Italia?</strong></p>
<p>Si, sarò in tour l’anno prossimo, con un bassista ed immagini disegnate dal vivo. Attraverseremo l’Italia a partire da febbraio o marzo, mentre la prossima estate saremo nei festival.</p>
<p><img src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/12/Kate-Wax-2.jpg" alt="" title="Kate Wax 2" width="500" height="400" class="alignleft size-full wp-image-16338" style="padding-top:10px;" /></p>
<p>Ringraziamo Kate Wax e <a href="http://www.bordercommunity.com" target="_blank">Border Community</a> per la disponibilità. Vi ricordiamo che potete scaricare gratuitamente, e in esclusiva per Enquire, la seconda traccia dell’album, Human Twin, cliccando a destra della pagina. Per acquistare l’album, invece, <a href="http://www.amazon.com/gp/product/B005XI8QIC/ref=dm_sp_alb">clicca qui</a>.</p>
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		<title>3perTe volume 10 &#8211; Dicembre</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Dec 2011 09:00:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sebastiano Piras</dc:creator>
				<category><![CDATA[Musica + Cinema + Teatro]]></category>
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		<description><![CDATA[We wish you an Indie Christmas! Il nostro ultimo episodio del 3perTE, per quanto riguarda il 2011, è tutto dedicato [<a href="http://www.enquire.it/2011/12/01/emmy-great-tim-wheeler-she-him-smith-burrows/" title="Continua a leggere"><strong>read more</strong></a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>We wish you an Indie Christmas!<br />
Il nostro ultimo episodio del <strong>3perTE</strong>, per quanto riguarda il 2011, è tutto dedicato alla luccicante ricorrenza natalizia, pretesto per poter fare un resoconto del nostro secondo anno in musica insieme. Soddisfatti dei risultati ottenuti e degli artisti “ospitati” (<strong>Ladytron</strong>, <strong>Dum Dum Girls</strong>, <strong>Architecture In Helsinki</strong> e <strong>Dumbo Gets Mad</strong>, per citane alcuni), abbiamo individuato i tre album perfetti per un Natale alternativo con i fiocchi.<br />
Di album e canzoni con questo spirito ce ne sono tanti: dall’indimenticabile <em>Happy Xmas (The War Is Over)</em> di <strong>John Lennon</strong>, che trasforma la festa simbolo del raccoglimento in famiglia in un momento di riflessione, all’album <em>Songs For Christmas</em> di <strong>Sufjan Stevens</strong>, pubblicato nel 2006. In questo caso, abbiamo scelto i tre gruppi che con i loro rispetti lavori celebranti la festività cristiana stanno facendo parlare di sé, soprattutto per il loro modo di vivere la tradizione in maniera originale.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-16270" style="padding-top: 10px;" title="This Is Christmas" src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/12/This-Is-Christmas.jpg" alt="" width="500" height="500" /></p>
<p>Il primo duo ad aver catturato la nostra attenzione (casualmente vi parliamo di tre gruppi formati rispettivamente da due elementi) è quello composto da <em>Emma Lee Moss</em> e <em>Tim Wheeler</em> (frontman degli <strong>Ash</strong>). Insieme, <strong>Emmy The Great &amp; Tim Wheeler</strong>, hanno trasformato la loro relazione affettiva in una collaborazione che ha dato vita ad un album, <strong>This Is Christmas</strong>, dal quale è stato estratto il primo singolo, <em>Home For The Holidays</em>, il cui video &#8211; diretto dal giovane <em>Luke Snellin</em> – racconta l’amore in tutte le sue forme, da quello “convenzionale”, all’amore improvviso, sino a quello omosessuale, attraverso timidi ma sempre gradevoli baci <em>under the mistletoe</em>.</p>
<p><iframe style="padding: 10px 0 10px 0;" src="http://www.youtube.com/embed/URCNMEbgd_w?rel=0" frameborder="0" width="500" height="284"></iframe></p>
<p><strong>She &amp; Him </strong>sono anche loro un duo composto da una donna (prima le signore) e da un uomo, precisamente dalla cantante e attrice <em>Zooey Deschanel</em> e dal chitarrista <em>M. Ward</em>. I due, famosi soprattutto per il pezzo <em>Why Do You Let Me Stay Here? </em>(2008), hanno riarrangiato alcuni brani famosi (dall’immancabile <em>Sleigh Ride</em> a <em>Have Yourself a Merry Little Christmas</em> di <strong>Judy Garland</strong>) in chiave indie-folk.</p>
<p>Il risultato è il piacevole <strong>A Very She &amp; Him Christmas</strong>, album anticipato dal classico <em>The Christmas Waltz</em> con il quale i due si sono esibiti nella trasmissione americana “The Tonight Show With Jay Leno”, circondati da festoni e alberi di Natale – ci “auguriamo” noi – assolutamente sintetici.</p>
<p><iframe style="padding: 10px 0 10px 0;" src="http://www.youtube.com/embed/FVaFoAIVzok?rel=0" frameborder="0" width="500" height="284"></iframe></p>
<p>Fra i tre, non lo nascondiamo, il nostro duo preferito è però quello di <strong>Smith &amp; Burrows, </strong>al secolo <em>Tom Smith</em> (<strong>Editors</strong>) e <em>Andy Burrows</em> (<strong>We Are Scientists</strong> e <strong>Razorlight</strong>), i quali presentano al pubblico il loro album in comune,<strong> Funny Looking Angels</strong>, con una ballata in perfetto stile britpop.</p>
<p><em>When The Thames Froze</em>, questo il titolo della canzone, accompagna l’orchestrazione epica ed emozionante della base ad un testo intimista. Oltre al pezzo in questione, il nuovo album vedrà la presenza di un ospite speciale, la danese <strong>Agnes Obel</strong>, che col suo <em>Philharmonics</em> ha dominato le classifiche indie del 2011.</p>
<p><iframe style="padding: 10px 0 10px 0;" src="http://www.youtube.com/embed/644U-jMpDUw?rel=0" frameborder="0" width="500" height="284"></iframe></p>
<p>“Da un punto di vista commerciale, se il Natale non esistesse bisognerebbe inventarlo”.. diceva qualcuno, e non a torto.</p>
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